Takara – La notte che ho nuotato, recensione: ritratto di un bimbo sospeso

Takara - La notte che ho nuotato, recensione

Takara – La notte che ho nuotato spicca per la sua purezza: il risultato è un film asciutto, essenziale, privo di dialoghi, che offre tanto agli occhi e poco alle orecchie senza lasciare alcun senso di incompiuto.

Desiderio d’amore paterno e libertà

Takara (interpretato dal giovanissimo Takara Kogawa) è un bambino di 6 anni che vive sulle montagne innevate del Giappone insieme alla sua famiglia, composta dalla sorella maggiore, dalla mamma e dal papà. Proprio quest’ultimo, purtroppo, è tanto – troppo – distante da lui: lavora di notte, al mercato del pesce, e trascorre davvero poco tempo col figlio. Una notte il piccolo resta sveglio fino all’alba e la mattina dopo, assonnato e tenendo stretto nella sua mano un disegno che rappresenta un immaginario mondo acquatico, si avventura da solo in luoghi sconosciuti. Cammina instancabilmente, prende treni, si guarda intorno con gli occhi aperti e quella curiosità tipica dell’infanzia. Assapora una libertà inedita e vive la sua favola, ma sarà proprio l’intervento di suo padre a far capire a tutti (spettatore in primis) che non sempre la lontananza fisica equivale alla lontananza del cuore. I registi Damien Manivel e Kohei Igarashi articolano questo delicato racconto in tre capitoli: Il disegno, Il mercato del pesce e Un lungo sonno.

Tra fumetto e cinema muto

Takara – La notte che ho nuotato è stato paragonato alle illustrazioni per bambini e al cinema muto di Charlie Chaplin. Il richiamo è senza dubbio motivato: dalla fotografia all’assenza di dialoghi – elementi coerenti e coordinati l’una con con l’altra – passando per i paesaggi naturalistici che vengono esaltati nella loro quiete, è proprio l’immagine a farsi carico di ogni intento narrativo. Una scelta ambiziosa per il 2019, visto che nella maggior parte dei casi a farla da padroni sono effetti speciali e clamorosi colpi di scena. La pacatezza della pellicola è la sua più preziosa virtù, insieme al desiderio (avveratosi) di mostrare ‘altro’. Manivel e Igarashi, che a quattro mani hanno cercato di realizzare un film decisamente fuori dagli schemi più commerciali, rischiano tutto pur di mostrare sentimenti comuni in modo diverso. Sul grande schermo c’è il cinema nella più assoluta purezza, senza orpelli, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti.

Takara - La notte che ho nuotato: una scena del film
Takara (Takara Kogawa) in una scena del film, tra le innevate cime giapponesi

Movimenti quotidiani che catturano l’attenzione

Takara è, di fondo, un bambino che vorrebbe più attenzioni da suo padre. Lui non può dargliele, ma la motivazione non è certo la mancanza d’affetto. Semmai è proprio il desiderio di lavorare e soddisfare i bisogni dell’intera famiglia a muovere i fili di un tran tran  quotidiano faticoso che lascia ben poco spazio ai buoni sentimenti. Così, il piccolo e i suoi sogni diventano gli unici protagonisti di una pellicola dolce e sensibile. Non a caso registi e sceneggiatori hanno studiato da vicino le reali abitudini del giovanissimo protagonista, al fine di tarare su di loro i singoli gesti del personaggio. Incontrarsi a metà strada ha permesso di raggiungere un’incredibile naturalezza, nonché una delicatezza che regala attimi di rara poesia.

La Primavera di Vivaldi

In Takara – La notte che ho nuotato ovviamente fa riflettere e stupisce la totale assenza di dialoghi. Si percepisce solamente qualche sporadico suono: il primo dopo 8 minuti, il secondo dopo 15, poi poco altro. Non manca però la musica, con la Primavera di Vivaldi a farla da padrona. Le note si sposano alla perfezione col viso paffuto di Takara e con il suo desiderio di essere bambino e figlio. Lo spettacolo offerto agli occhi non lascia tuttavia insoddisfatti. Restano infatti le montagne giapponesi, nel loro essere silenziose e lontane dal caos. Gli scorci tra i quali passeggia il giovane protagonista sono carichi di pathos e lui, senza nemmeno accorgersene, li osserva e li rielabora con la purezza tipica della sua età. L’effetto sensoriale è notevole: la pellicola va gustata con gli occhi, capaci di trasmettere qualcosa persino al tatto (Takara tocca la neve, vi si immerge, la sente sulla pelle, la fa sua) senza far sentire la mancanza della parola.

Ritmo: difficile tenere il passo

Una pellicola dotata di tali caratteristiche ha nel mantenimento del ritmo la sua sfida più ambiziosa. A volte bisogna constatare che la lentezza narrativa rischia di sbilanciare gli equilibri e di rovinare la resa, eppure il piccolo e dolce Takara Kogawa riesce ad essere magnetico nella sua normalità. Merito anche dei due registi, capaci di scansare la noia con maestria. La mancanza di qualsiasi guizzo rende il film meno d’impatto, eppure non mina la sua capacità di scavare nell’animo come una goccia, lentamente, lasciando così una traccia tangibile del suo passaggio. Fino all’ultimo, emblematico, fotogramma.

Takara – La notte che ho nuotato esce nelle sale il 23 maggio 2019 distribuito da Tycoon Distribution. È stato presentato in concorso nella sezione Orizzonti alla 74ª Mostra del Cinema di Venezia e successivamente al Detour – Festival del Cinema del Viaggio.

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