Dalla Festa del Cinema di Roma la nostra recensione di Hey Joe, il nuovo film di Claudio Giovannesi con James Franco e Francesco Di Napoli: una storia (forse) vera raccontata con una certa sensibilità e un bel tocco, ma un po’ troppo frenata e dalla posta in gioco incerta
A 5 anni da La paranza dei bambini Claudio Giovannesi torna a Napoli con Hey Joe, recuperando solo in parte il filo della pellicola precedente con una storia che richiama assieme padri e figli lontani e sconosciuti, mettendoli di fronte all’insensatezza della Guerra e alle proprie responsabilità. James Franco e Francesco Di Napoli sono i protagonisti di un film che alterna dei momenti di grande sensibilità e lirismo a soluzioni narrative troppo frenate in cui la posta in gioco rimane sempre un po’ incerta, fino ad un finale che rinuncia all’ambiguità per cercare la redenzione.

Un americano a Napoli
Dean Barry (James Franco), un veterano americano che ha avuto una relazione con una ragazza napoletana di nome Lucia (Giada Salvi) durante la seconda guerra mondiale, ritorna in Italia a Napoli, all’inizio degli anni ‘70, per conoscere suo figlio Enzo (Francesco Di Napoli) aiutato dalla prostituta “Bambi” (Giulia Ercolini). Dean vorrebbe recuperare venticinque anni di assenza ma suo figlio ormai è un uomo, è cresciuto nella malavita dopo stato adottato da Don Vittorio (Aniello Arena), un boss del contrabbando che lo sfrutta per i suoi traffici illegali, e non ha nessun interesse per il padre americano che non ha mai conosciuto fino a quel momento.

Un padre e un figlio a confronto
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale (ma anche negli anni ’70) erano pochi gli italiani in grado di parlare inglese, o di capirlo se è per questo, e quindi ogni straniero maschio che sfoggiava un accento angloamericano veniva etichettato automaticamente come Joe, nome facile da pronunciare e ricordare. Da lì l’Hey Joe del titolo, che però non richiama solo un senso di incomprensione ma anche di lontananza. Come la lontananza che Dean ha messo tra sé e suo figlio Enzo, abbandonato quando era ancora piccolissimo, finché un telegramma tardivo e un senso di solitudine insopportabile non spingono Enzo a tornare a Napoli per provare a riallacciare un rapporto in realtà mai esistito.
Solo che nell’incontro/scontro tra Dean ed Enzo c’è anche una convergenza di mondi opposti (almeno all’apparenza) per lingua, cultura, benessere socio-economico. Perché la realtà di Enzo è fatta di un destino a cui è indissolubilmente legato, quello di finire preda dell’ingranaggio camorristico, mentre Dean vorrebbe restituirgli quella vita e quella felicità perdute per provare a ripagare il proprio debito di padre assente. Ed è proprio nella forza di questo legame che dev’essere consolidato e costruito, scena dopo scena, che Hey Joe trova la propria forza drammaturgica.
L’Italia di Napoli e gli Stati Uniti del New Jersey diventano allora due specchietti riflettenti di un sogno urbano e borghese che però già sta iniziando a scricchiolare, a mostrare le proprie debolezze. Da una parte con una criminalità organizzata che fagocita speranze, vite e illusioni, che si fa Stato nei luoghi in cui lo Stato non riesce ad arrivare, dall’altra parte con un way-of-life che impedisce persino ai propri figli reduci di guerra di potersi permettere un biglietto aereo, senza dover vendere la propria auto o la propria casa. Una doppia sconfitta durissima da digerire e accettare, a cui Dean ed Enzo possono cercare di sopravvivere solo trovando il filo di quel legame di sangue, nell’essere padri e figli.

Una posta in gioco forte
Hey Joe però sconta una resa drammatica un po’ troppo incerta in certi segmenti, in cui si avverte la mancanza di una posta in gioco così forte da poter davvero sconvolgere gli equilibri oltre che di un approfondimento psicologico e di caratterizzazione nei suoi stessi protagonisti. Sono presenti ovviamente dei momenti di grande intensità emotiva, con dei tocchi notevoli di sensibilità e lirismo, come nella scena in cui Dean ed Enzo si mostrano le rispettive cicatrici o nella scena in aeroporto nel finale piena di non detti, ma la sceneggiatura appare abbozzata in certi frangenti non riuscendo a restituire del tutto l’urgenza della missione salvifica di Dean.
È come se, nel puntare il proprio focus sul rapporto tra padre e figlio, man mano Hey Joe perdesse di vista il conflitto interno all’arena, cioè alla città e al microcosmo della vita di Enzo, e quindi risulta difficile da capire (ad esempio) perché Enzo dovrebbe seguire Dean in America vista la natura ancora transitoria del loro rapporto e soprattutto visto che la minaccia camorristica non ha un particolare impatto negativo sulla sua vita. Purtroppo lo stesso punto di vista sfocato si riflette sugli altri personaggi, come quello di Bambi, che invece avrebbe meritato uno sviluppo e un senso drammaturgico diversi.
Giovannesi sembra quasi flirtare con i fantasmi di De Sica e Rossellini, nel dipingere una Napoli umanissima e fetente allo stesso tempo in cui è costante la tendenza a voler riempire i silienzi con la parola, la mancanza con la presenza, la verità con il pettegolezzo. Ecco, forse se quella di Hey Joe fosse stata una favola sarebbe stata una chiave di accesso a quel mondo un po’ più interessante. Magari anche con un finale più ambiguo.
| TITOLO | Hey Joe |
| REGIA | Claudio Giovannesi |
| ATTORI | James Franco, Francesco Di Napoli, Giulia Ercolini, Aniello Arena, Gabriel Riley Hill Antunes, Giada Salvi, Francesca Montuori |
| USCITA | 28 novembre 2024 |
| DISTRIBUZIONE | Vision Distribution |
Tre stelle
























