Le rose e il deserto torna con Chissà com’è, un album che segna una nuova tappa nel percorso di Luca Cassano
Le rose e il deserto torna con Chissà com’è, un album che segna una nuova tappa nel percorso di Luca Cassano, cantautore capace di unire introspezione e concretezza, poesia e quotidianità. Pubblicato da Level Up Dischi, il disco raccoglie undici brani che ruotano attorno ai temi della memoria, dell’assenza e della trasformazione. Cassano racconta la vita attraverso frammenti che diventano canzoni: immagini, luoghi, voci che riaffiorano come pezzi di un mosaico emotivo.
La scrittura di Chissà com’è nasce da una dimensione personale ma si apre all’ascoltatore, cercando connessioni sincere. Ogni brano è una piccola storia che si intreccia con le altre, in un equilibrio di luce e malinconia. Brani come Il tuo nome (in collaborazione con Gnut) e La fine del viaggio (con Sara dei vetri) mostrano una sensibilità che si nutre di incontri e condivisioni, mentre Damasco e Notturno evocano paesaggi lontani e sentimenti sospesi. L’album è anche un omaggio a chi non c’è più e a chi resta, a ciò che si perde e a ciò che continua a vivere nei ricordi.
Gli arrangiamenti danno respiro a un suono intimo ma non chiuso, dove chitarre acustiche, fiati e archi si alternano con naturalezza. Chissà com’è conferma la crescita di Cassano come autore e interprete: il suo linguaggio, sempre più maturo, unisce la delicatezza della parola poetica all’essenzialità della forma canzone.
In questa intervista, Le rose e il deserto racconta la genesi del disco, le collaborazioni, il legame con i luoghi e le persone che lo hanno ispirato. Uno sguardo onesto su un lavoro che non cerca risposte definitive, ma celebra la vita per come è: fragile, imperfetta, piena di assenze e di presenze luminose.
A pochi giorni dall’uscita di “Chissà com’è”, quali emozioni prevalgono?
La prima parola che mi viene in mente è stupore: in una sola settimana il disco è stato ascoltato da veramente un sacco di persone e questa cosa, davvero, non me l’aspettavo. Poi sicuramente la soddisfazione, l’orgoglio, di vedere un altro disco pubblicato, però questa è una cosa che cresce col tempo, il tanto tempo che precede la pubblicazione di un disco. A volte, quando mi chiedono “Beh, come ti senti all’uscita del disco?” tendo a minimizzare, a rispondere qualcosa del tipo “Ma si, alla fine è da due anni che lavoro a questo disco…un po’ non ne potevo più” e invece poi se mi fermo per un secondo e ci rifletto, se focalizzo, mi dico “cavolo, in realtà un disco pubblicato è sempre un piccolo enorme miracolo!”.
Cosa speri che resti all’ascoltatore dopo aver attraversato il disco dall’inizio alla fine?
Quello che spero sempre quando scrivo, che sia una canzone o una poesia: che chi legge/ascolta possa emozionarsi, non necessariamente provare le emozioni che io ho provato prima e durante la scrittura (che ovviamente il lettore/ascoltatore non può conoscere) ma che provi delle emozioni. In un mondo e in un tempo che ci vogliono sempre performanti, smaglianti, inattaccabili, avere la possibilità, la voglia, la fragilità, di emozionarsi per le parole scritta da un estraneo è un lusso che dobbiamo riconquistarci.
Hai spesso parlato di “memorie che tornano come fotografie”. Se dovessi scegliere uno scatto simbolico di questo album, quale sarebbe?
Te ne dico due, entrambi legati al collettivo (sempre molto più importante di qualsiasi individualità): uno dei qualsiasi pomeriggi passati a casa di Alessandro Sicardi a bere caffè e montare e smontare le canzoni del disco durante la preproduzione (purtroppo non abbiamo foto di queste situazioni) e invece uno scatto reale (pubblicato anche sul mio Instagram) fatto nello studio Marte Recording alla fine delle registrazioni in cui ci siamo io, Alessandro Sicardi (co-produttore del disco), Fabio Greuter (amico e fisarmonica de Le rose e il deserto) e i due meravigliosi ragazzi dello studio: Federico Ramoni e Matteo Davì.
Ti senti più vicino alla scena cantautorale tradizionale o a quella indipendente contemporanea?
Per rispondere a questa domanda dovremmo prima definire cosa intendiamo per “tradizionale” e per “contemporanea”. Niccolò Fabi cos’è? Ecco, presuntuosamente mi sento vicino a Niccolò Fabi, e a tutti quelli che nel contemporaneo hanno la voglia e il coraggio di scrivere canzoni che raccontino la complessità delle nostre emozioni, senza necessariamente inseguire la semplificazione, porta d’accesso al grande pubblico (esiste davvero un grande pubblico fuori da Sanremo?).
Hai in programma un tour promozionale per l’autunno e l’inverno: che tipo di atmosfera vuoi creare durante i concerti?
Mi piacciono gli ambienti intimi, raccolti, il contatto prossimo col pubblico, poter guardare in faccia le persone, cercare di intuire le emozioni che stanno provando mentre sto cantando una canzone o leggendo una poesia. Io salgo sui palchi per questo: raccontare me stesso e attraverso tutta la fragilità che sono capace di mostrare, entrare in contatto con l’altro, con gli altri.
Guardando avanti, c’è già un nuovo territorio espressivo che ti piacerebbe esplorare dopo “Chissà com’è”?
Questa domanda mi fa molto sorridere perché io ho da anni un pugno di canzoni con cui dico di voler fare un disco post-punk, vedremo.

























