Venezia 79, Bones and all, recensione: Luca Guadagnino e l’amore estremo

Bones and all - Taylor Russell e Timothée Chalamet ( Foto di Yannis Drakoulidis)
Bones and all - Taylor Russell e Timothée Chalamet (foto Yannis Drakoulidis)

La nostra recensione di Bones and all, vincitore del Leone d’Argento per la miglior regia a Luca Guadagnino e del Premio Marcello Mastroianni per il miglior interprete emergente a Taylor Russell alla Mostra del Cinema di Venezia 2022: un road movie violento e incantato a metà tra favola nera e storia d’amore

A quattro anni dall’horror militante ed autoriale di Suspiria, Guadagnino torna al genere con un racconto più intimista declinato di venature folk e quasi western. L’epopea sanguinaria anni ’80 dei due giovani amanti di Bones and all, tratto dall’omonimo romanzo di Camille Deangelis, diventa l’espediente perfetto per ragionare sui fantasmi dell’America contemporanea, e forse anche di quelli nostrani.

Storia di un amore clandestino

Sono gli anni ’80 degli Stati Uniti d’America. Quelli di Reagan, degli ultimi rantoli della guerra fredda, della rivoluzione culturale cangiante e ipertrofica rispetto ai compassati anni ’70. Maren (Taylor Russell) è una giovane ragazza che si districa tra i traumi dell’adolescenza più comuni; la ricerca di sé, le prime cotte, la voglia di lasciare il proprio segno nel mondo si scontrano però con una condizione e una natura tutt’altro che comuni e rassicuranti. Maren infatti è una cannibale. A farne le spese dal punto di vista fisico, molto presto nel film, sarà una sua compagna di scuola ma il prezzo maggiore di questa rivelazione scioccante dovrà pagarlo la stessa Maren, abbandonata dal padre ormai incapace di prendersi cura di lei. La ragazza sarà costretta così a vagare per tutti gli Stati Uniti alla ricerca della madre anch’ella cannibale che non ha mai conosciuto, ma in questo viaggio scoprirà di non essere così unica e sola come pensava. Prima l’incontro con l’enigmatico e inquietante Sully (Mark Rylance) e poi quello con Lee (Timothée Chalamet), con il quale intreccerà una focosa storia d’amore, costringeranno Maren a lottare contro i propri demoni interiori e contro l’impulso sempre più impellente di cibarsi di carne umana.

Bones and all - Taylor Russell e Timothée Chalamet ( Foto di Yannis Drakoulidis)
Bones and all – Taylor Russell e Timothée Chalamet ( Foto di Yannis Drakoulidis)

Conoscere sé stessi per conoscere il mondo

L’America di Bones and all è però un paese rurale, primitivo, molto lontano dal glamour e dalla brillantezza di città come New York o San Francisco. È il midwest rappresentato in tutta la sua brutalità, fatto di campi di grano sterminati, di piccole cittadine sparse in mezzo al nulla in cui la vita non scorre mai davvero e in cui la diffidenza e la ritrosia nei confronti degli estranei, dei diversi, regnano sovrane. Il viaggio di Maren inizia e si esaurisce in questo mondo spettrale e senza speranza, un mondo dove le ragazzine come lei possono solo uccidere o essere uccise. Non c’è alternativa, non c’è via d’uscita. Il suo incontro con il bel Lee diventa perciò il pretesto perfetto, per Guadagnino, per raccontare la storia di due anime costrette a fagocitarsi l’una con l’altra, cancellandosi completamente a vicenda in virtù dell’unica cosa che in un’arena così oscura e selvaggia può davvero salvarle: l’amore. Ma l’amore è anche amore per sé stessi ed è scoperta di sé stessi, dei propri limiti, delle proprie paure più recondite e profonde, dei propri sogni e della propria disumana umanità.

