Dalla Festa del Cinema di Roma la recensione di Te l’avevo detto, l’opera seconda della regista Ginevra Elkann con Valeria Bruni Tedeschi, Valeria Golino e Alba Rohrwacher: l’Apocalisse climatica si fa specchio di un’umanità allo sbando, un po’ come il film
Ad un anno dalla Siccità raccontata da Virzì il cinema italiano torna a parlare dell’emergenza climatica, ma stavolta con uno sguardo femminile. Al Roma Film Fest è arrivata Te l’avevo detto, l’opera seconda di Ginevra Elkann, discendente dell’omonima famiglia torinese e vincitrice di un David nel 2021 come miglior regista esordiente. Un film certamente non privo di ambizione, con un grande cast internazionale che annovera Valeria Golino, Valeria Bruni Tedeschi, Alba Rohrwacher, Riccardo Scamarcio, Danny Huston e Greta Scacchi, ma anche confuso nell’approccio perché rimbalza troppe volte tra uno spirito apocalittico e inquieto ad uno più intimista e ricercato.
L’Apocalisse è vicina
È un fine settimana di gennaio a Roma, quando un’anomala ondata di caldo si impossessa della città. Nell’arco di due giorni Pupa (Valeria Golino), Gianna (Valeria Bruni Tedeschi), Bill (Danny Huston), Caterina (Alba Rohrwacher) e Riccardo (Riccardo Scamarcio) vengono messi con le spalle al muro, costretti ad affrontare tutto quello che hanno abilmente evitato nelle loro vite, abituati a usare il sesso, il cibo, le droghe e persino l’amore come via di uscita, adesso non possono più scappare, devono attraversare il caldo e farsi trasformare da esso, ognuno con il suo ritmo, ognuno con la sua voce.

Troppo tutto
Non si può dire certamente che la Elkann non avesse un’urgenza, un fuoco che le ribolliva dentro da far uscire fuori il prima possibile e non si può certamente affermare come Te l’avevo detto non cerchi di captare quest’urgenza, di alimentare questo fuoco. Dentro questa sua opera seconda ci sono l’emergenza climatica che sta lentamente soffocando il mondo, la genitorialità con le sue responsabilità, la dipendenza affettiva, dalle droghe e dal successo, il peccato. Un po’ tanto, un po’ troppo. Perché il problema principale di questo suo secondo lavoro sta nelle troppe strade che decide di percorrere senza davvero portarle a termine in modo soddisfacente.
Ci sono tante pellicole contenute in una, tanti immaginari diversi che riconducono ad una radice il cui tema è proprio quello del peccato, in senso metaforico ma anche biblico. La Roma che ci viene mostrata è una città letteralmente arsa dal calore, costantemente pervasa da una nebbia innaturale che la fa assomigliare quasi ad una sorta d’inferno dantesco, un luogo selvaggio e inospitale in cui l’umanità si vede ormai soltanto a sprazzi. La regista torinese, che pure è brava nel dar vita ad un immaginario efficace, soffocante e inquieto, non riesce a gestire il peso della sua ambizione e arriva troppo in fretta ad un finale che, almeno sulla carta, possiede pure un suo fascino.

Rosso fuoco
All’inizio abbiamo citato Siccità di Virzì e questa pellicola, per certi versi, rappresenta un lavoro speculare all’opera del regista livornese, con una differenza però. Te l’avevo detto non sceglie la via salvifica e consolatoria del predecessore, ma ha comunque il coraggio di portare i propri personaggi dentro all’Apocalisse fino in fondo. Eppure ci sono troppi nodi irrisolti. Personaggi, sottotrame, persino spunti tematici che vengono appena accennati e poi lasciati andare con troppa facilità e velocità, tanto che se alcune storyline come quella del prete interpretato da Bill Huston sono costruite con una certa coerenza e precisione, molte altre si perdono letteralmente in un nulla di fatto.
Divorate dal quel fuoco immaginario (o forse no) che si avvicina sempre di più, incenerite nella notte senza fine. E allora assistiamo ad un andirivieni continuo per Roma di personaggi in cerca di un luogo in cui spargere delle ceneri, di un momento d’intimità con il proprio figlio, di un ultimo barlume di amore e di successo prima di precipitare nel buio, tanto da far pensare che forse tutta questa sovrastruttura simbolica non è che fosse proprio necessaria. Perché se Te l’avevo detto ha un merito è quello di cercare la verità nell’umanità degli uomini e delle donne che racconta, e se lo avesse fatto con una maggior asciuttezza e senza l’uso di filtri forse questa verità sarebbe uscita di più fuori.

Ambizione e confusione
Alla fine rimane l’amaro in bocca per uno sguardo non ancora sufficientemente maturo, anche e soprattutto in fase di scrittura e creazione, perché privo di un focus chiaro e leggibile. L’ambizione non manca, la capacità di provare a pensare anche un po’ fuori dai soliti schemi del nostro cinema pure, però manca la capacità di sintesi e di scelta a priori, di sacrificare il superfluo e il ridondante, di prendere il cuore della storia e di incendiarlo. Alle volte basta un piccolo cerino, non serve andare fino all’inferno.
| TITOLO | Te l’avevo detto |
| REGIA | Ginevra Elkann |
| ATTORI | Valeria Golino, Valeria Bruni Tedeschi, Alba Rohrwacher, Riccardo Scamarcio, Danny Huston e Greta Scacchi |
| USCITA | prossimamente |
| DISTRIBUZIONE | Fandango |
Due stelle e mezza

























