The Handmaid’s Tale S02 ep. 1-2, la recensione: Gilead è dentro di noi

The Handmaid's Tale

Le Ancelle sono tornate. La seconda stagione di The Handmaid’s Tale riparte in grande stile, con la solita carica d’angoscia ed uno sguardo che si apre alla narrazione di altri luoghi, al di là di Gilead. Paranoico resta il confronto con il passato e una domanda continua a dilaniarci: ma come ci siamo arrivati?

Dove eravamo rimasti

Ci siamo, finalmente. The Handmaid’s Tale, la serie rivelazione pluripremiata durante lo scorso anno, è tornata con il solito carico di angoscia e paranoia. La seconda stagione si apre con due episodi significativi che subito ci catapultano di nuovo nell’atmosfera asfissiante di Gilead e nella fuga disperata di June (Elisabeth Moss) verso un futuro pieno di incertezze ma anche di speranze. La narrazione riprende proprio da qui: avevamo lasciato la protagonista nelle mani degli Occhi, senza sapere dove fosse diretta. Sotto lo sguardo agitato della Signora Waterford (Yvonne Strahovski), il cui unico desiderio è ormai poter avere quel bambino che l’Ancella porta ora in grembo, June viene condotta inerme verso un destino che non conosce. Sarà la salvezza? Sarà la fine? Lo scopriamo proprio nell’episodio che apre la seconda stagione.

Riappropriazione del sé

La seconda stagione si apre con un tema focale, ovvero il percorso tormentato e contraddittorio della protagonista verso la riappropriazione del sé, che inizia proprio dalla dimensione corporea ed “estetica”. Nel gesto di bruciare gli abiti da Ancella e in quello ancor più significativo di liberarsi del marchio impressole sull’orecchio, c’è tutta la ribellione catartica di June ed il suo processo di emancipazione fisica e mentale da una realtà che l’ha voluta schiava e disponibile, muta ed obbediente. Riappropriarsi di sé significa in primo luogo riprendere in mano il proprio corpo ed il proprio desiderio e da qui tentare di tornare soggetto attivo della propria storia. Una delle prime sfere di cui June torna padrona è quella sessuale, tanto importante in una storia come questa, ambientata in un regime in cui non solo il sesso è funzionale esclusivamente alla riproduzione, ma in cui lo stupro si è fatto addirittura Legge e Cerimonia. Sembra allora di intravedere, negli occhi della protagonista, quel caro motto femminista: “il corpo è mio e lo gestisco io“. Non lo Stato, non un mucchio di uomini-padroni, non la legge di Dio…nemmeno le altre donne. La riappropriazione della dimensione sessuale è importante anche per un’altra ragione: June è stata a lungo una vittima ed è a tutti gli effetti una sopravvissuta. Sull’atto liberatorio e liberato di avere un amplesso in piena autonomia si scardina tutta quella retorica che vorrebbe le vittime di violenza sessuale eternamente sofferenti, come se essere vittima diventasse un ruolo da rispettare, in un certo senso, in eterno. Qui è la potenza rivoluzionaria di questa serie e del personaggio interpretato da Elisabeth Moss.

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Elisabeth Moss (June) in The Handmaid’s Tale

Il marchio di Gilead

La riappropriazione di sé si conclude con una riaffermazione del proprio nome, June, che dà anche il titolo alla prima puntata. È un passo importante, una sorta di ribellione “linguistica” a quel patronimico affibbiato alla protagonista contro la sua volontà. Gilead sembra ormai lontana, ma a poco a poco scopriamo che non è davvero così. Sembra infatti più facile fuggire da mura vere e proprie che dalle prigioni mentali e dai traumi che restano, come un marchio nella carne e, ancor di più, nella mente. «Gilead non conosce confini, Gilead è dentro di te, come lo spirito del Signore», queste le parole di Zia Lydia (Ann Dowd) che riecheggiano nella testa di June. Pur essendocene allontanati, quella realtà asfissiante continua ad imporsi nel ricordo del presente, come una presenza minacciosa, un’ombra malvagia che potrebbe ripiombare sull’ex Ancella da un momento all’altro. «Gilead è dentro di te…come il pene del Governatore. O come un cancro», afferma June. Da qui sappiamo allora che la strada per la libertà sarà lunga e faticosa, materialmente ma soprattutto psicologicamente e spiritualmente. Siamo solo all’inizio.

