Il trono di spade 8×06: recensione di The Iron Throne (Il trono di spade)

Game of Thrones - Daenerys (Emilia Clarke)
Emilia Clarke per l'ultima volta nei panni di Daenerys Targaryen nel finale di Game of Thrones

Il trono di spade conclude il suo memorabile viaggio con un epilogo catartico ed emozionante, ma senza l’epicità che lo contraddistingue, tentando di accontentare molti ma sicuramente non tutti.

Dopo otto epiche stagioni, quasi dieci anni di lavorazione, budget stratosferici e milioni di fan appassionati in tutto il mondo, Il trono di spade conclude il suo leggendario cammino. L’ultimissimo episodio della serie simbolo di un’era televisiva e generazionale, chiude i battenti con fare profetico e catartico, riordinando l’assetto caotico e squilibrato di un regno scosso da troppe laceranti ferite e riassegnando alcuni personaggi fondamentali al punto di partenza del loro arduo percorso, definendone una volta per tutte il destino.

Cenere come neve

The Iron Throne (Il trono di spade appunto), titolo inequivocabilmente e giustamente celebrativo, mostra i resti lasciati dalla furia distruttiva del precedente Le campane, incanalando la storia verso una sorte inedita e mai sperimentata prima d’ora, che realizza la visione di una solitaria Daenerys (Emilia Clarke) in una sala del trono scoperchiata, deserta e ricoperta da una folta coltre di quella che di primo acchito può sembrare neve. Una visione realizzata che porta infine a compimento quel piano folle e scellerato di Aerys Targaryen, smorzato sul nascere dallo sterminatore di Re Jaime Lannister (Nicolaj Coster-Waldau). Una visione realizzata, creatrice di un nuovo ciclo che prende vita dalle macerie e dalle ceneri, come un’araba fenice che torna a sbattere le ali dopo un doloroso ma necessario rito di passaggio. Una visione realizzata, monito utile a rammentare a coloro i quali credono ancora nella verità e nella giustizia, che solo attraverso il dovere è possibile intraprendere la via per un bene superiore.

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Il trono di spade – Daenerys (Emilia Clarke) davanti all’ambito trono

L’amore è la morte del dovere

Ma l’amore è la morte del dovere, perché lo annebbia e lo condiziona, lo nasconde e lo cancella e come un assassino silenzioso lo avvolge tra le sue braccia adoranti, soffocandolo in un bacio appassionato. Proprio per questo il dovere a volte deve uccidere l’amore, per far trionfare il bene a ogni costo. Deve opporsi a qualsiasi barlume di tenerezza del cuore, a qualsiasi illusione sentimentale, compiendo una scelta, pur se amara, verso il bene comune. Solo una scelta ardua, angosciante e sofferta può essere quella giusta, ed è proprio la scelta di Jon (Kit Harington), suggerita dalle sapienti parole di Tyrion (Peter Dinklage), che determina l’avvento di una nuova epoca, un tempo in cui non esisterà più nemmeno quel simbolo di potere e dominio, che ha accecato aspiranti sovrani ingordi, convinti di essere i prescelti nonché la migliore soluzione per l’umanità, quel simbolo che trova la fine proprio tra le fiamme del fuoco dai cui è stato forgiato migliaia di anni prima.

Game of Thrones - Daenerys e Jon
Il trono di spade – Emilia Clarke (Daenerys) e Kit Harington (Jon) in una scena

La catarsi del destino

The Iron Throne è un episodio catartico e profetico, come abbiamo già detto, che porta i suoi personaggi a espiare finalmente quei peccati reali o presunti, volontari o inconsapevoli, mai purificati. Alcuni destinati a trascinarsi dietro un fardello pesante, memento della loro vita precedente, come Jon Snow, che ritrova nei vecchi amici i compagni di una nuova avventura dal sapore già conosciuto ed esperito. Altri destinati a un futuro promettente, carico di responsabilità e di difficoltà da aggirare e arginare come Sansa (Sophie Turner), che dopo un tragitto tortuoso e crudele riesce a raggiungere il suo obiettivo da donna libera, saggia e sicura di sé. Altri ancora destinati a una posiziona scomoda, mai desiderata, ma obbligatoria e imprescindibile per coronare il sogno di un reame fondato su equità e rettitudine, come Bran (Isaac Hempsted Wright), che l’ironia della sorte dell’oneroso pellegrinaggio all’interno della conoscenza universale ha ribattezzato lo spezzato. O come Tyrion, costretto a mantenere fedelmente un legame con quella spilla che a inizio puntata getta via insieme all’obbedienza cieca e alla completa fiducia riposta nel sovrano sbagliato.

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Il trono di spade – Peter Dinklage (Tyrion) in una scena

Un addio dolce e amaro

Gli showrunner Benioff e Weiss danno l’estremo saluto alla loro creatura milionaria da dietro la macchina da presa, infatti è proprio affidata a loro la regia di questo ultimo pezzo del puzzle, una regia che indugia sui volti, sull’espressioni e sui i gesti dei suoi protagonisti nei lunghi dialoghi che accompagnano la struttura narrativa, purtroppo un po’ affrettata, alla sua conclusione. La serie più seguita di sempre non si chiude con un grande epilogo eroico o monumentale, ma con un finale dopotutto accettabile, forse eccessivamente buonista, che in parte accontenta il fandom e in fondo spiazza anche il più machiavellico degli spettatori. Nonostante le opinioni discordanti su questa stagione e un’assurda petizione che di certo continuerà a fare incetta di firme, possiamo essere assolutamente sicuri di aver assistito a una delle più maestose e irripetibili epopee televisive, che anche con i suoi indubbi difetti, rimarrà negli annali mondiali. Un pezzo di storia che tra elogi, aspre critiche, numerosi premi e inevitabili lacrime, ha definitivamente concluso la sua guardia.

Potete leggere tutte le recensioni della stagione conclusiva cliccando qui

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Il trono di spade – Maisie Williams (Arya), Isaac Hempsted Wright (Bran) e Sophie Turner (Sansa)

Voto

 

 

 

 

 

 

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