Honey Boy, recensione: Shia LaBeouf sfida e racconta se stesso

Honey Boy è il film di Shia LaBeouf implicitamente autobiografico che come una pagina di diario si pone tra vita e carriera: premiato all’edizione 2019 del Sundance Film Festival, verrà distribuito da Amazon Studios dal 27 febbraio 2020.

Percorsi di vita

Honey Boy racconta la vita di Shia LaBeouf, dalla burrascosa infanzia fino all’età adulta. La pellicola vede l’attore lottare in tutti i modi per trovare una riconciliazione e un punto di incontro con il padre (ma colpevolizzato del tutto), oltre a portare a galla il passaggio dall’infanzia alla celebrità e i successivi momenti della riabilitazione e della guarigione. Tratto da una sceneggiatura che il talentuoso e controverso attore Shia LaBeouf ha scritto ispirandosi alle proprie esperienze personali, il film è stato premiato all’edizione 2019 del Sundance Film Festival.

Tra carriera e crescita personale

Honey Boy si pone come un prodotto indipendente che vuole essere distante dagli stereotipi di genere, nonostante una narratività incalzante che si esprime in un continuo movimento. Il protagonista riflette i desideri dell’uomo nei confronti della società e il rapporto con il padre diventa l’incipit per affrontare un discorso molto più ampio che a tratti viene compreso. Di fondo, resta il viaggio inteso come metafora di crescita. Cosa significa arrivare al successo, per un ragazzo di periferia? Shia LaBeouf prova a rispondere al quesito raccontando tutto ciò che lui stesso ha dovuto sperimentare sulla sua pelle. Una volta divenuto una star televisiva per bambini, la vita è diventata tutt’altro che semplice. A quel punto si può solo crollare o diventare più forti e l’attore, a quanto mostra nel film dedicato alla sua storia, ha saputo (e dovuto) passare attraverso ad entrambe le condizioni.

Honey Boy
Honey Boy – Lucas Hedges

Processo creativo e performativo

Il lavoro sul personaggio e la sua crescita ed evoluzione diventano processo creativo e performativo stesso, in cui grazie all’esperienza recitativa maturata nel corso degli anni Shia LaBeouf si pone come concorrente ed acerrimo nemico allo stesso tempo. L’Honey Boy del suo film è un ragazzo energico, adrenalinico e angosciato dall’esistenza, con un padre assente e lontano dagli aspetti più intimi della sua vita. Sebbene la pellicola rientri in un certo senso nella categoria dei biopic, in questo caso è l’atipicità a farla da padrone. Non c’è una vera celebrazione come avviene ad esempio in Rocketman: semmai si mostra un percorso, una metamorfosi, un processo di crescita.

Un film intimo

In questa dimensione completamente alienata Honey Boy si pone come un’azione catartica di Shia LaBeouf nei confronti della sua carriera e del suo percorso personale, intimo nella storia ma poco empatico verso uno spettatore che guarda passivamente senza mai essere coinvolto del tutto. Apprezzabile lo stile fresco, originale e innovativo ma sicuramente troppo intimo per un pubblico che si aspetta di vedere qualcosa di più, come il raggiungimento di un apice mai espresso nello sguardo troppo teso ed isterico di un uomo in evidente lotta con se stesso. Resta ammirevole, tuttavia, la capacità della regista Alma Har’el nello sfruttare ogni espediente a fini narrativi. Il diario che consegna alla sua terapista, il telefono col quale il ragazzino ascolta un litigio tra i genitori: ogni oggetto e ogni scena compongono lo script, senza rinunciare all’intensità né ad ammirevoli punte di commozione.

Honey Boy è stato presentato in anteprima alla 14ª edizione della Festa del Cinema di Roma e verrà distribuito da Amazon Studios dal 27 febbraio 2020. Diretto da Alma Har’el, il cast vanta i nomi di Shia LaBeouf, Lucas Hedges, Noah Jupe, FKA twigs, Natasha Lyonne e Martin Starr.

(Recensione a cura di Damiano Salvatore Antonini e Raffaella Mazzei)

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