Io e le Altre, tra rivalità e sorellanza

Altro tema chiave, già fondamentale nella prima stagione, è l’analisi dei rapporti che si vanno a creare tra donne, dentro e fuori Gilead, i quali oscillano tra i due poli di rivalità e sorellanza. Sappiamo che il nuovo regime è di stampo patriarcale e sono gli uomini ad avere il comando; ciò non significa però che le donne non abbiano un ruolo nella protezione e preservazione del potere maschile, anzi. Tolto lo stupro, le scene più cruente di The Handmaid’s Tale hanno come protagoniste delle donne: Zia Lydia e Serena rappresentano, ognuna nel proprio ruolo, quelle categorie femminili che si sono schierate dalla parte del nuovo sistema, che hanno accettato volontariamente, di fatto, la propria subalternità e dipendenza dal maschio, potendo così esercitare un dominio sulle altre donne che spesso sfocia in atteggiamenti apertamente sadici e misogini. Sarà interessante seguire, nei nuovi episodi, lo sviluppo che avrà il personaggio di Serena: donna un tempo combattiva e radicale, ora si ritrova in un mondo che la vuole muta e obbediente e che lei stessa ha contribuito a costruire. Sua unica ragione di vita è avere quel figlio che June porta in grembo. Cosa succederà ora che il suo desiderio non potrà essere soddisfatto? Come farà fronte al fatto che, non potendo essere madre, diventa lei stessa socialmente inutile? Le donne “al comando” cercano inoltre di riprodurre e fomentare rivalità tra le stesse Ancelle, che unite sono state protagoniste, nella scorsa stagione, di importanti gesti di sorellanza, per cui dovranno ora pagare. Se diamo poi uno sguardo alle Colonie, la situazione non cambia: qui le aguzzine sono esclusivamente donne e dirigono di fatto veri e propri campi di concentramento. Persino qui, però, tra fango e malattie, si creano reti di sorellanza e resistenza.

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Le Colonie e le “Non Donne” come rifiuti sociali

Si era detto che la seconda stagione aprirà a nuovi scenari ed esplorerà altri luoghi oltre i confini di Gilead. Nel secondo episodio Unwomen (Non Donne) entriamo per la prima volta nelle Colonie, territori ai margini della città dove schiere di donne “inutili” sono costrette ai lavori forzati e a smaltire rifiuti tossici. Le Colonie sono la quintessenza della misoginia: qui vengono condotte coloro che, per varie ragioni, sono definite dal sistema di Gilead indegne di appartenere al genere femminile, perché non ne incarnano doveri e valori (decisi ovviamente dall’ordine patriarcale). Qui allora troviamo donne sterili, incapaci di assolvere alla loro funzione primaria e più importante, e inadatte ad assolvere altri compiti, o ribelli che si sono macchiate di qualche grave crimine, come ad esempio Janine (Madeline Brewere) ed Emily (Alexis Bledel), che finalmente – e con grande sollievo – ritroviamo. Qui le donne divengono veri e propri rifiuti sociali, scarti “tossici” e pericolosi, paragonabili a quelli che ogni giorno, in condizioni di schiavitù, le stesse sono costrette a smaltire.

Tra vendetta e resistenza, la Emily di Alexis Bledel

Bisogna spendere qualche parola per commentare il gran personaggio che si sta rivelando Emily – approfondito per la prima volta nella 2×02 – e soprattutto l’interpretazione assolutamente magistrale di Alexis Bledel. In quest’episodio apprendiamo qualcosa del passato della donna, finita nelle Colonie dopo un tentativo di ribellione che aveva portato alla morte di alcuni soldati. Emily era una brillante ricercatrice e insegnante, lesbica e madre di un figlio insieme alla compagna, dalla quale è stata separata durante il tentativo di lasciare gli USA. Tratti caratteristici del suo personaggio, di cui sicuramente seguiremo d’ora in poi le vicende, sono lo spirito combattivo e il desiderio di vendetta. Nonostante si sia ritrovata in una discarica umana, Emily riesce con le proprie conoscenze e la propria resilienza ad essere un punto di riferimento per le altre donne che, come lei, soffrono atrocemente tra malattie e fatica fisica. Per un momento sembra animata da uno spirito caritatevole e pietoso nei confronti di una ex Padrona, finita nelle Colonie per adulterio, ma è tutta finzione. Non ci può essere perdono per chi ha permesso che il marito violentasse ripetutamente un’altra donna, sotto il proprio sguardo. Eccesso di crudeltà?! Forse, ma chi, in fondo, si sentirebbe di giudicarla? Emily ha perso due volte l’amore, è stata mutilata nel corpo e nell’anima, a causa della sua passione “criminale”. Parlare di Dio e Amore al suo cospetto forse non è stata la mossa migliore. Solo applausi per Alexis Bledel.

