Il cantautore romano Gimbo si racconta nella nostra intervista, dall’ultimo concept album Come l’uomo della luna, alle collaborazioni che ne fanno parte fino al viaggio in Sud America e a un’analisi sull’attuale scena musicale della Capitale
Lontano da tutto è l’ultimo brano estratto dal disco di Gimbo dal titolo Come l’uomo della luna, un concept album nato da un viaggio in Sud America e incentrato sul concetto di sogno e sull’allargare i nostri orizzonti spazio-temporali. Il cantautore romano si racconta nella nostra intervista che va ad analizzare le varie tracce del disco, con un occhio di riguardo nei confronti dell’attuale scena musicale della Capitale.
Lontano da tutto è l’ultimo brano estratto dal tuo disco Come l’uomo della
Luna. Ispirato alle illusioni del cinema del Fantastico, il video anima, attraverso scenografie, marionette e fili volanti, la copertina del disco come un gioco di prestigio. Come è nata l’idea del video e che messaggio hai voluto trasmettere con questo racconto per immagini?
L’idea è venuta per gioco con il disco tra le mani e prende spunto da quelle domande che si fanno ad un artista in occasione del lancio di un nuovo disco ovvero “Come prende vita il progetto?!”. Ecco, in questo senso è “l’animazione” della copertina del disco, perché il video è legato non solo al brano Lontano da tutto ma all’intero disco Come l’uomo della luna. Il video rinnova il senso del concept album.
C’è una frase che mi ha colpito particolarmente: “In un giorno nero che mi sentirò al sicuro”. C’è un episodio in particolare che ti ha portato a scrivere questo verso?
In quel passo descrivo una dinamica vera e vissuta più volte, direi anche abbastanza comune a tutte le persone. Il senso è che ad ogni momento “no” corrisponde un luogo sia fisico che psicologico che ci aiuta a superarlo. Nel disco ne descrivo diversi, attraverso il riferimento alle stelle scrivo di posti reali e mi rivolgo ai sogni che, per me, sono l’espressione della speranza e della vitalità.
Il disco ha come filo conduttore il concetto del lontano, inteso sia come luogo dove fuggire dal quotidiano sia per i riferimenti all’universo, alle stelle, al cielo, alla luna. Raccontaci il perché.
I riferimenti al cielo, alle stelle, allo spazio sono legati a luoghi: la via lattea sopra casa mia in montagna d’estate; il cielo dell’Andalusia visto ascoltando la musica gitana per le strade; il cielo dell’Amazzonia e le arti magiche dei nativi nel cuore della selva. Luoghi e viaggi, con le stelle ad indicare una direzione.
Un altro concetto chiave è quello del sogno, che porta a guardarsi indietro, alla propria infanzia ma anche a guardare avanti. Puoi spiegarcelo?
L’arte di interpretare i sogni è tanto antica quanto attuale. I mistici ripercorrono i sogni e poi li chiamano destino o altro. Per qualsiasi persona i sogni sono una parte identitaria costante, perché i sogni ci accompagnano. In questo senso ho parlato dei sogni che indicano una direzione, come le stelle. Questo è il “viaggio” descritto con la musica del disco.
I fiati rivestono grande importanza nel vestito musicale di questo disco e per questo hai deciso di collaborare con grandi maestri come Fabrizio Bosso e Javier Girotto. Quale contributo hanno dato questi artisti nella dinamica musicale del disco?
Hanno fatto esprimere ciò che fino a quel momento non aveva voce. Direi che oltre la competenza, la tecnica ed il talento c’è un contributo fondamentale: le emozioni.
Nella title-track canti “dell’uomo che si illude”, è un riferimento all’Ariosto? Come si fa a non temere l’ombra e sorridere alla notte?
