She’s Gotta Have It, la recensione: spread love, it’s the Brooklyn way!

She's Gotta Have It

She’s Gotta Have It è un inno colorato e appassionato alla cultura afro-americana e alla libertà femminile. Un vero e proprio manifesto firmato Spike Lee, che omaggia Brooklyn e la comunità black e non rinuncia ad una critica irriverente dell’attuale situazione politica negli Stati Uniti.

Un inno alle radici black di Brooklyn

She’s Gotta Have It è il nuovo irriverente lavoro di Spike Lee e costituisce un remake di Lola Darling, pellicola degli anni ’80 considerata il vero lungometraggio d’esordio del regista. La miniserie si ambienta durante i giorni nostri a Brooklyn e racconta la storia di Nola Darling (DeWanda Wise), artista afroamericana alle prese con la propria vita sentimentale e la propria carriera, ma soprattutto con le sfide quotidiane che comporta l’essere una donna libera in una società che non ha ancora imparato ad accettare l’autodeterminazione femminile. A fare da sfondo alla vicenda è il colorato quartiere Fort Greene, teatro di irresistibili momenti di vita di strada ma anche di scontri dovuti alla convivenza tra gli storici abitanti della comunità afro-latina-americana e i nuovi arrivati bianchi. Brooklyn è celebrata nelle sue radici black e nella sua cultura popolare fatta di memorie storiche, personaggi importanti, arte e tradizione.

Nola Darling, una donna libera

Nola Darling è una donna autodeterminata, che vive la propria vita sessuale e sentimentale libera da qualsiasi forzatura o etichetta. Una donna indipendente e sicura di sé che sa decidere per se stessa, senza timore del giudizio. Lo apprendiamo fin dalle prime scene: Nola sa cosa si vocifera su di lei, ma non lascia che questo la definisca come persona, mai. C’è chi pensa sia una poco di buono, ma la verità è che la protagonista è semplicemente una donna capace di decidere le regole del gioco e farle rispettare. In fondo, perché non può divertirsi e godere della propria libertà proprio come farebbe un qualsiasi uomo? Ed è qui che si rivela tutta l’ipocrisia e la fragilità degli amanti di Nola: in fondo tutti, pur accettando la situazione e venerandola per il suo magnetismo e la sua sicurezza, sognano di conquistarla e farla propria una volta per tutte. Ma Nola non può essere domata. Così, la vediamo saltare da una tela ad un orgasmo, affrontando le circostanze quotidiane, tra difficoltà economiche e crisi esistenziali. E ciò che la mantiene salda è la propria determinazione e la passione con cui affronta la vita, di cui i suoi amanti costituiscono solo la cornice.

She's Gotta Have It
“Non sono una sgualdrina. Non sono sesso dipendente e di certo non sono proprietà di qualcuno”, afferma Nola Darling (DeWanda Wise) nell’episodio #DaJumpoff

Loro e…l’altra!

La vita amorosa di Nola ruota attorno a tre uomini soprattutto: l’incontenibile Mars Blackmon (Anthony Ramos), il sensuale ed egocentrico Greer Childs (Cleo Anthony) e il più maturo ma sposato Jamie Overstreet (Lyriq Bent). Il poliamore sbarca sul piccolo schermo, perché con loro la protagonista ha una relazione aperta e assolutamente sincera, anche se piena di regole e obblighi. I tre non sono soltanto compagni di letto, ma uomini che a loro modo arricchiscono la sua vita, ciascuno in maniera diversa. Ma presi individualmente, nessuno di loro pare soddisfare a pieno il bisogno di autenticità di Nola, combattuta tra il desiderio di lasciarsi andare e la continua consapevolezza che nessun uomo riesca a capirla ed entrare nel suo mondo per davvero. Questo perché ciascuno di loro tenterà prima o poi di ingabbiarla in una relazione esclusiva che Nola non può e non vuole sostenere. Il bisogno di conferma dei tre uomini, incapaci di rinunciare del tutto ad avere potere su lei, non farà che allontanarla, convincendola sempre più che l’amore della sua vita è, in fondo, se stessa. Ma arriva un altro personaggio a rompere il perfetto equilibrio. E non sarà chi ci aspetteremmo. D’altronde, anche il titolo di un episodio ce lo dice chiaramente: #LuvIsLuv (Sexuality is fluid)!

