Una stanza tutta per sé, recensione: l’educazione sentimentale di un adolescente israeliano

Una stanza tutta per sé - Yarden Bar-Kochba e Gilad Lederman
Una stanza tutta per sé - Yarden Bar-Kochba e Gilad Lederman

Ecco la nostra recensione di Una stanza tutta per sé, coming of age israeliano diretto da Matan Yair con protagonista il giovane ma interessante Gilad Lederman: un film delicato ma poco ispirato nel racconto

Nonostante il titolo italiano lo richiami Una stanza tutta per sé non ha nulla a che vedere col saggio omonimo di Virginia Woolf, ma piuttosto si rifà ai tanti coming of age che lo hanno preceduto da cui assorbe tema e argomenti, dimostrando al contempo una maggiore asciuttezza ma anche una maggiore piattezza e mancanza di originalità. Diretto dall’israeliano Matan Yair è anche una cartina di tornasole dello stato dell’industria filmica d’Israele, ma non solo.

Una stanza tutta per sé

Uri (Gilad Lederman) commette un errore nel suo colloquio per l’esercito: dice la verità. Dice che divide la stanza con la madre (Yarden Bar-Kochba), che il padre (Israel Bright) sta per lasciarli e che non crede di potersi adattare all’esercito. Al suo ultimo anno di liceo, Uri dovrà trovare la sua strada nella vita e una stanza tutta sua, complice anche un viaggio scolastico in Polonia al quale spera di partecipare.

Una stanza tutta per sé - Yarden Bar-Kochba e Gilad Lederman
Una stanza tutta per sé – Yarden Bar-Kochba e Gilad Lederman

I dolori del giovane Uri

Uri è un ragazzo estremamente problematico, abbandonato dal padre, estremamente longilineo quasi da far pensare ad una malnutrizione, molto acuto e intelligente ma anche piuttosto superficiale nelle domande che pone e che si pone. La sua figura viene delineata in maniera poco incisiva, perché è frutto di un rimescolamento di immaginari e di personaggi già portati sullo schermo in film ben più indimenticabili.

Nonostante infatti la durata esigua che arriva malapena gli 80 minuti, Una stanza tutta per sé non trova mai una dimensione di racconto originale o coinvolgente, arrivando a mescolare assieme i fantasmi dell’Olocausto, le tensioni familiari di superficie e perfino una celebrazione neanche troppo velata dell’esercito israeliano e della sua funzione salvifica e pacificatrice; in tutto questo il personaggio di Uri non riesce mai ad evolvere, rimanendo incastrato in un continuum di inconsistenza tanto diegetica quanto tematica.

Una stanza tutta per sé - Gilad Lederman
Una stanza tutta per sé – Gilad Lederman

Alla ricerca di un padre

Il gancio emotivo che però dovrebbe (e il condizionale è d’obbligo) tenere lo spettatore incollato allo schermo è la ricerca di una figura paterna da padre di Uri, il quale instaura un rapporto vagamente edipico con la madre mentre si prepara ai rifiuti del mondo. Un rapporto sulla carta molto interessante, e non solo per le tante possibili diversioni narratologiche che porta con sé, ma anche perché è in grado di intercettare quello che è poi il problema di gran parte della società israeliana: l’attaccamento al proprio passato, come un figlio che si attacca alla madre per l’appunto.

Una stanza tutta per sé aveva quindi l’occasione di fotografare la contemporaneità d’Israele attraverso la vicenda di Uri, passando cioè dal particolare all’universale ed evidenziando, attraverso i vari fallimenti di Uri stesso, il fallimento di un sistema che impone ai ragazzi di non poter decidere liberamente del proprio futuro. Tutto questo Matan Yair lo fa intendere, ma il film avrebbe avuto bisogno di maggiore intensità e maggiore forza espressiva affinché la dirompenza di un messaggio sociale e politico così incisivo potesse passare.

Una stanza tutta per sé - Gilad Lederman e Yarden Bar-Kochba
Una stanza tutta per sé – Gilad Lederman e Yarden Bar-Kochba

La sorpresa Gilad Lederman

Se la scrittura rimane timida e incapace di affondare il colpo, sorprende invece il comparto attoriale soprattutto nella persona di Gilad Lederman, protagonista del film che dà corpo, anima e voce ai tormenti di Uri. Una prova non del tutto matura ancora, ma che attraverso dei picchi emotivi di grande intensità suggellati da un finale dai tratti poetici riesce quantomeno a sopperire alla pochezza della sceneggiatura, nonostante neanche i dialoghi brillino per intraprendenza o profondità.

Una stanza tutta per sé si arena quindi sulle proprie ambizioni non corrisposte da una messa in scena fin troppo elementare e schematica e da un impianto drammaturgico che si rifugia nel coming of age per un eccesso di pigrizia; pigrizia peraltro che fa il paio con una critica sociale e politica alla politica militarista e reazionaria dello Stato d’Israele mai troppo convinta, anzi fin troppo opaca e nascosta. Perché è vero che il sottotesto è importante e le cose urlate perdono di potenza, ma non basta un sussurro all’interno di un uragano affinché il messaggio arrivi a chi di dovere.

Una stanza tutta per sé. Regia di Matan Yair con Gilad Lederman, Yarden Bar-Kochba e Israel Bright, uscito nelle sale giovedì 17 agosto distribuito da Wanted Cinema.

VOTO:

Due stelle

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