La paranza dei bambini, recensione: una realtà giovanile che stupisce e sa far riflettere

Francesco Di Napoli in La paranza dei bambini

La paranza dei bambini, il film tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano, uscirà questa sera nelle sale italiane e racconterà una Napoli sofferente e dilaniata dalla criminalità giovanile. Una pellicola di indubbia qualità che regge sull’incisività delle storie narrate e sul talento dei protagonisti.

Una storia di violenza e soprusi che invita a riflettere 

Nicola (interpretato dal talentuoso Francesco Di Napoli) è un ragazzo di 15 anni che abita nel Rione Sanità, uno dei quartieri più famosi del centro di Napoli; vive con la madre (interpretata da Valentina Vannino), la quale mensilmente viene estorta di una quantità di denaro dal boss di quartiere. Una vita quasi normale, come quella dei suoi amici, fatta di uscite serali, prime cotte e qualche sbandata. Ma la vita di Nicola, da sempre intenzionato a far sì che nessun negoziante del luogo debba più pagare il pizzo ai camorristi, di colpo viene stravolta. Il Dio denaro lo conduce verso strade sbagliate, verso scelte poco sensate e, soprattutto, verso un circolo vizioso dal quale difficilmente si può uscire.

Sebbene l’intento iniziale fosse del tutto positivo, quello che Nicola e i suoi amici si ritrovano a fare va ben al di là di ciò che è legale ed ammirevole: atti intimidatori, aggressioni, rapine ed anche omicidi per la lotta al potere, per avere la meglio sui camorristi che governano quella zona di Napoli. Un lungo inseguimento del bene attraverso il male, il raggiungimento di una giustizia terrestre attraverso una serie infinita di gravi errori. Sei ragazzini totalmente incoscienti ed ignari di ciò che stanno facendo, ma che non temono in alcun modo la morte o la prigione. Sei piccole vite che sono pronte a qualunque genere di sacrificio pur di arrivare a conquistare il potere nel Rione Sanità.

I ragazzi protagonisti de La paranza dei bambini
I ragazzi protagonisti de La paranza dei bambini

La dolcezza dell’amore e dell’amicizia si fondono con un racconto intriso di violenza 

All’interno di un racconto crudo e duro, la luce nella narrazione filtra attraverso la bellezza di un amore adolescenziale, nato senza paure e riserve ed attraverso il concetto di amicizia intesa come seconda famiglia. Lo spettatore viene colpito dalla profondità dei racconti e da come, improvvisamente, tra le varie azioni deprecabili si perda totalmente di vista l’età dei protagonisti. Gli unici istanti in cui ci si rende effettivamente conto di quanto piccoli siano i personaggi in questione sono quelli legati alla sfera più intima delle loro vite. L’amore, così come l’amicizia, rappresentano quelle vie di fuga essenziali perché non si perda mai di vista il fulcro della narrazione: sei adolescenti, sei ragazzini strappati alla bellezza dell’infanzia, si ritrovano a vestire i panni degli uomini adulti.

La storia d’amore con Letizia (interpretata dalla bellissima Viviana Aprea) confonde i ruoli, ribalta l’idea che lo spettatore si è creato del protagonista, umanizza Nicola e lo rende di nuovo bambino. Questo sentimento, unito alla profonda amicizia e al senso di lealtà che il ragazzo prova nei confronti dei compagni, conferiscono al pubblico un puzzle ben più articolato della situazione. Non ci si ritrova più a dover giudicare un ragazzino sfrontato ed incosciente, ma un quindicenne che si emoziona con le armi e gioca a fare l’uomo, come fosse tutto un gioco di società dove l’unica via possibile è la vittoria sugli altri e la conquista della propria porzione di mondo.

