Intervista ad Alberto Rondalli: la grande sfida della regia di Agadah

Intervista ad Alberto Rondalli: la grande sfida della regia di Agadah

Alberto Rondalli ha affrontato una serie di sfide stimolanti con la regia di Agadah: tra storia e magia, effetti speciali e un cast vastissimo, come ha fatto a portare su pellicola la monumentale opera del Manoscritto trovato a Saragozza di Jean Potocki.

Agadah è un film del 2017 ma a settembre 2018 ha partecipato al Salento International Film Festival: cosa si aspettava da quest’ennesimo incontro con pubblico e critica?

È vero, il film è del 2017 ma è proprio in questo periodo che si sta sviluppando una serie di partecipazioni internazionali. A ottobre Agadah arriverà al Seattle Latino Film Festival ma siamo stati anche in Armenia, in Spagna e in Cile, dove abbiamo vinto 7 premi. È stata la terza partecipazione al Festival del Salento: nel 2007 con L’aria del lago e nel 2013 con Anita e Garibaldi. Per me si tratta di affezione e di un grande piacere, a maggior ragione se c’è un campione come Gigi Campanile, pieno di idee ed iniziative.

Nel film c’è una componente storica e una componente magica: quale prevale tra le due?

In Agadah c’è prima di tutto una fortissima derivazione letteraria, visto che il film si basa su questo enorme Manoscritto trovato a Saragozza. L’autore è Jean Potocki, un artista illuminato con una cultura vastissima e tanti interessi. Per questo c’è un rapporto scientifico ma anche esoterico con la realtà. C’è una commistione dei due, come un tentativo dell’uomo di dare una spiegazione del mondo. Posso dire che i due elementi si intrecciano in modo paritario.

Intervista a Alberto Rondalli, regista di Agadah
Alberto Rondalli, regista di Agadah

Il romanzo dal quale è tratto il film è complesso: qual è stata la sfida più complessa nel portarlo su pellicola? Lei ha già ammesso che una trasposizione cinematografica è sempre un tradimento…

Si tratta necessariamente di un tradimento, visto che la storia è basata su 66 giornate e in ognuna si intersecano molte storie. È chiaro quindi che per adattarlo bisogna fare delle scelte. È una specie di Mille e una notte europea, tant’è che l’opera era problematica anche per chi voleva stamparla. Ecco perché esiste una versione abbreviata in 10 giorni. È questa l’impostazione che ho voluto dare al film e comprende 16 storie, quelle che ho reputato più rappresentative dello spirito generale dell’opera.

I personaggi secondari sono molti e particolari: qual è stato il più affascinante da ritrarre?

Agadah racconta 16 storie e ciascuna concorre alla compiutezza dell’opera, non riesco a considerarne nessuna come ‘minore’. Tutti i personaggi sono importanti, però quello di Diego Arvas è particolarmente importante perché corrisponde all’alter ego dell’autore. Lo spettatore può seguire il filo della storia e ricalcare il profilo intellettuale e spirituale di Potocki.

Con gli effetti speciali ha cercato di alternare tecnologie più avanzate e altre più semplici, che risultato voleva ottenere?

Volevo arrivare ad un risultato estetico che fosse organico al tono generale del film, senza avvicinarmi allo stile hollywoodiano. Ho preferito inserire qualcosa di più dichiaratamente artigianale, come se lo poteva immaginare un uomo della fine del ‘700 o dell’inizio dell’800 mentre oggi il modo di fruire il cinema è completamente diverso. È esemplificativa la scena del matrimonio degli scheletri, nel quale ci sono anche dei riferimenti pittorici tra cui alcuni richiami a Salvator Rosa.

Agadah: Alessio Boni in una scena del film
Alessio Boni in una scena del film

Ha lavorato con un cast ricco, internazionale e pieno di personalità (tra cui Alessio Boni, Caterina Murino, Alessandro Haber, Umberto Orsini, Nahuel Pérez Biscayart e Pilar López de Ayala): ciò ha facilitato il suo compito o lo ha reso più complesso?

La complessità è stata data principalmente dal numero di personaggi e attori. Nel film ce ne sono 54 di estrazione sociale completamente diversa l’uno dall’altro. Credo però che più gli attori sono bravi e più è facile lavorarci. Diciamo che la cosa più complicata è stata tenere in mano tutti i ruoli che si alternavano sul set giorno per giorno.

C’è qualche commento del pubblico o della critica che, nel bene o nel male, le è rimasto impresso?

Devo ammettere che sono rimasto piacevolmente colpito dalla critica, la quale mi ha riservato un apprezzamento generalizzato seppur con alti e bassi, com’è normale che sia. Anche il pubblico è stato generoso. Agadah è un film che non si rivolge a tutti bensì a chi è abituato ad andare a vedere dei film di genere un po’ più complesso ma sono stato contento del riscontro ottenuto. Era un’operazione rischiosa e complessa per la struttura e per il tipo di opera ma sono molto soddisfatto: andare in giro per il mondo con la pellicola mi sta confortando anche sotto questo punto di vista.

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