La nostra recensione di La stanza di Mariana, diretto da Emmanuel Finkiel, adattamento cinematografico del romanzo Fiori nelle tenebre di Aharon Appelfeld: il cinema dell’ascolto di tra le pieghe della storia e il silenzio della sopravvivenza
Dopo l’esperienza di La Douleur, il regista Emmanuel Finkiel torna a misurarsi con la memoria e l’orrore della Seconda Guerra Mondiale, portando sul grande schermo La stanza di Mariana, l’adattamento del romanzo Fiori nelle tenebre di Aharon Appelfeld. Distribuito da PiperFilm, l’opera scava nel profondo del trauma ed è un progetto che il regista ha abbracciato ritrovandovi echi personali legati alla storia di suo padre. Ambientato in un’Ucraina del 1943 martoriata dal conflitto – ma ricostruita a Budapest a causa dell’attuale situazione bellica russa – il film si allontana dalla rappresentazione frontale della tragedia per chiudersi in un’intercapedine dell’esistenza.

La maternità per sottrazione e il rifugio nel postribolo
La narrazione prende il via da un gesto di disperata rottura. Yulia (Julia Goldberg), stretta nella morsa della paura per l’imminente deportazione, compie l’atto più doloroso: separarsi dal figlio dodicenne Hugo (Artem Kyryk). Lo strappo non è un atto di abbandono, ma una necessaria strategia di salvezza che trasforma la maternità in una disciplina della distanza. Il bambino viene affidato a Mariana (Mélanie Thierry), amica d’infanzia di Yulia che di mestiere fa la prostituta.
Il nascondiglio scelto è uno stanzino senza finestre, adiacente alla camera da letto dove Mariana riceve i clienti. Qui, Hugo deve imparare la prima legge di un mondo che ha smesso di essere tale: sparire senza morire. La vita del ragazzo si riduce al minimo, il suo respiro diventa una colpa potenziale e ogni battito del cuore un tamburo che rischia di tradirlo. In questa reclusione forzata, l’infanzia viene sacrificata sull’altare della clandestinità, trasformando il corpo in un’ombra che abita il rovescio della luce.

Un’educazione alla sparizione: il bordello come osservatorio
Dallo spiraglio di un muro, Hugo osserva il mondo esterno attraverso frammenti sfocati. Il suo sguardo sulla realtà è mediato da ansimi, sussurri, grida e conversazioni rubate alla vita adulta che si consuma nel bordello: il contrasto è brutale. Mentre fuori infuria la storia con i suoi massacri, dentro le mura del postribolo si consumano i misteri e le bassezze degli adulti. Hugo attraversa un’educazione forzata alla sparizione, passando da uno stato di natura a uno di cultura attraverso la sola facoltà dell’ascolto e dell’osservazione parziale.
Il legame che si instaura tra il giovane e Mariana è complesso, privo di facili sentimentalismi. È un rapporto fatto di lealtà e devozione, ma anche di zone d’ombra e compromessi necessari. La regia di Finkiel è rigorosa nel non cercare mai la scorciatoia emotiva e la clandestinità viene rappresentata per quello che è: una condizione instabile che altera la percezione stessa del reale, dove la cura si mescola al calcolo e alla paura costante della delazione.

Il cinema dell’attesa e la pressione del tempo
Finkiel costruisce un dispositivo formale fondato sulla sottrazione: la storia non viene mostrata, ma fatta sentire come una pressione continua sui polmoni. L’orrore resta quasi sempre fuori campo, eppure governa ogni gesto quotidiano: una porta che cigola o un bicchiere posato con troppa forza diventano segnali di un’imminente minaccia. Il montaggio lavora sulle durate, dilatando il tempo fino a farlo diventare materia morale. I mesi non scorrono, si sedimentano pesantemente sul corpo di Hugo, registrando la metamorfosi di un essere umano che, restando fermo, cambia il proprio statuto identitario.
Nonostante una prima parte dove si afferma in modo convincente un’idea di fondo potente, nella seconda metà l’opera sembra farsi eccessivamente guardinga: ma il minimo comune denominatore di entrambe è la lentezza. La violenza umana che attraversa la vicenda, pur restando costante, non assume mai del tutto quel tratto ripugnante o quella coloritura infernale che il contesto suggerirebbe. Si avverte una sorta di eccessiva cautela nel raccontare il “mito della caduta”, sebbene resti proprio in quel fischio finale l’unica luce possibile su un mistero altrimenti impenetrabile.

Una riflessione severa sulla persistenza del male
La stanza di Mariana si distingue per essere un film severo, asciutto e privo di retorica: non confida nella commozione automatica, ma impone allo spettatore un regime percettivo faticoso, quasi fisico, e soprattutto ha un ritmo molto lento, spesso troppo, sin dall’inizio.
La stanza smette di essere un luogo fisico per diventare una misura del tempo e del trauma accumulato. Hugo non cresce nel senso tradizionale del termine, ma si stratifica, accumulando minuti che non passano mai in un’educazione alla sopravvivenza che non ha la forma del racconto, ma quella della permanenza silenziosa.
In definitiva, l’opera di Finkiel ci restituisce l’esperienza della guerra come una lunga attesa, dove la vita deve farsi piccola per non essere schiacciata dalla Storia, lasciando il senso del film non nella cronaca dell’orrore, ma nella sua persistente e silenziosa ombra sul privato.
| TITOLO | La stanza di Mariana |
| REGIA | Emmanuel Finkiel |
| ATTORI | Mélanie Thierry, Artem Kyryk, Julia Goldberg, Yona Rozenkier, Minou Monfared |
| USCITA | 27 gennaio 2026 |
| DISTRIBUZIONE | PiperFilm |
Due stelle e mezza

























