TFF36: recensione Horror Vacui, Scala C, Interno 8 e altri corti del festival

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Abbiamo visto alcuni dei cortometraggi del Torino Film Festival 2018. Nella sezione Italiana.Corti, dedicata ai cortometraggi italiani, impressionanti Horror Vacui e Scala C, Interno 8. Ambiente e società le tematiche ricorrenti fra i registi, da quelli d’esordio ai più esperti. Ecco le nostre recensioni.

Il Torino Film Festival è in dirittura d’arrivo, dopo giornate piene di eventi, ospiti d’eccezione, proiezioni ed anteprime che abbiamo cercato di raccontarvi negli ultimi giorni. La sezione Italiana.Corti, come ogni anno, ci ha regalato sorprese e spunti di riflessione.

Horror Vacui di Matteo Zamagni era, fra tutti i cortometraggi presentati, quello che più eravamo ansiosi di vedere. Un cortometraggio di esordio, della durata di tre minuti. Tre minuti nei quali viene mostrata una contrapposizione frenetica, innovativa e coinvolgente tra uomo e ambiente, tra artificio e natura. Corto, quello di Zamagni, che potrebbe sembrare un video musicale, se non fosse per la finezza artistica, la ricerca visiva e il livello di avanguardia espressiva che lo caratterizzano. È interessante la lettura in chiave inedita del concetto di “paura del vuoto”, da cui il cortometraggio trae il titolo. Che dire: se tutto il cinema esordiente italiano fosse così, sarebbe una nuova stagione aurea della settima arte.

Horror Vacui di Matteo Zamagni - una scena
Una scena di Horror Vacui, di Matteo Zamagni

Drive-in di Demetrio Giacomelli è un cortometraggio che pone questioni interessanti e stimolanti sul mezzo artistico e la creatività, sulla distanza fra soggetto ed oggetto o tra il piano dell’esistente e quello del fantastico. Queste tematiche vengono introdotte dall’insistente e verbosa voce narrante, che accompagna lo spettatore per quasi tutti i 16 minuti di cortometraggio. Non possiamo tralasciare il fatto che il regista abbia curato da solo ogni aspetto del cortometraggio; per quanto questo sia sintomo di una indubbia capacità, sarebbe forse stato necessario che l’opera venisse temprata anche da qualcun altro, in modo da svilupparne la piena potenzialità e arginare la lieve ridondanza di alcuni passaggi.

Supermarket di Gianluca Abbate è il secondo capitolo di una trilogia iniziata nel 2014 con Panorama. L’oggetto, più che evidente, del cortometraggio di otto minuti è la società contemporanea. È ipnotico l’effetto di contraddizione tra le immagini caotiche e sovraccariche e la voce suadente in sottofondo che invita al sonno. Quando ero piccolo, mi capitava di divertirmi attaccando alle pareti di camera mia ritagli di riviste, poster, immagini: Gianluca Abbate si diverte allo stesso modo, cucendo fluidamente fra loro immagini di uomini, prodotti e storie – cariche di significati sia pratici che metaforici – ma anche suoni e voci. Supermarket è una vera e propria opera d’arte, attuale ed’avanguardia, che starebbe bene in una sala cinema come in una galleria d’arte contemporanea: il mezzo espressivo viene esplorato senza riserve e a tutto tondo.

Supermarket di Gianluca Abbate, una scena
Supermarket di Gianluca Abbate, una scena

WWW (The Whale Who Wasn’t) di Alessia Cecchet ricorda marcatamente racconto di Fredric Brown del 1954, Sentinella. Si tratta di un cortometraggio che cerca di raccontare l’uomo ed il suo rapporto con la terra in modo diverso, ribaltato, ma – purtroppo – risulta intuibile e prevedibile. Sono molto apprezzabili le sequenze video ed il montaggio, in particolare è interessante la scelta di riconvertire dei film educativi per questa contro-narrativa moderna. I difetti del corto, tra cui qualche trascurabile pecca delle animazioni, sono comunque controbilanciati dall’aspetto emotivo. Quando ho visto questo cortometraggio, già dall’inizio, sapevo dove stava andando a parare: ciononostante mi sono emozionato, ho sentito preoccupazione ed empatia, come se fosse la prima volta che vedessi un prodotto simile. In sintesi: WWW (The Whale Who Wasn’t) è un cortometraggio che, talvolta in maniera un po’ incerta,  tocca le “corde” giuste.

Scala C, Interno 8 di Giulio Squillacciotti: sorprendente. Sette minuti di corto che, attraverso lo scorrere dei messaggi in una segreteria telefonica, ci raccontano una storia a metà, di un amore non consumato, passato, tra la polvere e le penombre di un appartamento di Roma. Il regista ci ricorda che sebbene la tanto decantata avanguardia indipendente venga fatta coincidere (fin troppo spesso) con la disgregazione e la ricerca quasi parossistica del decadente, è possibile fare arte con forme più semplici, equilibrate e comunque interessanti. La delicatezza del racconto e delle immagini è coinvolgente e sfocia, senza sforzo, nel sublime. 

What Time is Love di Anna Franceschini è un corto che si pone da subito in una dimensione concettuale. Una serie di giocattoli che vengono testati, inquadrati e manipolati diventano, fuori da qualsiasi dimensione spaziale e temporale, metafora del prezzo da pagare per essere accettati in società. Nei dodici minuti di cortometraggio si apprezzano, fin da subito, la fotografia (di Pierluigi Laffi), molto armoniosa ed evocativa. Il punto critico, a nostro avviso, è proprio nell’estrema concettualizzazione di questo cortometraggio, che – per quanto esteticamente appagante – verso la fine sembra un tantino eccessiva.

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