True Detective 3: un approfondimento

True Detective 3 nasce con lo scopo piuttosto esplicito di risollevare le sorti di una serie messa in standby dopo il flop della seconda stagione. Ci riesce ricalcando le orme del primo, inarrivabile capitolo.

Aspettative altissime

Nulla da dire: le aspettative che gravavano su questa terza stagione di True Detective erano tutt’altro che semplici da soddisfare. L’autore della serie Nic Pizzolatto era infatti chiamato a rispondere alle critiche negative piovute su un secondo capitolo (ingiustamente) maltrattato più o meno da chiunque e che aveva l’unica colpa di aver dovuto dare un seguito immediato a una prima stagione diventata da subito un cult, grazie alla sinergia pressoché perfetta tra le meraviglie di una scrittura fin troppo densa per gli standard televisivi di cinque anni fa, la regia metafisica di Cary Fukunaga e due performance attoriali maiuscole come quelle di Matthew McConaughey e Woody Harrelson. Tra il flop quasi annunciato di True Detective 2 e questa terza stagione, uno iato temporale insolitamente lungo anche per una serie antologica e la dichiarata volontà di HBO, evidente sin dalle primissime immagini, di riannodare i fili con la prima, nel tentativo di replicarne il successo.

True Detective 3/Mahershala Ali
Mahershala Ali in una scena di True Detective 3

La storia

Ecco spiegato dunque l’abbandono della coralità per tornare a concentrarsi su una coppia di protagonisti, di cui uno particolarmente tormentato, e su un crimine dall’alto tasso di morbosità. Come suggerito, poi, dalle note di Death Letter di Son House rivisitata da Cassandra Wilson, siamo nel profondo Sud, nella piana di Ozark. Non lontano da quella Louisiana stilizzata e spettrale nella quale Rust Cohle e Marty Hart letteralmente si perdevano per dar la caccia a un serial killer. Qui i detective Wayne Hays (lo straordinario Mahershala Ali, fresco di un secondo Oscar per Green Book e qui alla sua prima prova da protagonista) e Roland West (un altrettanto bravo e intenso Stephen Dorff) per lo più passano il tempo ad occuparsi di casi di poco conto. Fino a quando la scomparsa di una coppia di bambini – i fratellini Purcell – sconvolge la quiete apparente del paese, lasciando emergere i non pochi scheletri nell’armadio di una comunità dove tutti sembrano sapere tutto ma si guardano anche bene dal farne parola, in special modo con le forze dell’ordine. Inizia così un’indagine che, dai primissimi anni ottanta fino ai giorni nostri, segna in modo indelebile l’intera esistenza dei due protagonisti.

Similitudini tra la True Detective e True Detective 3

Se la suddivisione in più piani temporali (in questo caso tre) alternati dal montaggio in maniera solo apparentemente randomica suggesrisce un altro trait d’union con la prima stagione, va però detto che le similitudini con questa sono di natura più strutturale che non di sostanza. Come ad esempio nella regia,che in più di un episodio porta la firma dello stesso Pizzolatto e tende a richiamare le suggestioni del lavoro di Fukunaga. Per il resto True Detective 3 è narrativamente assai più secco rispetto alla prima stagione, privo com’è delle sue tante derive oniriche, qui presenti solo nelle allucinazioni dovute alla demenza senile che affligge Hays, privandolo dei ricordi necessari a portare a termine l’indagine. La medesima sintesi la si ritrova poi nei dialoghi, bellissimi anche se privi dei toni filosofeggianti e dalle massime nichiliste (ricordiamo tutti i numerosi riferimenti a Nietzsche) di Rust Cohle.

Mahershala Ali-True Detective 3
Mahershala Ali in versione anziana in una scena di True Detective 3

Universi condivisi

Tutto questo per dire che sì, forse True Detective 3 muoverà anche da istanze simili a quelle del primo capolavoro di Pizzolatto ma, paradossalmente, proprio nella sua relativa mancanza di originalità, trova il proprio valore aggiunto, oltre che una definitiva ragion d’essere. Questo non solo perché la voglia del pubblico di ritrovare le atmosfere intimamente malate della prima stagione era tale da giustificare un’operazione del genere, ma perché offre all’autore l’opportunità di costruire un universo condiviso e perfettamente definito all’interno del quale la prima stagione dialoga con la terza, di fatto negando la subalternità di quest’ultima per conferirle invece uno status di pari dignità narrativa. Come a dire che, più che somigliare troppo al primo True Detective, la terza stagione è semplicemente il frutto del talento dello stesso autore.

In conclusione

Al netto di tutto ciò True Detective 3 vanta una narrazione inquieta e avvincente, con pochi punti di flessione che non smorzano quasi mai il meccanismo di accumulo della tensione ma, anzi, focalizzandosi sugli aspetti più problematicamente psicologici dei protagonisti, in qualche modo lo amplificano. Valga come esempio la riflessione mai banale sul tempo e sulla memoria che permea tutto il piano narrativo contemporaneo. Una digressione che attesta come l’intera serie prescinda, per più di un verso, dalla semplice ricerca di un colpevole. Ché Pizzolatto è prima di tutto un autore di noir e nel noir, si sa, poco importa sapere chi ha ucciso chi. Ciò che importa è in quanti e quali modi riesca a perdersi chi decide di ingaggiare una lotta con la verità.

True Detective 3, scritta da Nic Pizzolatto e interpretata da Mahershala Ali, Stephen Dorff, Carmen Ejogo e Scoot McNairy, è andata in onda tra il 21 gennaio e il 4 marzo su Sky Atlantic ed è ora disponibile su Sky On Demand.

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