Non avevo pensato mai all’Ariosto, in altri brani del disco ho pensato a Dante in particolare ad alcuni passi del Paradiso, però è interessante questa tua intuizione. Sul “come si fa a non temere l’ombra…”, credo che, come scrivo nel brano, illudersi attraverso la meraviglia delle cose belle del mondo significhi un po’ fidarsi dei propri sogni. Ed in effetti “fidarsi” dei propri sogni è un buon inizio.
“Ti voglio dire ancora ciao, che mi manchi”. 9 Ore è una riflessione ispirata da guardare il cielo in una notte di stelle per fare un’analisi su una storia passata. La vicenda è autobiografica e quanto la notte aiuta a trovare ispirazione nel tuo mestiere?
9 ore è un saluto al cielo o dal cielo. Qualcosa che c’è e a cui siamo legati. 9 ore parla di un saluto a chi non c’è più ma che ci sarà sempre e credo che la notte offra la possibilità, a volte irripetibile, per incontrare chi ha fatto parte della nostra vita. A dire il vero la notte offre la stessa possibilità a chi scrive canzoni, perché a volte di notte nascono canzoni uniche ed irripetibili.

Ci sono tanti influssi musicali, molti echi di ritmica sudamericana e anche il
timbro vocale mi fa venire in mente un tuo collega e concittadino Mannarino…
Tra l’altro veniamo dalla stessa zona della città… l’accostamento mi fa piacere, per la musica, la carriera e non devo certo aggiungere altro se non grazie. Nel disco ci sono molti strumenti a corda provenienti da diverse aree geografiche del Mondo e questo mi ha aiutato ad esprimere delle sonorità, a volte folk a volte più latin. Ma al di là dell’album come opera, il disco doveva essere anche un biglietto da visita per far conoscere il progetto e quindi abbiamo fatto confluire tanti stili che hanno dialogato tra loro. Questo grazie anche a tutti gli artisti che lo hanno suonato ed interpretato.
Da Mannarino mi collego per chiederti rispetto agli esordi il modo di fare e fruire musica è cambiato molto. Come giudichi la nuova scena cantautorale e quale punti di contatto pensi possano esserci con la scena romana di fine Anni ’90?
Ho la sensazione che ne sentiremo delle belle. La scena cantautorale che conosco è in fermento e di gran qualità. Vedo eventi, dedicati a cantautori, molto partecipati e dove il pubblico (tra cui molti ragazzi) è assolutamente attento alle proposte. Credo che ci sarà da ascoltare tanta musica. Probabilmente rivivremo anni creativi simili ai ’90 o magari simili ai tempi del FolkStudio, me lo auguro.
Voces colpisce perché è un intermezzo con un coro di bambini. Come mai hai voluto inserirlo nel disco e in che modo si collega al resto dei brani?
Voces ha senso nel disco per diverse ragioni. Anzitutto essendo un concept album che traccia un percorso Voces è nel percorso. Un luogo unico, persone speciali e l’accoglienza. Pur essendo un brano “cameo” di breve durata è uno dei manifesti del disco. Direi che per il valore che rappresenta è il brano più vero.
Il disco si conclude con una struggente ballata in cui auspichi un mondo più bello e che fa un po’ il punto sul viaggio che hai fatto in Sud America e da cui poi è nato il disco. Qual è l’episodio che umanamente ti ha insegnato di più?
È collegato a Voces. L’Amazzonia tra gli indios. Un giorno sono stato invitato da alcuni amici cileni a giocare a calcio nel cuore della selva con gli indios. A parte che mi dicevo costantemente che “chi me lo avrebbe mai detto che un giorno avrei giocato a pallone in Amazzonia tra i giaguari…”. Alla fine della partita, mi invitarono a casa dei bambini per bere qualcosa. L’immagine è nitida: pavimenti di terra e tetti di latta, ma quello che avevano era per me. Quelle emozioni non mi hanno più lasciato. A quei bambini ho dedicato Nel Mondo di Satià e quello è stato il mio modo per continuare a parlare di loro.
























