Light of my life, recensione: disaster movie carico di umanità

Light of my life, recensione

Casey Affleck debutta alla regia con Light of my life accanto alla giovane promessa Anna Pniowsky: il suo disaster movie, presentato ad Alice nella città, è carico di umanità e regala intense emozioni.

Un mondo senza donne

Un virus misterioso e letale ha sterminato la maggior parte della popolazione femminile. La piccola Rag (Anna Pniowsky) è riuscita a sopravvivere ma è costretta a fuggire insieme al padre (Casey Affleck) per scampare alla brutalità degli altri uomini, diventati famelici predatori proprio a causa dell’assenza delle donne. In una vita fatta di vagabondaggio, padre e figlia cercano di cavarsela come meglio possono: Rag finge di essere un maschio e il papà le racconta storie bellissime per farla sentire meno sola dopo la morte di sua madre (Elisabeth Moss). Un giorno però arrivano in una casa abitata da un uomo particolarmente buono e religioso (Tom Bower), il che li spinge a vedere la realtà con occhi diversi ma anche ad abbassare pericolosamente la guardia.

Protagonista intenso e dai contorni decisi

Casey Affleck, dopo il successo (e l’Oscar) ottenuto con Manchester by the sea, torna a vestire i panni di un personaggio intenso e dai contorni decisi. L’attore riesce a rendere bene le sfumature che costituiscono la vera ricchezza del protagonista di Light of my life. In uno scenario post-apocalittico in cui le donne sono quasi scomparse dalla faccia della terra, la sua priorità è quella di salvaguardare sua figlia costi quel che costi. Affleck è un papà premuroso e dolce che vuole rispondere ad ogni domanda della figlia ma che sa anche attingere alla disperazione quando si sente minacciato. Emozionante la scena in cui viene braccato da persone che vogliono prendere la sua Rag: come un animale ferito e in gabbia, in lui è la furia brutale a prevalere.

Light of my life: Casey Affleck e Anna Pniowsky in una scena del film
Casey Affleck e Anna Pniowsky in una scena del film

Una giovane stella

Nella pellicola non sfigura nemmeno la piccola Anna Pniowsky. Il suo compito è quello di rappresentare una bambina che vorrebbe vivere l’infanzia che le è stata strappata via. Oltre a non possedere nulla, Rag deve fingersi un maschio per evitare di essere separata da suo padre. Una prova dura, resa possibile da un’interpretazione fresca ma al tempo stesso intensa. Commovente la sua gioia nel vedere vestiti femminili, giocattoli, un letto e dei confort che lei purtroppo può solo sognare. Gli occhi della giovane attrice riescono ad esprimere il disagio, la paura, la pietà ma anche l’infinito amore per suo padre e lo strettissimo filo che ormai li unisce l’uno con l’altra.

Esordio alla regia per Casey Affleck

La regia di Affleck è delicata – a supporto di una sceneggiatura fatta soprattutto di dialoghi e dinamiche affettive – e lascia ampio spazio alla natura. Tra nevi e vallate sconfinate, il pellegrinaggio dei due personaggi appare come una metafora di tutte le difficoltà che l’umanità è costretta ad affrontare. Le parole sono fitte ed intime, pronte ad esplorare un micro-universo mutevole e pieno di insidie. “È molto pericoloso essere una donna”, afferma Affleck in una scena. La figlia infatti è destinata a crescere e il suo ‘problema’ diventerà per questo sempre più grande. Così, tra maschi famelici e il ciclo della vita pronto ad essere messo in crisi, la pellicola mostra una dimensione intima e primordiale che regala intense emozioni.

Light of my life ha chiuso la 17ª edizione di Alice nella Città, sezione utonoma e indipendente della Festa del Cinema di Roma, ed esce nelle sale italiane il 21 novembre 2019 distribuito da Notorious Pictures.

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