The Prodigy – Il figlio del male: la recensione

The Prodigy – Il figlio del male di Nicholas McCarthy si inserisce a pieno diritto nel filone a tema “possessione”, senza però dire nulla di nuovo sull’argomento né, tanto meno, declinarlo in maniera originale. Giusto un paio di salti sulla sedia.

Il sottogenere dei bambini cattivi

Dunque, c’è una giovane madre che dà alla luce un bambino cattivo. Limitandoci al solo genere horror – quindi senza scomodare incubi più inquietantemente realistici del tipo di …e ora parliamo di Kevin di Lynne Ramsay – quanti film abbiamo già visto la cui sinossi sia sintetizzabile in questa semplice frase? A cominciare da Il presagio, senz’altro parecchi. Forse anche troppi. E se, nel capostipite dell’intero filone diretto da Richard Donner, l’infante malefico in questione era addirittura l’Anticristo, in questo The Prodigy – Il figlio del male si vola decisamente più basso e siamo invece alle prese con un caso particolarmente sfortunato di reincarnazione.

La trama

Miles (Jackson Robert Scott, già visto in It e, prossimamente, nella serie Netflix Locke & Key) è un bambino di otto anni che, oltre ad avere un’intelligenza molto precoce, mostra una serie di comportamenti anomali che preoccupano e spaventano la madre Sarah (la Taylor Schilling di Orange is the New Black). Ben presto la donna si convince che qualcosa di sinistro e soprannaturale stia prendendo il sopravvento sul suo bambino e, preoccupata per la sicurezza della propria famiglia, è costretta a scegliere tra l’istinto materno di proteggere Miles e il disperato bisogno di capire cosa si sia impossessato di lui.

Taylor Schilling/Jackson Robert Scott
Taylor Schilling e Jackson Robert Scott in una scena del film

Il problema dell’originalità nel cinema horror

Ora, non è che da un film dell’orrore si debba pretendere per forza originalità, per carità. Tanto più che i meccanismi del perturbante spesso agiscono al meglio proprio quando applicati a pattern narrativi coi quali, in qualche modo, siamo già avvezzi. Il problema, semmai, è come quegli schemi vengono declinati, allo scopo – se non altro auspicabile – di impedire allo spettatore di riconoscerli immediatamente e/o di prevederne le svolte principali. È difficile infatti immaginare qualcosa di peggio di un film del quale, in ogni momento, siamo in grado di prevedere, con ottime probabilità di riuscita, quale sarà la scena successiva.

Tutto da buttare?

E se un preambolo del genere potrebbe anche risultare eccessivo per una stroncatura tout court, è proprio perché questa non intende esserlo. Perché, una volta stabilito che The Prodigy – Il figlio del male non inventa nulla, sarebbe comunque ingeneroso classificarlo come un brutto film, soprattutto se rapportato alla media – ahinoi pessima – degli horror contemporanei di area mainstream. E allora, abbassando di molto le pretese, conviene appellarsi a un altro parametro utile per la corretta valutazione di un film che abbia come obiettivo principale quello di fare paura, ossia la quantità di salti sulla sedia garantiti dalla visione.

Schilling/Scott
Taylor Schilling e il piccolo Jackson Robert Scott in un’altra scena del film

In conclusione

E Nicholas McCarthy, nel suo teatrino del già visto, due o tre momenti di (relativa) inquietudine pure riesce a infilarli. Ci riesce malgrado uno script (opera di Jeff Buhler, autore dei reboot di Allucinazione perversa e Cimitero vivente) che non approfondisce quasi nulla dei personaggi. Ad esempio perché Sarah si convince che suo figlio sia posseduto da una presenza malvagia prima ancora di aver ipotizzato – che ne so – una qualche forma di autismo? In definitiva, dunque, sappiate che The Prodigy – Il figlio del male è un film da due o tre salti sulla sedia. Ma è abbastanza? Per una sufficienza di sicuro no. Per una domenica di pioggia, invece, forse.

The Prodigy – Il figlio del male, diretto da Nicholas McCarthy e interpretato da Taylor Schilling, Jackson Robert Scott e Colm Feore, sarà in dsala da giovedì 24 marzo distribuito da Eagle Pictures.

Voto

 

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