La recensione di Ragazzaccio, il film in cui Paolo Ruffini prova a raccontare il lockdown e la prima ondata di Covid-19 dal punto di vista di un bullo adolescente
Lockdown 2020
Mattia (Alessandro Bisegna) è un adolescente insofferente alle regole, arrabbiato con i suoi genitori (Massimo Ghini e Sabrina Impacciatore) e forse col mondo intero: un diciottenne che in molti definiscono “un bullo”. Nel silenzio ansiogeno della quarantena, Mattia passa le giornate chiuso nella sua stanza, tra una video lezione e uno scherzo di pessimo gusto con i suoi compagni. In questa situazione, però, Mattia scopre l’amore. E lo scopre attraverso l’unico modo di comunicare ai tempi del virus: i social network e la DaD.
Non solo l’amore che gli insegna Lucia (Jenny De Nucci), l’idealista e ribelle rappresentante d’istituto, ma anche l’amore per sé stessi e per la bellezza, che cerca di raccontargli il suo professore di Letteratura (Giuseppe Fiorello). È così che Mattia trova la voglia di riscattarsi e di ricominciare.
Buon cast
Ragazzaccio, girato da Paolo Ruffini in una sola settimana in un’unica location e interamente in interno, conta su un cast eterogeneo e di qualità. Massimo Ghini e Sabrina Impacciatore mettono la loro esperienza al servizio della sceneggiatura, ma a stupire positivamente è soprattutto la naturalezza dei giovani Alessandro Bisegna e Jenny De Nucci. Il primo riesce con semplicità a rappresentare quel fragile mondo che accumuna molti adolescenti, fatto di difficoltà comunicative e mancanza di ascolto. La seconda appare fresca e spontanea mentre si batte per i suoi ideali, è un’amica leale e una ragazza di cui è facile innamorarsi.

Troppe frasi fatte
La pellicola prova a raccontare la prima ondata di Covid-19, il lockdown e le difficoltà della reclusione forzata dal punto di vista di un bullo adolescente. Mattia subisce una vera metamorfosi dall’inizio alla fine della storia: il Coronavirus lo spinge a riflettere – complice l’influenza di un insegnante particolarmente brillante, in stile L’attimo fuggente – ma a cambiarlo sul serio è un altro fattore: l’amore. Il ragazzo si innamora della sua Lucia e questo, semplicemente, lo spinge a migliorarsi. Una conoscenza che nasce per forza di cose in modo “virtuale”, con una quotidianità fatta di videochiamate e messaggi, fino a sfociare in un tanto agognato incontro “in presenza”. Dinamiche che lo spettatore non faticherà a ricordare.
Lockdown da diversi punti di vista
Il linguaggio scelto per questo racconto della pandemia prova a descriverla attraverso diversi punti di vista: quello del padre, infermiere massacrato dai lunghi turni in ospedale e frustrato per l’impossibilità di assistete adeguatamente tutti i pazienti; quello della madre, emotiva e spaventata dalla pandemia ma anche troppo disinteressata al figlio; quella del figlio, che si trova a fare i conti con didattica a distanza e lunghe giornate passate davanti ai videogiochi.
Retorica e luoghi comuni
La storia appare realistica e teoricamente interessante. Gradevole anche la colonna sonora firmata da Claudia Campolongo e Gianluca Sambataro, con un brano originale di Francesco Sarcina . Peccato però che il film vada ad incagliarsi troppo spesso in luoghi comuni, frasi fatte e considerazioni fini a se stesse (da “Se sei spettatore il tempo passa, se sei protagonista il tempo arriva” a “Il Covid è tipo un bullo, basta un po’ d’amore e se ne va”). Nessun personaggio possiede un reale spessore, mentre gli amici di Mattia sono relegati a fastidiose macchiette. La sceneggiatura non possiede alcun guizzo, rischiando così di essere dimenticato fin troppo in fretta.
Ragazzaccio, distribuito da Adler Entertainment e Minerva Pictures, arriva nelle sale il 3 novembre. Diretto da Paolo Ruffini, il cast è formato da Giuseppe Fiorello, Massimo Ghini, Sabrina Impacciatore, Alessandro Bisegna e Jenny De Nucci.

























