The Handmaid’s Tale 2×05, Seeds, la recensione: i semi della Speranza

The Handmaid's Tale 2x05
Una scena tratta dalla seconda stagione di The Handmaid's Tale, la serie targata Hulu ispirata al romanzo di Margaret Atwood

Con l’episodio 2×05 di The Handmaid’s Tale riprendiamo il viaggio nella psiche alienata di June, ormai totalmente succube e assente a sé. Mentre la grande parata dell’orrore continua a Gilead, il nostro sguardo si sposta ancora sulle Colonie, dove l’Amore riesce a fiorire pur tra orrore e morte. Ed è proprio l’amore, in ultimo, ad essere baluardo di Resistenza e Speranza.

Sottomissione

La seconda stagione di The Handmaid’s Tale continua con un episodio lento, dalle tinte fosche e allucinate. L’azione è bloccata, di fatto non accade granché dalla 2×04 in termini di intreccio e così anche nella quinta puntata, intitolata Seeds (Semi). Tutto si gioca allora nell’introspezione, nell’analisi morbosa e ravvicinata della psiche di June (Elisabeth Moss), che ritroviamo come l’avevamo lasciata, totalmente alienata da sé e assoggettata. Ce lo ricorda anche Zia Lydia (Ann Dowd): sottomettere l’Ancella non è stato facile, ma infine Gilead e la sua retorica sembra aver avuto la meglio. June ha rinnegato se stessa fino ad assorbire Difred, quell’orrendo patronimico simbolo della sua schiavitù, fino a diventare definitivamente “Di-Fred”. Di qualcun altro. La protagonista non ha più pensieri, desideri, bisogni: come un automa, un burattino legato con fil di ferro alle mani di un Dio crudele, si muove solo nello spazio che le è concesso e dice solo ciò che sarebbe accettabile e giusto dire se l’Occhio di Gilead la stesse davvero guardando in ogni momento. June non c’è più. C’è solo l’Ancella.

Fuga dalla realtà

Il meccanismo di autodifesa scattato nella mente di June la porta fintanto a non ammettere a se stessa ciò che sta accadendo. L’episodio, infrangendo nello stile della serie un altro tabù, ci esibisce in tutta la sua crudezza un momento traumatico per qualunque donna stia affrontando una gravidanza: il rischio di un aborto. Il tutto è raccontato senza parole, senza pensieri: non ascoltiamo quello che June pensa e prova, perché non ha più pensieri, non può più tradurre in parole il dolore che sente e che l’ha soverchiata. Assistiamo sconvolti a tutto, angosciati e turbati dal mutismo, dai gesti meccanici e da quel sangue che ci viene mostrato, unico indizio di quel che sta davvero accadendo e di cui solo lo spettatore pare davvero rendersi conto. Fino alla fine la protagonista preclude a se stessa la verità, incapace di affrontare le conseguenze di ciò che sta succedendo. Semplicemente è tutto troppo, ora che anche quel bambino potrebbe esserle strappato via, ancor prima del tempo.

The Handmaid's Tale 2x05
Elisabeth Moss è June in The Handmaid’s Tale

Janine ed Emily, tra illusioni e dura verità

Il quinto episodio della seconda stagione di The Handmaid’s Tale ci trasporta poi, ancora, nelle Colonie, i territori alle porte di Gilead dove le non-donne sono detenute in veri e propri campi di concentramento e costrette a smaltire rifiuti tossici, tra malattie, sofferenze e abusi. Qui le donne sono disumanizzate, ridotte alle condizioni di bestie da soma e, infine, macello. Si lavora, ci si ammala e poi si muore, come ricorda Emily (Alexis Bledel) a Janine (Madeline Brewer). Le due ex-Ancelle sono portatrici ognuna di una visione diversa della realtà che le circonda. Janine sembra vivere in una sorta di autoinganno perenne, una bolla dorata attraverso la quale ciò che vive viene distorto e reso più accettabile: è anch’ella alienata, proprio come June ora, incapace di affrontare la cruda verità, quella di un futuro in cui le uniche prospettive sono sfruttamento e morte, come le ricorda invece Emily, resa dura e disillusa dopo la serie indicibile di violenza a cui è stata sottoposta. Emily vuole sbattere in faccia all’amica la cruda verità: un Inferno ricoperto da fiori resta pur sempre un Inferno.

l’Amore negato come Resistenza

Eppure, la delicata ingenuità con cui Janine, imperterrita, continua a perseguire il suo ideale e le sue illusioni sul futuro e su un Dio che la protegge, ci conquista e conquista la durezza di Emily, che capisce il valore e la necessità di continuare a sforzarsi, nonostante tutto, pur nella miseria e nell’orrore, di restare umani. Cosa significa questo? Semplicemente non permettere che Gilead e la sua retorica di morte ricopra davvero tutto, coltivando spazi – seppur così fragili – dove l’amore, gli affetti e la sorellanza possano continuare a resistere, non solo per una presunta speranza da preservare, ma soprattutto affinché non si perda la dignità di esseri umani. Nel matrimonio tra due schiave, celebrato sul punto di morte di una di loro, la dimensione rituale rientra nella serie, ma totalmente ribaltata: siamo abituati alla ritualità distorta e vuota di Gilead, mentre qui la religiosità torna in termini puri e genuini, conferendo alla scena una delicatezza che commuove. In questo matrimonio-funerale, nei canti e nelle preghiere in ebraico emerge un desiderio di continuare a mantenersi umani, a tramandare civiltà e preservare la dignità di ogni creatura. In una parola: resistenza.

