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Final Portrait di Stanley Tucci, recensione: benvenuti nell’atelier del pittore

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Final Portrait – L’arte di essere amici vede il ritorno dietro la cinepresa di Stanley Tucci: l’attore e regista dirige gli ottimi Geoffrey Rush e Armie Hammer in una storia tratta dalla vita dell’artista svizzero Alberto Giacometti.

“Solo 1-2 giorni di lavoro…”

Final Portrait – L’arte di essere amici racconta gli ultimi 2 anni di vita del pittore e scultore svizzero Alberto Giacometti (interpretato dal premio Oscar Geoffrey Rush). L’artista chiede al giovane scrittore americano James Lord (Armie Hammer) di posare per un quadro e quest’ultimo, affascinato da un personaggio così estroso e universalmente ammirato, accetta. “Tanto si tratterà solamente di 1-2 giorni di lavoro”, si ripete Lord come un mantra. Peccato che il flusso artistico di Giacometti è completamente fuori dall’umano controllo e le settimane scorreranno una dopo l’altra permettendo ai due di passare molto tempo insieme, di condividere pensieri e di constatare la nascita di una bella amicizia.

Cast da 10 e lode

Con un Oscar sul comodino (vinto per Shine, del 1996) e una fisicità così affine al vero Giacometti, da Geoffrey Rush ci si aspettava una performance più che degna. Questa non si fa attendere: l’attore è convincente mentre dipinge, mentre è vittima dei suoi eccessi d’ira (questo, ha raccontato il regista Stanley Tucci nel corso della conferenza stampa di presentazione del film, ha rappresentato per lui la sfida più ardua), mentre si lascia governare dalla sua arte. Armie Hammer è un co-protagonista all’altezza della situazione. La sua viva curiosità lo porta a contaminarsi con tutto ciò fa parte della vita di Giacometti e lo sbocciare della loro amicizia è solo la diretta conseguenza dei singoli episodi che riempiono la pellicola scena dopo l’altra.

Final Portrait - L'arte di essere amici: la disperazione di Alberto Giacometti
La disperazione di Alberto Giacometti (Geoffrey Rush)

Dentro all’atelier del pittore

Positiva l’esperienza di Stanley Tucci dietro la macchina da presa, giunto al quinto lungometraggio. La sua scelta più azzeccata è senza dubbio quella di affidarsi ad una macchina in movimento, la quale permette allo spettatore di entrare nella pellicola e di accomodarsi proprio lì, all’interno dell’atelier di Giacometti. La ripetitività delle scene – l’artista, non ritenendosi soddisfatto del risultato raggiunto, disfa e ricomincia il ritratto innumerevoli volte – fa parte del gioco ma Tucci è bravo a non abusarne. Al contrario, il regista alterna tali scene a pranzi nei più caratteristici bistrot parigini, passeggiate nei meravigliosi cimiteri cittadini, alle folli incursioni della moglie (Sylvie Testud) e della prostituta amante-musa-modella (Clémence Poésy) del pittore. Ciò impedisce alla noia di fare capolino e mantiene sempre viva l’attenzione dello spettatore.

L’incompiutezza dell’arte

Final Portrait – L’arte di essere amici segue principalmente due filoni. Da una parte c’è il lato umano: quella tra Giacometti e Lord è un’affinità di menti che diventa un’amicizia epistolare destinata ad andare avanti ben oltre il rientro in patria dello scrittore, fino alla morte del pittore. Dall’altra c’è il lato artistico: pittura e scultura vengono descritti come dei flussi ingovernabili e Giacometti di fatto non sa quando riuscirà a lavorare bene e quando invece sarà solo tempo perso. Inoltre l’artista ripete sempre che nessuna opera può mai dirsi finita, inneggiando ad un’incompiutezza dell’arte che invita a riflettere anche dopo la riaccensione delle luci in sala.

Final Portrait – L’arte di essere amici, diretto da Stanley Tucci, con Geoffrey Rush, Armie Hammer, Clémence Poésy, Tony Shalhoub, James Faulkner, Sylvie Testud, Kerry Shale, uscirà nelle sale italiane l’8 febbraio 2018, distribuito da Bim Distribuzione.

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