Giulia Mutti, recensione di La testa fuori, un album ispirato che raccoglie anni di sacrifici

Giulia Mutti

La testa fuori è il debutto discografico di Giulia Mutti. Un album che raccoglie anni di sacrifici, tra porte chiuse in faccia e il sogno di fare musica portato avanti con tenacia. Arrangiamenti con venature rock che valorizzano la vocalità della cantautrice toscana per nove tracce ricche di vissuto e con una penna molto ispirata.

Un disco voluto, sudato, frutto di anni di sacrifici. Per questo doveva e non poteva non essere di spessore. La testa fuori è l’esordio discografico di Giulia Mutti, dopo l’ep Le favorite dello scorso anno. La cantautrice versiliese è reduce da due tentativi svaniti a poco dal traguardo per accedere all’Ariston per Sanremo Nuove Proposte, nonostante due brani molto validi ma che per motivazioni a noi sconosciute non sono stati apprezzati al punto da poter essere eseguiti sul palco più importante d’Italia. La testa fuori vede la produzione di Fabrizio Barbacci, produttore che ha lanciato artisti del calibro di Ligabue, Negrita e Il Cile. Arrangiamenti quindi con venature rock che valorizzano la vocalità di Giulia per nove tracce ricche di vissuto e con una penna molto ispirata.

La titletrack parla di litigi che portano a una separazione: di parole siamo sepolti vivi, ci siamo detti tutto con la consapevolezza che se piango solo io no, non funziona e che è necessario lasciarsi per riprendere in mano la propria vita, per tirare entrambi la testa fuori da una situazione di mancata condivisione di intenti. Romanzo cattivo mette da parte le favole, i principi azzurri e gli  amori da tv per una storia  che non ha paura di mostrarsi in pubblico anche se non è facile condurre un’esistenza fuori dagli schemi, in piena libertà, senza sentirsi in qualche modo influenzati dal giudizio di chi ci circonda: «Non rimpiangeremo la condotta buona né sopra né sotto le lenzuola, non siamo candidati al governo, cosa ce ne facciamo del consenso».

L’estate con me è stato il singolo lanciato la scorsa estate, con un videoclip molto azzeccato e con un titolo che purtroppo potrebbe essere adatto alla bella stagione 2020. Sotto le sonorità da tormentone si nasconde un testo molto ispirato che non lesina critiche sociali, dall’onesta che è un tatuaggio che va via dopo un lavaggio, di riconoscenza non sempre presa in considerazione perché non è di questo mondo la gratitudine, prima un dito, poi il braccio, poi ti prendono in ostaggio per concludere con un riferimento alle problematiche ambientali:il mare sa di plastica. Acciaio è il pezzo più intimo in cui la cantautrice si mette a nudo raccontando la sacrosanta verità che gli sbagli ci rendono umani. Un arrangiamento ben studiato che alterna momenti acustici a un ritornello in cui la voce sale raggiungendo picchi notevoli.

Lontana ha un arrangiamento dominato dalla batteria e dalla chitarra elettrica. Si parla della lontananza per conoscere se stessi, del lasciarsi alle spalle il passato per recuperare la propria quotidianità, per ricostruire dalle macerie di un rapporto o di un obbiettivo non raggiunto. Elettronica e ritmica nelle strofe per lasciare spazio a un ritornello rockeggiante per Le rovine di Pompei dove la protagonista si pone molti interrogativi di fronte a una relazione non più soddisfacente dopo molti passi falsi e dopo che l’abitudine a mettere una virgola al posto di un punto rendono più difficile guardare altrove.

Giulia Mutti - La testa fuori cover
Giulia Mutti – La testa fuori cover

Il piano apre Monet che commuove grazie alla dolcezza del testo e l’impostazione minimal ed acustica per l’unico pezzo da dedicare del disco: Siamo come tutte quelle star che non invecchiano, pezzi unici in un gran bazar. Riferimenti all’arte che sono una costante della scrittura della giovane cantautrice toscana, anche a livello grafico con il videoclip di Almeno tre, il brano più datato perché presentato per la kermesse sanremese nel 2018, dedicato alle donne, alla voglia di rivalsa dopo le cadute: per ogni cosa che ho dato senza avere ne voglio tre. Un posto per pochi è il piccolo capolavoro del disco: Ho scoperto che i pellerossa non sono adatti alla città e che il vento nella foresta suona l’armonica come Neil Young che ci sono tanti modi per dire resta a chi ami e che ci sono tanti luoghi ma accanto resta un posto per pochi. Basta questo ritornello per confermare la mia affermazione.

VOTO:

Lascia un commento

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui