Stronger, la recensione: Jake Gyllenhaal e la maratona di Boston

Stronger - Gyllenhaal & Maslany
Jake Gyllenhall e Tatiana Maslany in una scena del film

Alla Festa del Cinema di Roma un intenso Jake Gyllenhaal ripercorre in Stronger la parabola di Jeff Bauman, uno dei 260 feriti nell’attentato esplosivo che, il 15 aprile 2013, sconvolse la città di Boston.

Un tragico attentato

Solo pochi mesi fa il notevole Boston – Caccia all’uomo di Peter Berg riportava alla mente (e soprattutto agli occhi) il tragico attentato esplosivo che, il 15 aprile del 2013, funestò la città di Boston durante la sua maratona annuale. Se il film di Berg si concentrava sulla dimensione macro dell’evento – inclusa la concitata caccia all’uomo che portò all’arresto di entrambi i terroristi – Stronger approccia la faccenda dal versante più emotivo, puntando la macchina da presa su uno solo dei 260 spettatori della gara rimasti feriti quel giorno: Jeff Bauman (Jake Gyllenhaal). Un ragazzo semplice che, nel tentativo di riconquistare l’ex fidanzata Erin (Tatiana Maslany), realizza uno striscione e va a fare il tifo per lei all’arrivo della maratona. Bastano pochi istanti perché quel giorno di festa si trasformi in inferno e Jeff si risvegli in un letto di ospedale senza più le gambe. Da lì in avanti il giovane inizia un cammino irto di ostacoli per superare le ovvie difficoltà che la sua nuova condizione comporta. Lo aiutano un’ironia beffarda dietro cui mascherare – o almeno provarci – i momenti di disperazione e l’amore per Erin.

Miranda Richardson, Jake Gyllenhaal e Tatiana Maslany in Stronger
Miranda Richardson, Jake Gyllenhaal e Tatiana Maslany

La parabola dell’uomo qualunque

Se la parabola dell’uomo qualunque ricade nel più classico dei canovacci da caduta e risalita, il retaggio mumblecore di David Gordon Green è utile a stemperare certi eccessi di retorica perennemente dietro l’angolo quando si trattano personaggi affetti da handicap. In particolare si apprezzano, soprattutto nelle prima parte, i tentativi di alleggerire il dramma attraverso il ricorso a toni quasi da commedia, favoriti dalla natura ostentatamente redneck (leggi pure “cafona”) della famiglia del protagonista, in primis della rozza madre, una straordinaria Miranda Richardson. Poi la storia prende una piega più usuale, con lo scivolare di Jeff in una spirale di negatività autolesionista dalla quale lo spettatore sa già benissimo riuscirà a rialzarsi in tempo per i titoli di coda, e un po’ perde quota. Ma, come accennato poc’anzi, è un passaggio quasi obbligato in storie del genere e Gordon Green non infierisce nemmeno più di tanto in termini di facile pietismo.

Stronger - Jake Gyllenhaal
Jake Gyllenhaal

Il bisogno di eroi

Convince però la messa in scena intima, quasi eastwoodiana, con cui l’autore decide di non mostrare quello che altri renderebbero invece il fulcro emozionale del film. Bastino come esempi la scena delle esplosioni, inquadrate da lontano e osservate dal punto di vista di chi correva verso il traguardo e la telefonata con cui la madre di Jeff viene informata dell’accaduto, tagliata immediatamente prima che la donna palesi una qualsiasi reazione. Sono entrambi segnali forti di un pudore, sia estetico che intellettuale, che eleva comunque il film sopra la media. Così come piace il modo che ha Stronger di riflettere sul bisogno, tipicamente americano, di assegnare lo status di “eroe” a chiunque sopravviva a un dramma, quasi fosse la condizione essenziale per metabolizzare un trauma. Ma del resto l’epica del common man passa anche attraverso certi passaggi. Bravissimo Jake Gyllenhaal in un ruolo tutt’altro che facile. Ormai gli manca solo un Oscar ad attestarne ufficialmente il grado di maturità.

Qui potete leggere tutti gli articoli e le recensioni dalla Festa del Cinema di Roma.

Stronger, diretto da David Gordon Green, con Jake Gyllenhaal, Tatiana Maslany, Clancy Brown, Miranda Richardson, Frankie Shaw, Maggie Castle, Carlos Sanz, Danny McCarthy, Owen Burke, sarà nei cinema italiani dal 4 luglio 2018, distribuito da Leone Film Group e 01 Distribution.

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