Bangla, la recensione: le differenze tra culture spiegata con leggerezza

Bangla - Phaim Bhuiyan e Carlotta Antonelli

Bangla è un gioiellino che, se non è necessario, poco ci manca. Perché parla di differenze tra culture utilizzando la leggerezza, unico filtro possibile per un argomento di cui, oggi, quasi chiunque si riempie la bocca, quasi sempre senza capirne il senso. Scrive, dirige e interpreta Phaim Bhuiyan, ventiduenne con la fisicità di Aziz Ansari e la fissità di sguardo del primo Nanni.

Le “origini” di Bangla

L’idea di Bangla nasce più o meno un anno fa, sull’onda di una puntata della trasmissione “Nemo – Nessuno escluso” dedicata al giovane aspirante regista Phaim Bhuiyan. Ci si chiedeva, in quell’occasione, cosa voglia dire per un ragazzo di vent’anni, italiano di seconda generazione e musulmano, vivere in un mondo spesso così lontano dai precetti dell’Islam, soprattutto per quanto riguarda la sfera relazionale e sessuale. Cosa accade, in buona sostanza, quando il desiderio bussa alla sua porta? Da qui l’intuizione di Domenico Procacci e della sua Fandango di trasferire quel mondo colorato descritto da Phaim sul grande schermo, provando a preservarne la vitalità e, soprattutto, la freschezza di sguardo.

Istruzioni per l’uso

La precondizione essenziale per apprezzare Bangla – e per innamorarsene anche un po’, come è accaduto a chi scrive – è infatti di prendere quello sguardo e farlo proprio o, almeno, cercare di avvicinarvisi il più possibile. Magari cercando di ricordare quella particolare sensazione che si prova solo a vent’anni, quando un incontro casuale, nel giro di un paio di sguardi, rischia di diventare qualcosa di importante. Se si compie questo piccolo sforzo, mnemonico prima ancora che empatico, e si rinuncia a valutare l’opera prima di Phaim Bhuiyan adottando gli usuali strumenti di analisi, quasi ci si sorprende ad abbandonarsi a una naïveté così densa di significati da avere pochi eguali nel panorama cinematografico italiano.

Bangla - Phaim Bhuiyan
Phaim Bhuniyan in una scena del suo Bangla

La storia

La storia è quella di Phaim, un giovane musulmano di origini bengalesi nato in Italia che vive, insieme alla famiglia, nella periferia multietnica di Roma Est. O, come sintetizza lui stesso, “50% bangla, 50% italiano, 100% Torpigna”. Per mantenersi Phaim fa lo steward in un museo e, nel tempo libero, suona in una band. Proprio durante un concerto incontra Asia (Carlotta Antonelli) e, con la stessa velocità con la quale i due iniziano a piacersi, arrivano anche i primi problemi. Se infatti già non bastasse una famiglia che, in nome della tradizione, lo vorrebbe sposato a una ragazza con le sue stesse origini, ci si mette di mezzo anche la prima regola dell’Islam, che impone a Phaim la castità prima del matrimonio.

Lo scontro tra culture

Bangla è un piccolo film che ha il pregio, più unico che raro, di mostrare lo scontro tra culture differenti da un punto di vista che più micro non si può, ossia attraverso il racconto di formazione di un ragazzo che non percepisce il proprio senso di appartenenza né come un punto di forza né, tanto meno, come un handicap nelle relazioni con l’esterno, ma che anzi, ne affronta ogni minimo aspetto con irresistibile autoironia. Perché Phaim è, molto semplicemente, il prodotto di un melting pot che forse, in alcuni contesti urbani, si risolve in maniera assai meno problematica di quanto la politica delle divisioni non voglia farci credere.

Bangla - Phaim Bhuiyan (2)
Phaim Bhuiyan e la colorata coprotagonista di Bangla, Torpignattara

Una regia già matura

Ma ciò che stupisce ancor di più di qualsiasi sottotesto sociale è la naturalezza con cui Bhuniyan dribbla tutti i luoghi comuni nei quali, chiunque alle prese con un’opera prima basata sostanzialmente sull’autobiografismo, rischierebbe di incappare. C’è già, nello stile, una maturità difficile da attribuire a un regista di soli ventidue anni. La macchina da presa si muove sicura tra le strade di una periferia che il giovane autore evidentemente conosce a menadito e, complice una scrittura vivace, frulla – come solo un millennial può fare – il primo Nanni Moretti con il Kevin Smith di Clerks e l’Aziz Ansari di Master of None, senza risparmiarsi un breve cenno a Indovina chi viene a cena? e un finale vagamente in odore di Woody Allen.

In conclusione

Presentato nella sezione Voices dell’International Film Festival Rotterdam 2019 e poi, più di recente, al Bifest 2019, Bangla è un’opera molto più importante di quanto il suo basso profilo – che non è il frutto di una scelta perché proprio del suo stesso autore – riesca a suggerire. Un gioiellino che, se non è necessario (aggettivo che andrebbe comunque evitato a priori quando si parla di cinema), poco ci manca. Perché parla di differenze tra culture utilizzando la leggerezza, unico filtro possibile per un argomento di cui, oggi, quasi chiunque si riempie la bocca, quasi sempre senza capirne davvero il senso.

Bangla, diretto da Phaim Buniyan e da lui stesso interpretato, insieme a Carlotta Antonelli e Pietro Sermonti, sarà in sala da giovedì 16 maggio, distribuito da Fandango.

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