Un film che non affonda i denti quanto avrebbe dovuto

In questa ricerca spasmodica di un’identità e di uno scopo, il film sembra accartocciarsi un po’ troppo come i suoi personaggi. Guadagnino sa girare, sa sempre dove piazzare la macchina da presa, sa come giocare con le luci e soprattutto con le ombre, ma rimane incastrato nella sua ricerca assoluta di perfezione formale e narrativa. Il film scorre come un treno ma è tutto troppo programmato, troppo studiato a tavolino, troppo artificioso e artefatto. Sebbene provi  quasi a flirtare con la poesia del non detto, del non esplicitato, non c’è niente di veramente sospeso nella storia di Bones and all. Alla fine il rischio, non del tutto scongiurato, è che la storia diventi piatta non perché priva di sconvolgimenti narrativi o grossi turning point, ma perché priva di uno sviluppo reale dei personaggi che sembra più legato ad una rappresentazione archetipale sia dell’identità come tema, che dell’amore come argomento. Quello di Bones and all è un mondo in cui anche la violenza ( che pure c’è anche se maniera non così totalizzante o viscerale) sembra quasi ammortizzata, resa più plastificata dal contorno da tragedia adolescenziale e non umana; un mondo in cui anche i personaggi come Sully, per distacco quello più interessante e potenzialmente sfaccettato, sono costretti a diventare rotelle di un ingranaggio che li vuole cattivi a tutti i costi, veri mostri tra i mostri che vogliono annientare per non si sa bene quali motivazioni.

Bones and all - Taylor Russell e Timothée Chalamet ( Foto di Yannis Drakoulidis)
Bones and all – Taylor Russell e Timothée Chalamet ( Foto di Yannis Drakoulidis)

Mark Rylance über alles come sempre

Se da una parte abbiamo l’enorme e sottoutilizzato Mark Rylance, che dona al suo Sully quella necessaria spaccatura tra dolore, indolenza e rabbia nei confronti del mondo che lo ha additato come outsider, dall’altra parte Timothée Chalamet e Taylor Russell sembrano trasudare magnetismo e vera chimica solo saltuariamente. Nonostante il prestigioso premio ricevuto a Venezia, infatti, la Russell non sempre riesce a tenere le redini del suo personaggio in mano, lasciandosi andare in un paio d’occasioni a momenti di evidente underacting. Chalamet invece, forte di una maggiore esperienza e di un maggiore carisma comunicativo, rimane aggrappato al suo Lee con le unghie e con i denti ma a differenza del suo personaggio non graffia e non morde mai davvero, perché certamente non aiutato da una costruzione incerta e da una evoluzione quasi inesistente dello stesso. Il risultato è un duetto che funziona bene solo a tratti, quando cadono le barriere della perfezione formale e stilistica e si lascia entrare davvero il dolore, si lascia fluire liberamente il sangue affinché macchi tutto. Volti, corpi, ossa, anime.

Un’occasione non persa, ma sfiorata

Bones and all è un film che quando vuole mordere, lo fa. Lacera, strappa, mastica e rigurgita come i suoi protagonisti il dolore, la disperazione dell’abbandono, la passione della e per la carne, la paura del futuro. il problema è che lo fa meno di quanto dovrebbe e forse vorrebbe. Perché sembra quasi trattenuto, tra una canzone folk, un’auto che sfreccia sullo sterrato, l’inseguimento di una preda, la fuga da un predatore, nel suo voler essere squisitamente cool. Dimenticandosi così della sporcizia, di uno sguardo che si perde nel vuoto, di un silenzio tra un pasto e l’altro. Riempiendolo così di suoni, di suggestioni visive, di budella, di ossa, di tutto ciò che si può rappresentare; ed è proprio ciò che non si può rappresentare che avrebbe donato a questo film un po’ di quell’anima che gli manca disperatamente. Di carne, d’altronde, ce n’era già in abbondanza.

Bones and all - Taylor Russell e Timothée Chalamet ( Foto di Yannis Drakoulidis)
Bones and all – Taylor Russell e Timothée Chalamet ( Foto di Yannis Drakoulidis)

Bones and all. Diretto da Luca Guadagnino con Timothée Chalamet, Taylor Russell, Mark Rylance e Michael Stuhlbarg, uscirà nelle sale il 23 novembre 2022 distribuito da Metro-Goldwyn-Mayer.

VOTO:

Tre stelle e mezza

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