Una donna chiamata Maixabel, recensione: quando l’umanità surclassa la violenza

Una donna chiamata Maixabel - Blanca Portillo (foto di Movies Inspired)
Una donna chiamata Maixabel - Blanca Portillo (foto di Movies Inspired)

La nostra recensione di Una donna chiamata Maixabel, film tratto dalla vera storia della politica Maixabel Lasa: Blanca Portillo e Luis Tosar danno vita all’incontro tra una vittima e il suo carnefice con umanità e intensità

Dopo la vittoria ai premi Goya 2022 andata alla miglior attrice protagonista Blanca Portillo (Volver, Gli abbracci spezzati) e altri due premi per gli attori Urko Olazabal e la bravissima Maria Cerezuela, oltre a quattro nomination di peso tra cui quella andata al co-protagonista Luis Tosar arriva in sala Una donna chiamata Maixabel, il film che ha commosso la Spagna raccontando la vera storia di Maixabel Lasa. Un affresco doloroso e dolente ma giammai manipolatorio quello della regista Icíar Bollaín, perché condanna ogni forma di violenza e di estremismo attraverso la voce degli stessi pentiti in una denuncia tanto intima quanto universale.

Un incontro doloroso

Nel luglio del 2000 Juan Maria Jaúregui, un dirigente del partito socialista spagnolo e marito di Maixabel Lasa (Blanca Portillo), viene assassinato alle spalle in un bar di Tolosa da un commando dell’ETA. Undici anni dopo Maixabel riceve una richiesta incredibile: uno degli assassini del marito, di nome Ibon (Luis Tosar), vorrebbe incontrarla nel carcere in cui sta scontando la pena perché ormai pentitosi del suo crimine atroce. Nonostante i dubbi e l’immenso dolore, anche da parte della figlia Maria (Maria Cerezuela), Maixabel decide di andarlo a trovare perché desiderosa di chiudere i conti con un dolore che la perseguita oltre un decennio, oltre che per avere risposte sulla morte del suo compagno di una vita.

Una donna chiamata Maixabel - Blanca Portillo e Maria Cerezuela (foto di Movies Inspired)
Una donna chiamata Maixabel – Blanca Portillo e Maria Cerezuela (foto di Movies Inspired)

L’assurdità della violenza

All’inizio del nuovo millennio, prima che i fatti tragici dell’11 settembre scuotessero il mondo con la loro potenza devastante, il terrorismo era visto come un qualcosa di legato ad un passato abbastanza lontano, una ferita provocata da rivendicazioni perlopiù politiche che nel tempo si erano fatte più flebili e quindi controllabili. Questo accadeva sicuramente in Italia ma anche in Spagna la situazione non era diversa, nonostante l’ombra dell’ETA fosse ben lungi dall’essere scomparsa. Furono perciò dei fulmini a ciel sereno gli omicidi che per tutto il 2000 insaguinarono la politica iberica, una scia di morte che sembrava non arrestarsi perché figlia di un’indipendenza voluta e desiderata ad ogni costo dall’organizzazione basca, anche con metodi estremi e riprovevoli. Una donna chiamata Maixabel parte proprio da un atto di violenza efferato e terribile, per poi abbandonarla gradualmente quella violenza; la regista Icíar Bollaín resta un passo indietro alla vicenda lasciando che siano la storia e i suoi protagonisti a parlare, ma sceglie soprattutto di lasciare la violenza e il sangue fuori campo. La sua è una pellicola asciutta e rarefatta che poggia su una scrittura precisa e solida, sebbene leggermente troppo didascalica in alcuni momenti, e che lascia fuori la morte per concentrarsi sulla vita rimarcando l’assurdità di una violenza cieca e controproducente.

Una donna chiamata Maixabel - Luis Tosar (foto di Movies Inspired)
Una donna chiamata Maixabel – Luis Tosar (foto di Movies Inspired)

Il senso del perdono

La traiettoria principale su cui l’intera vicenda si muove è però quella del confronto tra Maixabel e l’ex-terrorista Ibon, un confronto votato ad una sorta di riconciliazione e al perdono che si conclude con la consapevolezza della fallibilità dell’animo umano, e che quindi non ha connotazioni di natura religiosa. Nelle sequenze (bellissime) del viaggio in macchina e del finale il senso del perdono si fa evidente davanti ai nostri occhi, perché i percorsi delle vittime e dei loro carnefici si fondono in una ricerca comune della speranza e dell’accettazione, condizioni senza le quali le spirali dell’odio e dell’intolleranza non potranno essere abbandonate mai. Lasciando da parte il pietismo e il sentimentalismo più becero, la Bollaínn si aggrappa ai volti e ai corpi martoriati di Blanca Portillo e di Luis Tosar per disinnescare ogni desiderio pulsante di vendetta da una parte e di reiterazione dall’altra, mostrandoci come la strada verso il perdono sia tutt’altro che semplice e immediata ma che anzi richieda la volontà di cambiare, di migliorarsi, di imparare dal passato guardando al futuro. E questo vale per tutti, anche se con modi e sentimenti diversi.

Una donna chiamata Maixabel - Blanca Portillo, Maria Cerezuela e Luis Tosar (foto di Movies Inspired)
Una donna chiamata Maixabel – Blanca Portillo, Maria Cerezuela e Luis Tosar (foto di Movies Inspired)

Cercare l’umanità

Una donna chiamata Maixabel è quindi, prima di tutto il resto, un affresco potente e commovente di umanità, che non vuol dire certo essere per forza accomodanti o teneri, ma sapersi aprire al dialogo e all’ascolto. Il merito maggiore di un film come questo sta proprio nel non voler mai alzare la voce, nel raccontare con austerità e rispetto cosa accade quando chi il male lo ha ricevuto e chi lo ha compiuto decidono di guardare oltre quel male, tendendo al bene. Questa in fondo è una storia di esseri umani imperfetti e fragili, alcuni dei quali macchiati da un’oscurità che non hanno saputo riconoscere o schivare in tempo per non esserne travolti. E forse il senso del cinema, di quello bello perlomeno, sta proprio nel cercare la complessità nell’umanità senza giudizi manichei tagliati con l’accetta; in questo modo è possibile riconoscere la circolarità delle azioni umane, di tutto ciò che perdiamo e che torna anche se in una maniera che non ci saremmo mai aspettati. Del dolore, della rabbia, perfino dell’odio che possono trasformarsi in speranza, in pacifica rassegnazione e infine in amore.

Una donna chiamata Maixabel. Regia di Icíar Bollaín con Blanca Portillo, Luis Tosar, Maria Cerezuela e Urko Olazabal, uscito ieri 13 giugno nelle sale distribuito da Movies Inspired.

VOTO:

Tre stelle e mezzo

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