The Handmaid's Tale 2x05
Gli affetti continuano a sorgere anche nella miseria delle Colonie (The Handmaid’s Tale 2×05)

L’Amore “cristiano” e deviato di Gilead

A fronte di quello che abbiamo appena detto, la cerimonia di Gilead a cui assistiamo in questa puntata risulta ancora più traumatica. Pensavamo di aver visto tutto, ma The Handmaid’s Tale smentisce episodio dopo episodio questa convinzione, spingendoci sempre di più nel fondo dell’angoscia. Quella che sembra una semplice cerimonia di premiazione degli uomini più valorosi del regime si trasforma sotto gli occhi agghiacciati dello spettatore in un matrimonio combinato. Sarebbe già inquietante così, ma non è tutto. Mentre le parole del Predicatore, intento a leggere il brano tratto dalla Genesi che descrive l’origine dell’istituzione del matrimonio, risuonano nella sala, alcune donne completamente velate entrano, una per ogni uomo. L’orrore ci avvolge quando scopriamo che sono bambine. Gli applausi e gli sguardi zuccherosi e commossi della platea ci disturbano e travolgono in una vera e propria parata dell’orrore. Davanti alla realtà – viva ancora oggi – delle “spose bambine” negli USA, dove in molti Stati è una pratica ancora legale, non possiamo che rimanere turbati davanti lo schermo.

L’Amore soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa…

Il rituale prosegue poi a casa dei Waterford, dove Nick (Max Minghella) è obbligato a leggere dalla Bibbia 1 Corinzi 13, il celebre passo in cui si loda l’Amore (la Carità, propriamente) in quanto forza superiore a qualunque altra, persino alla Fede: «L’amore è paziente, è benevolo; l’amore non invidia; l’amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non addebita il male, non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità». L’effetto straniante di queste parole, di cui sappiamo che non esiste traccia nell’ordine gileadiano e men che meno nell’unione a cui abbiamo assistito – di fatto un’altra forma di stupro legalizzata – ci riconduce allora, con il pensiero, a quella dimensione d’affetti puri e genuini che sorgono altrove spontanei e incontaminati come fiori di Resistenza, quegli stessi affetti che sono stati criminalizzati e repressi dal regime. E inizia a farsi allora spazio in noi l’idea che quel Dio di cui si riempie la bocca Gilead si trovi invece altrove, tra le Colonie, tra gli sguardi sinceri e impossibili di amanti che si cercano, negli occhi ingenui di Janine, nel dolore di Emily, tra le pieghe di quegli amori “illegali” che pur continuano a sorgere. Perché l’Amore «soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa»

The Handmaid's Tale 2x05
Spose bambine, “amore” a Gilead. (The Handmaid’s Tale 2×05)

Promessa: quei semi di speranza

È infine proprio l’amore a salvare June riportandola in sé, liberandola dal peso di una Colpa di cui si era fatta carico e restituendole coraggio per la lotta che l’aspetta e che ora ricomincia. Il bambino di June è sopravvissuto, due volte. «Hai la pelle dura, vero?», chiede la protagonista al piccolo, sfiorandosi il grembo a cui la Vita, nonostante tutto, continua ad aggrapparsi. Paradossalmente, è il frutto della violenza di Gilead ad infonderle coraggio e a darle un motivo valido per tornare a resistere e combattere. Allora come i fiori di Janine, che sorgono tra scorie e sofferenze, come quei fiori usati per celebrare un unione tra due esseri che si amano in mezzo al dolore, così anche June ritrova il suo fiore, e quei semi che l’hanno invasa – piantati da Gilead e dalla sua follia – ora costituiscono semi da cui può risorgere la Speranza. «Lo prometto», afferma prima dolcemente, poi convinta. E sappiamo che June è tornata, finalmente.

The Handmaid's Tale 2x05
June parla con il suo bambino, ritrovano se stessa (The Handmaid’s Tale 2×05)

The Handmaid’s Tale è una serie ideata da Bruce Miller e tratta dall’omonimo romanzo della scrittrice Margaret Atwood. Distribuita da Hulu, in Italia la serie è disponibile su Timvision, con due episodi ogni giovedì. Con Elisabeth Moss, Alexis Bledel, Ann Dowd, Joseph Fiennes, Yvonne Strahovski, Madeline Brewer, O. T. Fagbenle, Max Minghella, Samira Wiley. Continuate a seguirci per le recensioni di tutta la seconda stagione di The Handmaid’s Tale.

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