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Alexis Bledel (Emily) in The Handmaid’s Tale

Come ci siamo arrivati?

Continuano intanto i flashback che ci mostrano spaccati di una normalità ormai perduta e, ancor di più, i primi segnali della deriva fondamentalista verso cui si sarebbe poi approdati con la fondazione di Gilead. La domanda che continua a ossessionare lo spettatore è proprio questa: come siamo arrivati a questo? Quali campanelli d’allarme si sono ignorati, pensando fossero tutto sommato fatti sopportabili se non ridicoli? Ci erano state mostrate già svariate scene del passato di June nella prima stagione. Ora il cerchio si chiude e assistiamo all’esatto momento in cui tutto ha inizio, con il colpo di Stato alla Casa Bianca in diretta tv. Ma questo è solo l’apice, anticipato da una serie di atteggiamenti, divieti, ordini e normative che avrebbero dovuto far presagire ai personaggi l’incombere di un futuro oscuro per tutti e, soprattutto…per tutte. Ciò che disturba maggiormente è che gran parte di questi piccoli grandi tasselli, poi degenerati ed esplosi in aperta repressione, misogina ma anche omofoba, non ci sono poi così estranei. Sono in fondo discorsi e “opinioni” che circolano ancora nella nostra società, nei suoi aspetti più retrogradi e violenti, e che spesso riemergono da un passato che, in fondo, si è già verificato. Particolarmente toccante lo scambio di battute tra Emily ed il suo superiore, anche lui gay: «pensavo saremmo stati l’ultima generazione a dover lottare…benvenuta nella lotta». Ancora più commoventi le scene ambientate nel luogo in cui si rifugia June, che poi si scopre essere la sede del The Boston Globe, quotidiano della città e teatro di una vera e propria carneficina. Il rapporto tra giornalismo e potere sarà sviluppato ulteriormente nei prossimi episodi, come già aveva annunciato Bruce Miller.

Un futuro…passato

Guardando The Handmaid’s Tale abbiamo una costante sensazione di già visto, di deja-vu. Ed è questo l’aspetto che ha reso questa serie, probabilmente, così conturbante, a tratti quasi terrificante. Siamo sconcertati dalla realtà che ci viene presentata e alla quale assistiamo inermi, ma solo perché ci troviamo di fronte alle estreme conseguenze, al già compiuto. Puntata dopo puntata, tramite l’abile costruzione a flashback, lo spettatore è chiamato a ricollegare i fili della storia, a mettere insieme, tassello dopo tassello, un mosaico di violenza portata all’estremo, ma in fondo costruita su e resa possibile da una serie di piccole – e talvolta quasi insignificanti – violenze “minori”. The Handmaid’s Tale traspone nel futuro, estremizzandola, una società che c’è già stata e, cosa più importante, una società che in molti, ancora oggi, vorrebbero riproporre. La potenza di questa serie si gioca tutta qui, in questa continua tensione tra possibile e impossibile, che porta con sé un’alta carica d’attualità, anche e soprattutto politica. In un’intervista Margaret Atwood ha dichiarato che, fortunatamente, ormai tornare indietro è impossibile. Possiamo certo essere d’accordo con lei: un ritorno ad una società del genere forse è impensabile, ma non è questo il punto. Piuttosto dovremmo chiederci quali residui, quali discorsi e simboli ancora oggi sono in circolo, residuo tossico di un mondo che abbiamo già sperimentato e che non è sparito del tutto. The Handmaid’s Tale ci obbliga a interrogarci su tutto questo.

The Handmaid’s Tale è una serie ideata da Bruce Miller e tratta dall’omonimo romanzo della scrittrice Margaret Atwood. Distribuita da Hulu, in Italia la serie è disponibile su Timvision, con un episodio a settimana, ogni giovedì. Con Elisabeth Moss, Alexis Bledel, Ann Dowd, Joseph Fiennes, Yvonne Strahovski, Madeline Brewer, O. T. Fagbenle, Max Minghella, Samira Wiley.

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