Quel piccolo vestito nero

Tutta l’inadeguatezza dei tre amanti di Nola emergerà chiaramente in un episodio in particolare. A seguito di un’aggressione, la ragazza attraversa una fase di fragilità e smarrimento e, per ritrovare se stessa, decide di rivolgersi ad una psicologa. Il simbolo della riconquista del suo io diventa un vestitino nero particolarmente sexy che Nola compra e indossa durante i successivi incontri con i partner. Lei li sfida, li mette alla prova e sta a guardare cosa accade. Loro reagiscono nella maniera più prevedibile di tutte, purtroppo: giudicandola proprio per quel suo osare e mostrarsi fiera senza vergogna. Nonostante Mars, Greer e Jamie siano affascinati da Nola, non riescono mai a raggiungere un contatto profondo con lei. I commenti e le reazioni che tutti e tre hanno disturbano fortemente la protagonista, restituendole ancora di più la certezza che deve cavarsela da sola, che nessun uomo potrà mai capire fino in fondo cosa si prova a vivere certe situazioni. Ma a Nola non importa, l’afflizione diventa consapevolezza e, stretta nel suo piccolissimo vestito nero, regala una posa sfacciata a noi tutti, quasi a dire: sono questa qui e continuerò ad essere me stessa perché ne ho il diritto!

She's Gotta Have It
Da sinistra: Lyriq Bent (Jamie Overstreet), Anthony Ramos (Mars Blackmon) e Cleo Anthony (Greer Childs) in She’s Gotta Have It

My name isn’t baby gurl

L’aspetto migliore di She’s Gotta Have It è senza dubbio il fatto che Nola viene raccontata senza la minima traccia di vittimismo ed è questo a renderla un personaggio femminile d’impatto e assolutamente rivoluzionario. Nelle narrazioni dominanti siamo quasi sempre abituati a donne che affrontano dolori e traumi ripiegate su stesse, affidandosi magari alla cura di altri, o costantemente presentate come vittime, specie quando si parla di aggressioni o molestie sessuali. Nola no. Lei prende subito in mano la situazione e reagisce con rabbia, rimarcando subito i valori irrinunciabili della propria indipendenza e libertà e lo fa nel miglior modo possibile: attraverso la propria arte. I manifesti con cui tappezza la città sono il suo grido ribelle contro una società che continua a oggettificare, infantilizzare e stigmatizzare le donne. «Il mio nome non è bocconcinotesorobambinadolcezza», afferma Nola furiosa. Il tutto mentre la voce di Jill Scott ci incanta sulle note del suo storico pezzo Golden. Insomma: nessuna vittimizzazione, solo tanta energia e voglia di rivalsa.

All words matter 

Quello che abbiamo appena detto rimanda ad un altro argomento affrontato in She’s Gotta Have It: il linguaggio. Sappiamo come il dibattito sia particolarmente acceso negli Stati Uniti e la serie ha il merito di farci riflettere su come le parole che diciamo possano influenzare il prossimo. Non solo: la riflessione si spinge oltre, arrivando a toccare i temi politici più scottanti. I campi di riferimento sono sempre quelli dell’universo femminile e della minoranza etnica, come in tutti gli episodi, perché diciamolo, quest’opera di Spike Lee è un vero e proprio omaggio non solo alle rivendicazioni femministe, ma anche a quelle della comunità black e spesso i problemi che deve affrontare Nola incrociano entrambe le battaglie, essendo lei sì donna, ma una donna afroamericana. E allora vediamo con grande sensibilità riflettere sul termine bitch – bisogna rifiutarlo o riappropriarsene? – e sull’appellativo nigga che, in bocca a dei ragazzini bianchi impegnati a scimmiottare tutta una cultura, è e resterà sempre estremamente offensivo. Le parole contano.

