Da Venezia 81, in concorso, la nostra recensione di Queer di Luca Guadagnino con protagonisti Daniel Craig e Drew Starkey: un film dalle tante anime, intimo e lisergico assieme, in costante equilibrio tra amore e desiderio e con un Craig mai così magnetico e dolente
Saltata l’apertura di Challengers a Venezia 80 Luca Guadagnino torna al lido con Queer, tratto dal romanzo omonimo di William S. Burroughs. A dare il volto al protagonista Lee ci ha pensato Daniel Craig, in una pausa tra un’indagine e l’altra, il quale ha accettato un compito tutt’altro che semplice: portare in scena il protagonista di uno dei romanzi più controversi e discussi del secolo scorso, caposaldo del movimento di liberazione omosessuale e scritto da un autore simbolo della beat generation che però si è sempre professato eterosessuale. L’unione con il regista siciliano ha generato un film generoso e fluviale, lisergico e intimo allo stesso tempo che racconta la tragedia di un amore minato dal desiderio e dalla dipendenza.

L’amore al tempo del Messico
È il 1950. William Lee (Daniel Craig) è un americano sulla soglia dei cinquanta espatriato a Città del Messico. Passa le sue giornate quasi del tutto da solo, se si escludono le poche relazioni con gli altri membri della piccola comunità americana come il tagliente e sempre arrapato Frank Cochran (Jason Schwartzman). L’incontro con Eugene Allerton (Drew Starkey), un giovane studente appena arrivato in città, gli mostra per la prima volta la possibilità di stabilire finalmente una connessione intima con qualcuno, ma quella che inizierà come una normale notte di sesso bollente si trasformerà man mano in un sentimento che sfocerà nell’ossessione.

Un’opera spiazzante, in tutti i sensi
“You’re not queer!” urla Daniel Craig ad un giovane e aitante ragazzotto che cerca in qualche modo, e un po’ goffamente, di sedurlo. Siamo alla primissima inquadratura e Luca Guadagnino mette subito le cose in chiaro, senza troppi fronzoli: questo non è un film sulla ricerca della propria “queerness”, i miei personaggi sanno già benissimo chi sono e credono di sapere cosa vogliono. Nel caso del Lee di Daniel Craig è il sesso, tanto e bollente, possibilmente senza troppi vincoli emotivi, ferino e selvaggio. Sì, ma cosa si intende per “Queer”? La traduzione letterale sarebbe “strano” o “bizzarro”, quella sociale è l’equivalente del nostro “checca”.
Il problema del nuovo film del regista palermitano, però, è che si portava addosso una serie di aspettative cariche a pregiudizi, che spesso vanno a braccetto, a partire dalla scelta affatto scontata di far assurgere un ex 007 (archetipo quindi dello sciupafemmine impenitente e macho) a nuovo simbolo omoerotico di massa, con tanto di nudità a favore di camera e sesso gay simulato e piuttosto spinto (ma non troppo). I più attenti però ricorderanno che già in Skyfall Craig si era misurato con il sottotesto di una possibile bisessualità, andando quindi a distruggere un’iconografia decennale scolpita nel marmo.
Quell’ “You’re not queer!” iniziale quindi suggella una dichiarazione d’intenti precisa da parte di Gudagnino e del suo nuovo sceneggiatore di fiducia Justin Kuritzkes, perché riafferma l’omosessualità non semplicemente come preferenza o tendenza sessuale ma come stato di sé inscindibile dall’essere umano, inchiodata al DNA del proprio protagonista e al cuore emotivo e tematico della storia. Questa è una storia di froci che parlano a tutti in quanto tali, che non si vergognano di esserlo e che anzi lo rivendicano in maniera orgogliosa, anche semplicemente con un inchino un po’ goffo di fronte agli avventori di un bar messicano.
Libero quindi come non mai dalla morsa dell’identità Guadagnino si scatena, unendo l’afflato lisergico delle visioni provocate dalla yage (la droga dai poteri telepatici che Lee ed Eugene vanno cercando in Amazzonia) all’intimità del dolore di un amore impossibile, straziato dalla dipendenza affettiva e forse anche dall’orgoglio come nella evocativa sequenza finale in camera da letto. In mezzo c’è spazio anche per l’orrore dell’Olocausto e per i tanti omosessuali vittime della follia nazista, in un altro momento sospeso tra onirismo e allucinazione, e per il simbolismo un po’ insistito del serpente (quindi del peccato), un po’ come era per la pesca di Chiamami col tuo nome.

L’amore è una dipendenza
Però, per essenza e sottotesto neanche troppo reconditi, Queer è una storia prima di tutto d’amore che racconta tutte le fasi del sentimento più universale ed esplorato che esista: nascita, maturazione, sublimazione, decadenza, morte. In un modo o nell’altro le vediamo e le avvertiamo tutte, ma soprattutto assistiamo finalmente ad un Guadagnino che sceglie di mettere un po’ più da parte lo sfoggio tecnico per aumentare la temperatura emotiva, anche quando il film si bea di una bella e fedele ricostruzione scenografica ad opera di Stefano Baisi e del suo team (tutto il set messicano è stato ricreato a Cinecittà), dei classici movimenti di macchina suadenti, della fotografia calda e avvolgente di Sayombhu Mukdeeprom.
E poi ci sono il tappeto musicale firmato da Trent Reznor e Atticus Ross che pesca a metà tra la tradizione ranchera messicana e la modernità del grunge e della melodia anni ’90 (il film si apre con Come As You Are dei Nirvana, non c’è bisogno di aggiungere nulla), le influenze della screwball comedy (il segmento nella giungla), il melodramma che esplode, persino un piccolo excursus nel buddy movie. C’è insomma l’idea di un cinema che si lascia contaminare e che contamina, ambizioso, sfrontato e selvaggio anche quando la scrittura cede a certe esagerazioni o a qualche lungaggine di troppo.
Queer rimane coerente nella sua follia creativa, che anzi spreme fino al fondo del bicchiere parlando di una dipendenza totale dall’amore assimilabile a quella dall’alcool o dalla droga (e Lee le ha un po’ tutte e tre). Un meccanismo che però non è mai nocivo, bensì vitale perché genera la necessità che a sua volta genera il desiderio che a sua volta genera l’azione narrativa. “Come può un uomo che vede e che percepisce tutto non essere triste”, si chiese una volta lo stesso William Burroughs nel suo diario personale l’ultima volta che vi scrisse prima di morire. La risposta è una sola: non può.
| TITOLO | Queer |
| REGIA | Luca Guadagnino |
| ATTORI | Daniel Craig, Drew Starkey, Jason Schwartzman, Lesley Manville, David Lowery, Henrique Zaga, Andra Ursuta, Michael Borremans |
| USCITA | 2024 |
| DISTRIBUZIONE | Lucky Red |
Quattro stelle

























