TFF36: Atlas, recensione del violento film sulla forza degli affetti

Atlas

Atlas, di David Nawrath, presentato al 36° Torino Film Festival, pone la violenza come base per la costruzione dei rapporti sociali e familiari, rendendo la narrazione a tratti pesante, ma al tempo stesso sincera e carica d’emozione.

Un incidente di percorso

Atlas, di David Nawrath, presentato al 36º Torino Film Festival, pone al centro della storia la vita di Walter (Rainer Bock), uomo apparentemente mite e tranquillo, divorato da un dolore, che lavora per una compagnia di recupero crediti legata con la malavita: lui e i suoi pignorano e sfrattano inquilini da appartamenti che interessano agli speculatori. Un giorno Walter bussa a una nuova porta e qualcosa inizia a cambiare: si troverà a dover affrontare il suo passato, un errore che ha cercato di nascondere e che porta dentro di sé da troppo tempo. Ma soprattutto dovrà affrontare quegli uomini violenti e spietati con cui lavora.

Un’organizzazione spietata

Crudo e brutale, con personaggi apparentemente privi di sensibilità, Atlas rappresenta una cittadina della Germania dove la malavita prende di mira gente onesta e comune, e un gruppo di affiliati criminali dove non vige alcuna gerarchia, ma solo la legge del più forte. Il personaggio di Moussa Afsari (Roman Kanonik), braccio destro della piccola organizzazione, sfoga tutta la sua rabbia picchiando sia gli inquilini, sia i suoi stessi soci: basta una battuta di troppo per ritrovarsi con le gambe spezzate. Il codice morale tra di loro, tipico di molte bande criminali, non esiste, l’unico tradimento è mettersi dalla parte opposta: la polizia o gli inquilini stessi.

Atlas - Rainer Bock e Thorsten Merter.jpg
Walter (Rainer Bock) e un suo socio (Thorsten Merter) in una scena del film

Un ego smisurato

A volte la violenza del film sembra eccessiva, come a voler caricare un tema già di per sé pesante. Atlas tratta argomenti come l’affetto familiare, l’abbandono, il senso di colpa e lo fa con tutto il calore che queste emozioni possono trasmettere. Contrapposto a tutto questo c’è un mondo spietato e faticoso, dove si risolve tutto con minacce e aggressività. I personaggi secondari sembrano del tutto privi di umanità, come se la soddisfazione personale di essere rispettato e temuto vada oltre ogni cosa, abbattersi o accontentarsi, anche quando si tratta di vita o di morte, vuol dire essere deboli, essersi piegati e in questo film sembra essere la cosa peggiore che si possa fare.

Troppo insensibili

Interessante la trama che riguarda l’interiorità dell’unico personaggio umano e sfaccettato, il protagonista Walter che si trova a dover scegliere tra la sua famiglia e il suo lavoro, tra ciò che ha abbandonato e ciò per cui ha vissuto, sapendo che la posta in gioco potrebbe essere la sua stessa vita. Walter ha un dolore e un senso di colpa che lo portano pian piano a una sensazione di incertezza su come agire, su cosa fare, su chi scegliere. L’atmosfera cupa di Atlas e gli strani rapporti che legano Walter e i suoi soci sembrano dare al film una marcia in più, creando un contrasto con l’onestà dei sentimenti, ma al tempo stesso rendono il film a tratti pesante ed esagerato.

Atlas - Rainer Bock
Walter (Rainer Bock) a cena dalla famiglia Haller

Caratterizzazione intensa

Atlas è girato in modo chiaro e pulito, la fotografia a tinte fredde e scure, soprattutto negli ambienti in cui viene mostrata la malavita della società di Walter, in contrasto con quando invece si è a contatto con la famiglia, gli inquilini, dove i colori sono leggermente più accesi e vivaci, anche in base alla fisionomia degli attori. Particolare attenzione viene data infatti agli sguardi, attraverso molti primi piani, e alle espressioni degli attori, per far emergere appunto le emozioni incontrollate e il calore dei sentimenti in un mondo violento, crudele e ingiusto.

Atlas, diretto da David Nawrath, con Rainer Bock, Albrecht Schuch, Uwe Preuss, Thorsten Merten, Roman Kanonik.

Voto

 

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