Francesco Di Napoli e Viviana Aprea in una scena del film - Ph. Simone Florena
Francesco Di Napoli e Viviana Aprea in una scena del film – Ph. Simone Florena

Il silenzio assenso genitoriale come lasciapassare per una vita votata al Dio denaro

Le azioni violente dei bambini, il loro totale abbandono della scuola paiono non destare troppa preoccupazione nelle famiglie, che, al contrario, sembrano quasi rincuorate da quelle entrare così sospette di soldi. Ad un bambino che viene ricoperto di soldi in poco tempo ed in modo totalmente sconsiderato, non corrisponde la figura genitoriale che ci si aspetta. Nessuna domanda, nessun rimprovero, nessuna indagine su come quel ragazzino poco più che quindicenne si ritrovi nel portafogli migliaia di euro. Al contrario, la madre rivede così ne proprio figlio la figura di padre di famiglia, quell’uomo ai suoi occhi ormai adulto ed in grado di portare avanti l’intera famiglia.

Emblematica, in tal senso, è la scena del film in cui la madre di Nicola gli cede la stanza da letto, accontentandosi di una più piccola: ormai è il figlio ad essere il capofamiglia, a lui si deve lo sfarzo di cui gode l’intero nucleo familiare, è lui che sa come gestire la vita di tutti i componenti. Lo spettatore si ritrova così a fare i conti con una nuova immagine di quella che è la vita di questi adolescenti malavitosi: non ci si ritrova necessariamente dinnanzi a famiglie che hanno nel proprio background esperienze camorristiche. Anche dall’erba buona può nascere l’erba cattiva, ma ciò che realmente stupisce è che nessuno pare interessato a sradicarla. Anzi, la si lascia crescere e la si alimenta con il beneplacito dei genitori, convinti che ormai il proprio figlio abbia scelto la strada del successo.

I ragazzi de La paranza dei bambini in una scena del film
I ragazzi de La paranza dei bambini in una scena del film

La durezza di una porzione di Napoli incontra la difficoltà di mettere in scena anche gli esempi positivi della città

La paranza dei bambini nasce da una testimonianza dello scrittore Roberto Saviano, il quale racconta vicende che non accadono soltanto nella Napoli dilaniata dalla camorra. La profondità del film messo in scena da Claudio Giovannesi, ed interpretato magistralmente da attori all’altezza del proprio ruolo, sta proprio nella capacità di disegnare addosso a ciascuno dei protagonisti l’impossibilità di sognare qualcosa che vada oltre lo spaccio di cocaina, le armi e la criminalità.

Il quadro che emerge dalla pellicola fa paura e induce a riflettere per varie ragioni: la prima, e fondamentale, parte dalla convinzione popolare che la “malavita” nasca solo ad una certa età e solo in alcune famiglie, quasi a voler rimarcare ancora una volta che da famiglie con esempi genitoriali positivi non possano sorgere casi di violenza. La seconda ragione, invece, parte da un presupposto di stampo politico: se a questi giovani non vengono dati i mezzi e la possibilità di sognare un futuro fiorente, carico di prospettive, se non li si istruisce nella maniera adeguata difficilmente questi adolescenti potranno pensare ad una vita diversa da quella offerta loro dai camorristi. Ma non solo. Se ad un minorenne offri soldi, potere e ricchezza, se lo allontani dalla scuola, dall’educazione, se lo trascini verso scorciatoie allettanti ed impensabili, quel ragazzino non farà altro che subire il fascino del denaro e si lascerà condurre verso vie più intriganti.

Quello che Saviano e Giovannesi, con la collaborazione dello scenografo Maurizio Braucci, mettono in scena è un dramma giovanile, un male curabile con l’istruzione, una ferita aperta e purulenta potenzialmente in grado di uccidere, ma arrestabile solo in possesso dei mezzi giusti. Un dolore non solo partenopeo, bensì mondiale, che purtroppo non riesce a dare il giusto spazio agli esempi positivi di Napoli: lo spettatore viene così investito da un’ondata di violenza che lo conduce, quasi in maniera automatica, verso un più facile pregiudizio, a discapito di una realtà che presenta innumerevoli qualità.

La paranza dei bambini, diretto da Claudio Giovannesi, con Francesco Di Napoli, Ar Tem, Viviana Aprea, Valentina Vannino, Pasquale Marotta, Luca Nacarlo, Carmine Pizzo, Ciro Pellecchia, Ciro Vecchione, Mattia Piano del Balzo, Aniello Arena, Roberto Carrano, Adam Jendoubi e con la partecipazione straordinaria di Renato Carpentieri, uscirà nelle sale il 13 febbraio 2019 distribuito da Vision Distribution.

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