Dalla Festa del Cinema di Roma la nostra recensione di Blitz, sesto atteso film di Steve McQueen con Saoirse Ronan e l’esordiente Elliott Heffernan: un family drama asciutto e sorprendentemente tradizionale che richiama, con classe, Dickens e l’immaginario spielberghiano
Blitz potrebbe rappresentare la svolta in cui Steve McQueen si è ufficialmente ammorbidito, specialmente in relazione ai vari Hunger, Shame, 12 Years a Slave, oppure solo un temporaneo cedimento ad uno stile di racconto meno viscerale. Solo il tempo potrà dirci la verità, ma nel frattempo mettiamo a verbale questo suo sesto lungometraggio che vede Saoirse Ronan e l’esordiente Elliott Heffernan come protagonisti di un dramma famigliare sullo sfondo dei bombardamenti tedeschi su Londra, tanto tradizionale nell’impianto narrativo quanto asciutto ed emozionante. Dickens e Spielberg sono lì, ad un passo.

Tornare a casa
1941. George (Elliott Heffernan) è un bambino di 9 anni nella Londra della Seconda Guerra Mondiale rasa al suolo dai bombardamenti tedeschi, che la madre Rita (Saoirse Ronan) ha deciso di mandare al sicuro nella campagna inglese. George, ribelle e determinato a tornare da sua madre e dal nonno Gerald (Paul Weller), si avventura verso casa dopo essere saltato giù da un treno in corsa mentre Rita, sconvolta, cerca il figlio scomparso. L’avventura di George e la ricerca disperata di Rita finiranno per intrecciarsi in una città devastata dal conflitto, in cui il pericolo è costantemente dietro l’angolo.

Il viaggio del (piccolo) eroe
Saper dirigere vuol dire anche tirar fuori lo straordinario dall’ordinario, la sorpresa da ciò che sulla carta non è poi così sorprendente. Se in Blitz Steve McQueen dimostra di saper dirigere è perché, nonostante si sia decisamente ammorbidito rispetto agli esordi, è ancora capace di lasciare il proprio segno autoriale anche in una storia fortemente derivativa come questa. Ne è una dimostrazione il modo in cui conduce il piccolo George nei meandri di un inferno urbano che ricorda tantissimo quello dickensiano, e in maniera meno aggressiva il calvario di 12 Years a Slave, e il modo implacabile e affatto consolatorio in cui mette in scena la violenza della guerra, con la sua insensatezza.
Pur ammorbiditi permangono il duro realismo e lo sguardo ossessivo verso i corpi martoriati e il dolore dei personaggi sulla scena, le ferite della distruzione bellica sono presenti e non lasciano scampo e anche quando McQueen ricorre a soluzioni ed echi più spielberghiani (il reincontro tra madre e figlio del finale) si avverte la sensazione di un film che non abbandona mai completamente la sua cupezza e lo sguardo disincantato sulla crudeltà di ogni conflitto, ma soprattutto sulla crudeltà dei piccoli atteggiamenti di ogni uomo o al contrario sullo spirito di umanità. Come nella scena nel rifugio anti-bombe, quando una coppia di razzisti ottusi costringe una famiglia indiana a tenere su un lenzuolo che li separi.
Un velo che separa la società oggi come ieri e che andrebbe squarciato o abbattuto, con la stessa forza che uno dei presenti utilizza nel strapparlo via e nel rinfacciare a chi lo aveva eretto la mancanza totale di umanità. Il piccolo viaggio dell’eroe di George (che è anch’egli nero, anche se all’inizio si rifiuta di sentirsi come tale) diventa allora la metafora del viaggio di accettazione e tolleranza di tutti, in questo caso amplificato dalla necessità comune di sopravvivenza di fronte alla guerra, ma traslato nella contemporaneità di un presente in cui la guerra è ancora tra noi (i richiami al movimento Black Lives Matter sono d’altronde evidenti).

Nel solco della tradizione
Blitz è però anche un’opera sul complesso rapporto tra genitori e figli, e sul modo in cui i primi a volte sbagliano nell’illusione di voler proteggere i secondi. McQueen costruisce allora un rapporto dicotomico di complicità e spaccatura insieme tra Rita e George, e nel dividerli geograficamente fa compiere loro un salto nel futuro quando sarà l’adolescenza (forse) ad accelerare questa separazione. Il regista premio Oscar britannico non dimentica però di usare i codici di una favola tradizionale, Dickens e Spielberg appunto ma anche un po’ di C.S. Lewis, e ne disegna i confini tracciandoli all’interno di un’arena costantemente pericolosa e insidiosa come la Londra dei primi anni ’40.
Quest’approccio così tradizionalista e a misura quasi di bambino potrebbe far storcere il naso ai puristi della prima volta, ma guardando indietro alla filmografia dello stesso McQueen si può notare come in realtà anche i film precedenti fossero un po’ della favole. Nerissime, ma pur sempre favole. Blitz quindi non ne snatura temi, argomenti o persino intenzioni se non nel come, grazie anche ad una ricostruzione scenografica e storica pregevoli, ad una buona gestione del ritmo e del pacing narrativi e ad un ottimo protagonista che trova nell’esordiente Elliott Heffernan. Una pellicola necessaria a coloro cui certi meccanismi di vita e umanità ancora sfuggono, e che quel telo vorrebbero tenerlo ancora su. Nonostante tutto.
| TITOLO | Blitz |
| REGIA | Steve McQueen |
| ATTORI | Saoirse Ronan, Elliott Heffernan, Paul Weller, Harris Dickinson, Benjamin Clementine, Kathy Burke, Stephen Graham, Leigh Gill, Mica Ricketts, CJ Beckford, Alex Jennings |
| USCITA | 22 novembre 2024 |
| DISTRIBUZIONE | Apple TV |
Tre stelle e mezza
























