La nostra recensione di Becoming Karl Lagerfeld, miniserie biopic di Disney+ che racconta il processo di creazione del Kaiser dell’alta moda: uno straordinario Daniel Brühl è il cuore di un’operazione che scava nel profondo del genio tedesco, restituendone la complessità
Se Becoming Karl Lagerfeld riesce nell’impresa non semplice di restituirci la complessità e la tridimensionalità del grande stilista tedesco, il merito è soprattutto di Daniel Brühl. È lui il perno, il collante che tiene assieme la nuova miniserie Disney+ che racconta i dieci anni decisivi (tra il 1972 e il 1981) affinché Karl potesse diventare Karl Lagerfeld, il Kaiser dell’alta moda. Un genio innovatore e folle, contraddittorio come la propria arte e ammantato di un’algidità elegante e apparentemente impenetrabile, a cui però la sceneggiatura di Isaure Pisani-Ferry, Jennifer Have e Raphaëlle Bacqué e la grande interpretazione di Brühl regalano un’umanità e una tridimensionalità necessarie.

KL come Karl Lagerfeld
Nel 1972 Karl Lagerfeld (Daniel Brühl) ha 38 anni e non porta ancora il suo iconico taglio di capelli. È uno stilista di prêt-à-porter, sconosciuto al grande pubblico. Quando incontra e si innamora del sensuale Jacques de Bascher (Théodore Pellerin), un giovane dandy ambizioso e problematico, il più misterioso degli stilisti osa sfidare il suo amico (e rivale) Yves Saint Laurent (Arnaud Valois), genio dell’haute couture sostenuto dal discusso uomo d’affari Pierre Bergé (Alex Lutz).
Nel cuore degli anni ’70 a Parigi, Monaco e Roma, seguiamo la crescita formidabile di questa personalità complessa e iconica della couture parigina, già spinta dall’ambizione di diventare l’imperatore della moda. Tra glamour e conflitti personali, feste grandiose e passioni distruttive, la storia di come Karl diventerà Karl Lagerfeld passerà per sconfitte abissali e soprattutto grandi trionfi.

I mille volti di Karl
È sempre difficilissimo immergersi in delle narrazioni così complesse, tentacolari e labirintiche come quelle dei biopic, specialmente quando le figure che raccontano non si prestano affatto al racconto agiografico o celebrativo. È il caso di Karl Lagerfeld, il Kaiser dell’haute couture, che in Becoming Karl Lagerfeld diventa protagonista di una vera e propria epopea ottocentesca fatta di amore, ambizione e desiderio, tradimento, cadute rovinose e successi. Una vita, un’arte, un corpo e un’anima completamente eviscerati al servizio di uno spettacolo che freme di passione come i suoi protagonisti e in cui eros, pathos e thanatos si rincorrono ossessivamente senza sosta.
Il punto di forza di questo biopic così incendiario e acido sta proprio nel suo rifiuto di moralità, nel suo voler osare in termini di rappresentazione della carne e del sesso, specialmente gay (orge, sadomaso, incontri clandestini in strada) senza però risultare mai gratuito, ma anzi raccontando con un parallelismo azzeccato il desiderio di libertà e di espressione della comunità omosessuale parigina degli anni ’70 e di Lagerfeld stesso all’interno dell’asfissiante mondo dell’haute couture. In Becoming Karl Lagerfeld la moda non è più il paradiso della creatività, dell’eleganza e del genio ma un vero e proprio covo di serpi disposte a tutto pur di emergere, un girone dantesco in cui non c’è traccia di fedeltà o amicizia.
Questa rappresentazione così distorta – ma onesta al tempo stesso – permette alla sceneggiatura di puntellare tutti i turning point della storia modellandoli sul volto del genio creativo tedesco, il quale si fa maschera di rabbia, indolenza, dolore, amore, passione, felicità e rimpianto, alle volte nel giro di pochissimi beat. Daniel Brühl compie un lavoro prodigioso di immedesimazione, restituendoci un Lagerfeld nella sua più totale umanità con tutte le sue contraddizioni, ed è per fortuna coadiuvato da un cast in grande forma su cui spiccano il dolente Jacques de Bascher di Théodore Pellerin e l’infingardo, potente e schiavo della propria gelosia Pierre Bergé di Alex Lutz.

Amore, moda, ossessione
La chimica sessuale, piscologica e sentimentale tra Brühl e Pellerin è l’elemento incendiario che permette a Becoming Karl Lagerfeld di poter esplorare l’abisso dell’ossessione e del desiderio, ma è anche la cartina di tornasole perfetta della relazione tra Lagerfeld, il proprio lavoro e il proprio talento. Nell’arena della Parigi anni ’70 infatti non c’è spazio per il dubbio, per la debolezza, per l’incertezza; è un vero e proprio Colosseo di creativi, grafici, stilisti, giornalisti, star glorificate o dimenticate che lottano per poter sopravvivere, mentre il mondo lì fuori vorrebbe poter essere al loro posto, vorrebbe poter essere loro.
Nei sei episodi che compongono il racconto non c’è quindi mai spazio per respirare, per far defluire le conseguenze delle azioni e dei peccati commessi, ed è forse l’unico neo di una miniserie altrimenti impeccabile, spietata ma anche misericordiosa con alcuni suoi personaggi, oscura ma anche piena della luce che viene da quei pochi scampoli di bellezza che intravediamo tra una prova costume e una passerella. L’unica speranza ora è che la storia possa proseguire, anche perché c’è ancora tanto da raccontare di Karl, di Jacques, di Yves, di Pierre e di quell’arte che li ha fatti nascere, li ha svezzati, li ha accuditi, li ha resi grandi e poi li ha portati sul baratro della distruzione.
| TITOLO | Becoming Karl Lagerfeld |
| REGIA | Audrey Estrougo, Jérôme Salle |
| ATTORI | Daniel Brühl, Théodore Pellerin, Arnaud Valois, Alex Lutz, Agnès Jaoui, Sunnyi Melles, Théodora Breux, Jeanne Damas, Claire Laffut, Paul Spera, Carmen Giardina |
| USCITA | 7 giugno 2024 |
| DISTRIBUZIONE | Disney+ |
Quattro stelle

























