La nostra recensione di Sopravvissuti, opera prima di Guillaume Renusson vincitrice dello scorso Rome Independent Film festival con Denis Ménochet e Zar Amir Ebrahimi: un bel survival thriller che si nutre dei boschi e della neve, dove il male proviene dall’intolleranza
Ogni tanto film come Sopravvissuti fanno capolino in sala per ricordarci di come il cinema, specialmente quando ha una logica e una ragione dietro, possa far luce sugli angoli oscuri della società nel modo più semplice e diretto possibile. L’esordio di Guillaume Renusson non è infatti nient’altro che una caccia all’uomo, o meglio alla donna, di grande semplicità formale e interpretata dai bravissimi Denis Ménochet e Zar Amir Ebrahimi che però sa come sfruttare perfettamente i topos del cinema di genere a cui appartiene. Nel farlo, di sottotesto, lancia più di una stoccatina a certe ideologie nazionaliste becere e ai loro propositori, perché ci e gli ricorda quanto poco ci voglia a separare gli uomini dalle bestie.

Fuga verso il confine
Samuel (Denis Ménochet) è sopravvissuto ad un incidente stradale in cui è morta sua moglie e, dopo aver lasciato la figlia dal fratello, torna per la prima volta nello chalet di montagna in territorio italiano dove hanno trascorso dei bei momenti insieme. Qui ha trovato rifugio Chehreh (Zar Amir Ebrahimi), una profuga afgana sfuggita ad una retata della polizia. Dopo un’iniziale intenzione di disinteressarsi della sua sorte, Samuel decide di esserle d’aiuto per attraversare il confine e giungere in Francia. I due dovranno lottare non solo con la Natura avversa, ma anche con dei cacciatori di migranti disposti a tutto pur di fermare Chehreh.

Uomini e natura
Lo abbiamo scritto all’inizio, lo ribadiamo ora. Sopravvissuti è una storia, appunto, di sopravvivenza senza fronzoli o masturbazioni intellettuali inutili e deleterie. Un uomo, una donna, una natura più spietata che matrigna e altre tre persone che danno loro la caccia. Si ritorna alla semplicità del Duel di Spielberg, qui in chiave meno manichea per fortuna, alla forza di un cinema lucido nell’inseguire la paura, il dubbio, la tensione emotiva e quella dei corpi. Un cinema che per l’appunto ha a che fare con la neve, con la forza degli elementi naturali, con la volontà dell’uomo di sopravvivere a delle condizione estreme ma anche, in questo caso, di dover scampare alla cieca intolleranza.
Il rapporto che si instaura tra Samuel e Chehreh è inoltre legato a doppio filo al tema della paternità, poiché il primo diventa un vero e proprio angelo custode di questa giovane ragazza afgana in fuga dalla guerra verso la speranza di una vita migliore. Samuel, che scopriamo subito essere un padre assente nei confronti di sua figlia, si ritrova perciò davanti ad una seconda possibilità, ad una possibile redenzione. Dall’altra parte, però, si stagliano minacciosi i tre veri antagonisti di Sopravvissuti, i quali rappresentano un mondo divisivo e ostile, ben più di quello che Chehreh si è lasciata alle spalle in Afghanistan.

Un racconto di tante anime
C’è ovviamente la componente da survival thriller in Sopravvissuti che la fa da padrona, almeno dal secondo atto in poi, ma non è l’unica. Perché l’opera prima di Guillaume Renusson porta in dote con sé l’anima del western, quella del dramma intimista e piscologico, persino in un paio di momenti quella del film catastrofico. È un racconto che fa della basicità il proprio punto di forza, dell’uso alternato dei campi lunghi per suggerire profondità e potenza della natura ai primissimi piani per dare il senso di una fuga che diventa claustrofobica, schiacciata dai muri di una casa nel finale.
Renusson torna quindi alle origini di tutto, spoglia i propri personaggi di ogni velleità politica, li fa tornare nel brodo primordiale del fuoco acceso per riscaldarsi nel bosco e scacciare così le ombre della notte. Li prende i suoi due protagonisti, li conduce attraverso l’inferno alla ricerca di una salvezza forse ancora possibile. E se ci riesce è soprattutto merito di Denis Ménochet e Zar Amir Ebrahimi, entrambi perfetti nel recitare senza abbellimenti, togliendo, scartando il superfluo, restando alla sostanza (che non vuol dire però superficie). Lavorando, così, come il resto del film: brutale, tesissimo, efficace, a suo modo capace di alzare la temperatura emotiva in un’incontro tra un padre e una figlia non di sangue, tra due sopravvissuti.
| TITOLO | Sopravvissuti |
| REGIA | Guillaume Renusson |
| ATTORI | Denis Ménochet, Zahra Amir Ebrahimi, Victoire Du Bois, Oscar Copp, Luca Terracciano |
| USCITA | 21 marzo 2024 |
| DISTRIBUZIONE | No Mad Entertainment |
Tre stelle e mezza
