She's Gotta Have It

Un manifesto politico critico e coraggioso

Spike Lee non ha paura di criticare sfacciatamente l’attuale presidente Donald Trump. Lo fa attraverso l’esplicito appoggio al movimento #BlackLivesMatter, ma soprattutto con la canzone che recita Un pagliaccio ha i codici nucleari, mentre ci viene mostrato come la comunità black di Brooklyn abbia vissuto il giorno dell’elezione. Commovente anche il personaggio di Papo (Elvis Nolasco), un senzatetto afro-latino-americano, artista di strada e mascotte del quartiere, che si trova a dover affrontare i problemi dovuti all’intolleranza e alla distanza dei nuovi arrivati bianchi. Il tema della gentrificazione è talmente importante da dare persino il titolo ad un episodio, e in effetti rappresenta un po’ il fil rouge della serie, mostrando i lati spesso negativi e quasi grotteschi di un finto amore per la cultura che costituisce le inscindibili radici di Brooklyn – quella vera. Emozionante il tributo di Nola ai grandi personaggi sepolti ai cimiteri di Woodlawn e Ferncliff: da Herman Melville a Basquiat, da Celia Cruz a Miles Davis, da Paul Robeson a Baldwin, per arrivare a Malcolm X e Betty Shabazz.

Una strepitosa colonna sonora

Volete ancora un altro motivo per convincervi a guardare She’s Gotta Have It? Eccolo: una colonna sonora da urlo, soprattutto per gli amanti della musica rap, r’n’b e soul, celebrata anche visivamente con le immagini delle copertine dei singoli o degli album di riferimento che compaiono tra una scena e l’altra. Una selezione musicale che va dagli anni ’70 ai primi 2000: Mary J. Blige, Mile Davis, The Roots, Solange, Frank Sinatra, Sade, Stevie Wonder, Krs One e l’immancabile Prince sono solo alcuni dei grandi artisti omaggiati. Per non parlare dell’opening track, con la voce di Notorious BIG che grida: where Brooklyn at?. Il rapper dell’East Side è celebrato più volte nella serie, dal gigantesco murales che compare in una scena alla citazione della hit Juicy in un episodio.

She's Gotta Have It

Un giusto mix tra ironia e serietà ed un’ipnotica DeWanda Wise

Qualche altra parola deve essere spesa per elogiare l’interpretazione della carismatica DeWanda Wise, che riesce a dare passione e anima alla protagonista di She’s Gotta Have It, descritta come una donna che esplode di sensualità ed energia. Ed è proprio quello che arriva a noi spettatori: DeWanda ci emoziona, ci sfida, ci sorride e ci avverte. Viviamo con lei i suoi orgasmi, le sue ansie, il suo dolore e l’amore per la vita che l’accende. La serie inoltre dosa bene ironia e serietà, creando un giusto mix tra momenti di riflessione o denuncia e momenti di risate e leggerezza. La caricatura di alcuni personaggi è volutamente molto marcata e spesso i tratti (negativi) delle loro personalità sono ingigantiti, al fine di rappresentare dei tipi. Insomma, She’s Gotta Have It è uno show spudorato e coraggioso che figura come un vero e proprio manifesto femminista e black. Perché non è mai troppo tardi per capire che, se vogliamo rendere la nostra vita un’opera d’arte, su quella tela dobbiamo esserci noi. Noi siamo il soggetto. Il resto è solo cornice. And if you don’t know, now you know!

She’s Gotta Have It è una serie creata e diretta da Spike Lee e costituisce un remake del suo primo lavoro Lola Darling, film uscito nel 1986. Lo show ha debuttato su Netflix lo scorso 23 novembre e sulla piattaforma di streaming è disponibile anche il film originario. Con DeWanda Wise, Anthony Ramos, Cleo Anthony, Lyrig Bent, Chyna Layne, De’Adre Aziza, Elvis Nolasco, Heather Headley e Fat Joe.

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