Venezia 80: Comandante, recensione del film d’apertura della Mostra con un Favino granitico

Comandante - Pierfrancesco Favino (foto Enrico De Luigi) 2
Comandante - Pierfrancesco Favino (foto Enrico De Luigi)

Dalla 80ª Mostra del Cinema di Venezia la recensione di Comandante, il film d’apertura di Edoardo De Angelis con Pierfrancesco Favino: un racconto tanto potente a livello visivo quanto didascalico e pomposo nei dialoghi

È ufficialmente cominciata l’edizione numero 80 della Mostra del Cinema di Venezia e quest’anno si è aperta con Comandante, il nuovo film di Edoardo De Angelis con protagonista un Pierfrancesco Favino granitico nella sua convincente inflessione veneta. Ispirato alla vera storia del comandante della Regia Marina Italiana Salvatore Todaro e scritto, oltre che dallo stesso De Angelis, anche da Sandro Veronesi il nuovo film del regista napoletano è viscerale e visivamente potente, ma sceglie la pomposità della parola alla potenza del suo stesso sguardo troppo spesso.

Uomini di mare

È il 1940, la seconda guerra mondiale è cominciata da appena un anno quando il comandante della Regia Marina, Salvatore Todaro (Pierfrancesco Favino), a capo del sommergibile Comandante Cappellini affonda un piroscafo belga con a bordo 26 uomini. Contro tutte le direttive e anche contro parte del suo stesso equipaggio, a partire dal suo vice (Massimiliano Rossi), Todaro decide di salvarli prendendoli a bordo; un gesto umanissimo e potentissimo che verrà molto apprezzato da alcuni belgi, tra cui Jacques Reclercq (Johannes Wirix), ma che può mettere a rischio le loro vite e il futuro con la futura madre di sua figlia (Silvia D’Amico).

Comandante - Pierfrancesco Favino e Edoardo De Angelis (foto Enrico De Luigi)
Comandante – Pierfrancesco Favino e Edoardo De Angelis (foto Enrico De Luigi)

L’umanità al centro

Non è esattamente un film di guerra questo Comandante. Sì certo, racconta di un conflitto bellico oltre che politico, ma è soprattutto un conflitto umano quello che rimane a fuoco: la convergenza, cioè, di due umanità solo all’apparenza agli antipodi che si scontrano inizialmente, per poi essere costrette ad incontrarsi e a convivere assieme. Italiani e belgi, gli uni (forse) fascisti e gli altri (forse) neutrali, i primi assaliti e i secondi assalitori, i primi salvatori e i secondi salvati. Quello che De Angelis fa perciò è raccontare cosa accade quando l’umanità si palesa in un contesto disumano, plasmandone persino le dinamiche.

Il regista napoletano resta attaccato al comandante interpretato da un sempre centrato Pierfrancesco Favino perché è attraverso la sua figura di uomo, prima ancora che di militare integerrimo, che Veronesi e De Angelis incanalano il tema della responsabilità che richiede un certo tipo di solidarietà. Cercano e alle volte trovano quel senso di umanità nei gesti più che nelle parole, nell’esempio più che nella propaganda finendo per rovesciare l’immaginario del militare davanti all’uomo, come il sommergibile dentro cui i personaggi si muovono per scandagliare i fondali dell’animo umano.

Comandante - Pierfrancesco Favino e Silvia D'Amico (foto Enrico De Luigi)
Comandante – Pierfrancesco Favino e Silvia D’Amico (foto Enrico De Luigi)

Eccesso di scrittura

C’è però un peso che Comandante si porta dietro e dentro per tutte le sue due ore di durata, ed è il peso di una scrittura tanto pomposa nel tono e nella sua costruzione quanto didascalica negli intenti. Si parte già piuttosto male in questo senso, quando il personaggio della moglie di Todaro rivela tramite un lunghissimo voice-over tutte le sue paure, le sue ansie e i suoi dubbi rispetto alla partenza in mare del marito. Si continua però anche dopo, perché la scrittura di Veronesi e De Angelis non ha il merito di lavorare sul non detto, sul sottotesto, magari lasciando che siano le inquadrature a parlare per essa.

L’approccio sin troppo oneroso rispetto alla materia diegetica fa perciò sì che anche i dialoghi risultino troppo scritti e artificiosi, mai davvero genuini neanche quando si utilizzano lingue molto diverse dall’italiano come il fiammingo o i nostri dialetti (veneto, napoletano, siciliano); sembra quasi che l’aulicità della vicenda, la sua importanza non solo in riferimento ad un contesto prettamente storico ma anche umanistico abbia teso una trappola ai due sceneggiatori, convincendoli che il modo migliore di raccontare una storia così gretta e “sporca” nelle immagini fosse quello di ripulirla attraverso le parole.

Comandante - Una scena del film (foto Enrico De Luigi)
Comandante – Una scena del film (foto Enrico De Luigi)

La tensione dei luoghi

Per fortuna dove non arriva la scrittura, a salvare un’operazione come quella tentata da De Angelis, arriva la regia. Comandante utilizza perfettamente gli spazi angusti e claustrofobici di un sommergibile (ricreato in studio grazie alla collaborazione della nostra Marina Militare) per farci sentire l’avanzare impietoso degli elementi, specialmente acqua e aria, per schiacciarci letteralmente contro la macchina da presa nelle sequenze più concitate e affollate, per farci alitare addosso il fetore dell’attesa di un possibile miracolo che potrebbe non arrivare mai.

Ed è nei momenti in cui Comandante smette i panni del film con le battute già pronte e plastificate e indossa quello del racconto di sopravvivenza appeso ad un’ancora presente umanità che fa vibrare qualcosa nello stomaco e nel cuore. Perché no, questo non è un film di guerra come si è già scritto prima, ma è un film di sopravvivenza: al dolore, alla lontananza, alla guerra, al tradimento, al dubbio. Al mare, sperando che Dio ci tenda il braccio.

Comandante. Regia di Edoardo De Angelis con Pierfrancesco Favino, Massimiliano Rossi, Johannes Wirix, Silvia D’Amico e Johan Heldenbergh, in uscita nelle sale mercoledì 1 novembre distribuito da 01 Distribution.

VOTO:

Tre stelle

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