Holy Spider, recensione: Ali Abbasi gira un thriller alla Fincher spietato e sporchissimo

Holy Spider - Zar Amir Ebrahimi (foto Academy Two)
Holy Spider - Zar Amir Ebrahimi (foto Academy Two)

La recensione di Holy Spider, terzo film del regista Ali Abbasi che conferma la volontà dell’autore iraniano di coniugare la denuncia sociale con un racconto drammaturgico teso e potente, violento e viscerale

Dopo le due belle e sorprendenti prove di Shelley e Borders, il regista iraniano naturalizzato danese Ali Abbasi torna finalmente al cinema con Holy Spidergià presentato allo scorso Festival di Cannes dove si è aggiudicato la palma d’oro alla miglior attrice andata alla protagonista Zahra Amir Ebrahimi. Questa volta Abbasi racconta un fatto di cronaca nera realmente avvenuto nella città di Mashhad tra il 2000 e il 2001 e lo fa con uno stile ipnotico, una macchina a mano attaccata ai corpi e ai volti e una gestione della tensione magistrale.

Nella tela del ragno

Mashhad, 2001. Rahimi (Zahra Amir Ebrahimi) è una giornalista di base a Teheran che arriva in città per indagare sulle morti di alcune prostitute, morti di cui la polizia locale non sembra importarsene granché. Viene accolta dal suo collega e amico Sharifi (Arash Ashtiani) che l’aiuta nelle indagini e nei rapporti con le forze dell’ordine, vista la fama non propriamente buona che Rahimi si è fatta a seguito di uno scandalo che l’ha coinvolta nella capitale iraniana. Nel frattempo il killer, conosciuto come il Ragno Santo, continua a uccidere senza sosta, mentre un padre di famiglia di nome Saeed (Mehdi Bajestani) potrebbe saperne molto più di quanto appaia sull’assassino.

Holy Spider - Zar Amir Ebrahimi e Mehdi Bajestani (foto Academy Two)
Holy Spider – Zar Amir Ebrahimi e Mehdi Bajestani (foto Academy Two)

Un thriller di stampo occidentale

Ali Abbasi è in questo momento uno degli autori medio-orientali più interessanti dell’intero panorama cinematografico, e lo dimostra ancora una volta con questo thriller cupissimo sulla scia dei lavori di David Fincher o di Michael Mann. Del primo ha mutuato la capacità di generare tensione attraverso l’uso sapiente delle musiche (qui composte dal bravissimo Martin Dirkov), delle inquadrature strette e dei dialoghi, sempre iper realistici e ariosi mentre dal secondo ruba la rappresentazione malsana e angosciante della periferia attraverso l’uso del digitale. Il risultato è un ibrido estremamente efficace tra visione occidentale del cinema e sensibilità medio-orientale, sensibilità che si traduce non in un eccesso di pudore o nella volontà di accennare soltanto la violenza ma di regalare senso e significato ad ogni singolo fotogramma. In questo Holy Spider è ben più che un mero thriller investigativo e va anche oltre il semplice film di denuncia della condizione femminile iraniana, ma vuole invece essere un ragionamento a tutto tondo sulla percezione del male da parte dell’uomo. Su cosa è giusto e di cosa è sbagliato, su chi sono i veri colpevoli e chi le vere vittime, sul cosa lasciare all’interno dell’inquadratura e cosa invece lasciare fuori.

Holy Spider - Mehdi Bajestani (foto Academy Two)
Holy Spider – Mehdi Bajestani (foto Academy Two)

I mostri che ci sorridono

Appena prima si è parlato di percezione, ed Holy Spider è un film in cui la percezione riveste un ruolo fondamentale sia a livello diegetico che tematico. Abbasi ci mostra fin da subito chi è l’assassino, rompendo le regole dei thriller investigativi, perché qui l’investigazione non è affatto importante. Importa ciò che gli altri pensano del Ragno Santo, cosa la società pensa di lui, cosa la sua famiglia pensa di lui e cosa pensa di lui Rahimi. La quale è sì una giornalista e non una prostituta, ma è pur sempre una donna; Abbasi ci mostra entrambi i lati della medaglia, ma cerca anche per quanto possibile di umanizzare il mostro, di renderlo parte inconsapevole di un ingranaggio malato e perverso, di non fare di questa storia un semplice manifesto contro l’oppressione delle donne ma piuttosto un racconto sociale che ci mostri come un intero sistema di leggi, regole e credenze religiose possa alimentare i nostri istinti più oscuri, prima ancora che generarli. E allora l’Holy Spider del titolo è prima di tutto, per Abbasi, il prodotto di un cortocircuito destinato a perdurare, come ci mostra nella violentissima e inquietante inquadratura finale.

Holy Spider - Zar Amir Ebrahimi e Arash Ashtiani (foto Academy Two)
Holy Spider – Zar Amir Ebrahimi e Arash Ashtiani (foto Academy Two)

Un pugno allo stomaco 

Il gran lavoro dei protagonisti Zahra Amir Ebrahimi e Mehdi Bajestani nei rispettivi panni di Rahimi e Saeed ci fornisce l’opportunità di empatizzare con la prima e di rimanere agghiacciati dalle azioni del secondo, perché entrambi regalano rotondità e complessità ai loro personaggi. Nonostante la sceneggiatura si concentri meno su Rahimi è suo il punto di vista tematico del film, sia come donna che soprattutto come giornalista. Holy Spider lavora quindi sul forte contrasto tra la sua posizione peculiare e il mondo in cui è costretta a muoversi, e nonostante qualche semplificazione di lettura della società iraniana necessaria per non perdere di vista il cuore del racconto, Abbasi dipinge una tela forse non così sorprendente ma ugualmente terribile dell’Iran di inizio millennio (e in un certo senso di quello attuale). Forse non è neanche un caso che siano le immagini dell’11 settembre quelle che vediamo trasmesse da un telegiornale aall’inizio del film; in qualche modo Holy Spider è lì per dirci che il male non ha davvero un’ideologia ma solo una percezione marcia di essa. Ed è per questo che uccide.

Holy Spider. Regia di Ali Abbasi con Zar Amir Ebrahimi, Mehdi Bajestani, Arash Ashtiani, Sina Parvaneh e Forouzan Jamshidnejad in uscita oggi nelle sale distribuito da Academy Two.

VOTO:

Quattro stelle

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci qui il tuo nome