Simple Minds: la recensione di Walk Between Worlds

Simple Minds - copertina

Quattro anni dopo Big Music, i Simple Minds tornano con Walk Between Worlds, e lo fanno in grande stile.

Ci sono band che non invecchiano mai, e il peso degli anni su di esse sembrano perlopiù scandire il passare delle nostre vite. E cosi, quarant’anni dopo, i Simple Minds sono ancora qui, e per fortuna! Dopo quattro anni dal precedente lavoro, la band scozzese guidata dal sempreverde Jim Kerr, è tornata con Walk Between Worlds, compiendo un’operazione che ha del sorprendente ma, al dire il vero, solo per chi li ha sempre snobbati, o confinati nel calderone pop/commerciale residuato dagli anni 80. Insomma, non si realizzano 18 album (vendendo oltre 60 milioni di copie), se non hai qualcosa da dire.

Attraversare i decenni

La capacita dei Simple Minds è sempre stata quella di adattare un proprio sound alle correnti musicali più in voga, senza tradire mai la loro cifra stilistica; una qualità che, negli anni ’90, portò alla crisi creativa più difficile della band, che però ebbe il merito di rialzarsi all’inizio degli anni 2000 con l’album Cry. Sonorità diverse, membri che cambiano, ma la stessa voglia di non adagiarsi mai sugli allori: è con Big Music (2014), che il gruppo scozzese torna a far parlare di se, preparando (diremmo oggi), pubblico e critica a quella che sarebbe stata la definitiva rinascita.

Simple Minds
I Simple Minds durante un concerto

Viaggio all’interno dell’album

L’apertura di Magic evidenzia subito il leitmotiv dell’album: unire il passato con il futuro, i synth cari agli anni ’80 con la cassa dritta di nuova generazione; le successive Summer e Utopia sono realizzate su una struttura meno dance e più rock dove, specie nella seconda traccia, si evidenzia un certo amore per la contaminazione, stavolta di natura orientale. The Signal and the Noise è il primo spartiacque: l’intro iniziale a metà tra i Depeche Mode e Radio Gaga, la voce pulita di Kerr e un’armonia pulitissima ci dimostrano che la band è tornata ai suoi standard migliori. Se In Dreams è il momento più dance dell’album, Barrowland Star è il brano più nostalgico e autoreferenziale, con la chitarra di Charlie Burchill che raggiunge il suo apogeo regalandoci un pezzo bellissimo e mai cedevole.

Un ritorno impeccabile

La title track è un nuovo ritorno alla parte più danzereccia, che lascia la chiusura a Sense of Discovery, il capolavoro dell’album: prodotto, suonato e arrangiato divinamente, è la summa perfetta del classico che incontra il moderno, e testimonia il ritorno incredibile della band scozzese. Un disco bello, variegato, giocato meravigliosamente tra nuovi echi e ritorni al passato: con Walk Between Worlds, i Simple Minds hanno fatto di nuovo centro (e per chi volesse sentirli live, quest’estate saranno in Italia!)

Walk Between Worlds, nuovo album dei Simple Minds, è uscito il 2 febbraio per l’etichetta BMG.

Voto

 

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