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Sanremo 2026, ascoltati i 30 brani in gara, le pagelle: Fedez & Masini vincenti, Ditonellapiaga e Brancale top, Sal Da Vinci underdog

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Abbiamo ascoltato in anteprima i brani in gara al Festival di Sanremo 2026: relazioni tossiche, famiglie imperfette, fragilità maschili e desiderio di felicità, tra ballad intime, disincanto generazionale e pochi veri tormentoni; Fedez & Masini super favoriti, Ditonellapiaga e Brancale top, Sal Da Vinci l’underdog

Manca poco meno di un mese al via del Festival di Sanremo 2026, in programma dal 24 al 28 febbraio, e come di consueto la stampa ha avuto modo di ascoltare in anteprima i brani in gara, con testi alla mano. Un ascolto che, rispetto alle edizioni precedenti, restituisce un quadro piuttosto compatto dal punto di vista tematico e sorprendentemente omogeneo sul piano emotivo.

Il Sanremo 2026 del direttore artistico Carlo Conti è un Festival che guarda dentro, più che fuori. I testi parlano soprattutto di amori sbagliati, relazioni tossiche, senso di colpa, famiglie fragili, genitori imperfetti e figli che crescono. La felicità non è mai data per acquisita, ma è qualcosa da difendere, strappare, riconquistare. Musicalmente dominano le ballad – intime, malinconiche, spesso notturne – con qualche incursione dance ed elettronica pensata più per il ritornello che per l’innovazione.

Non mancano i riferimenti all’attualità, al disagio generazionale e a un’Italia raccontata senza sconti, ma quasi sempre filtrata dal vissuto personale. È un Sanremo meno urlato, poco provocatorio, e decisamente più emotivo, in cui la scrittura torna centrale e la voce diventa spesso confessione, come ai bei tempi dell’omaggiato Pippo Baudo.

Di seguito, i commenti ai singoli brani in gara, così come sono emersi al primo ascolto, ricordando che – come sempre – il giudizio potrà cambiare con il passaggio sul palco dell’Ariston, mentre a seguito degli ascolti il direttore artistico ha tenuto la consueta conferenza stampa.


Gli ascolti dei brani in gara, giudizi a caldo

Arisa – Magica favola

Arisa firma una ballad nostalgica e intimista che attraversa l’intero arco della vita, dall’infanzia all’età adulta, legando amori passati e legami familiari in un unico flusso emotivo. Il testo procede come un racconto di formazione, in cui il rapporto con l’amore cambia con l’età e con le ferite accumulate. È emblematico l’avvio «a dieci anni insieme alle mie bambole giocavo con l’amore / a quattordici anni il primo bacio nelle mani avevo un fiore», che imposta subito il brano come una memoria sentimentale stratificata.

Col passare degli anni, il centro emotivo si sposta dal desiderio all’esigenza di pace e protezione, fino al bisogno esplicito di tornare all’origine: «che mi piacerebbe ritornare tra le braccia di mia madre». Il mondo non è più dicotomico, come chiarisce «non c’è più bianco né nero / ma l’arcobaleno più grande che c’è», metafora di una maturità emotiva raggiunta dopo il disordine. È una canzone rassicurante, che non idealizza il passato ma lo accoglie come parte di sé.

Voto: 7

Arisa - foto stampa Sanremo 2026
Arisa – foto stampa Sanremo 2026

Bambole di Pezza – Resta con me

Le Bambole di Pezza portano a Sanremo un brano rock che non parla di amore romantico, ma di presenza, connessione e resistenza emotiva. Resta con me, scritto anche con Nesli, trasforma un vissuto personale fatto di solitudine e giudizio in una richiesta universale, che va oltre la coppia e diventa collettiva. Versi come «ho camminato sola / sono una donna che non guarda in faccia niente» raccontano un percorso di autonomia faticosa, da cui nasce il bisogno di non restare più isolati.

Il cuore del pezzo è nel ritornello, che assume un valore quasi politico: «resta con me in questi tempi di odio». L’immagine «una ragazza, una chitarra e una tempesta» sintetizza perfettamente il senso del brano e dell’identità della band: fragilità e forza che convivono. Il rock è usato come linguaggio di verità, non come estetica, e il pezzo cresce senza forzature fino a diventare un appello diretto: restare, oggi, è una scelta consapevole. Ci sono echi dei Coldplay, però ci si aspettava forse qualcosa di meno convenzionale.

Voto: 6

Bambole di pezza
Bambole di pezza

Chiello – Ti penso sempre

Chiello porta una ballad cupa e dolorosa che racconta una relazione finita male, rimasta però incastrata nella mente e nel corpo. Ti penso sempre è il monologo di qualcuno che vorrebbe disinnamorarsi ma non ci riesce, bloccato tra senso di colpa, rabbia e dipendenza emotiva. L’incipit è immediatamente disarmante: «mi piacerebbe dirti che non ho pensato a te / è che non riesco a svegliarmi e sapere che ormai non ci sei», che fotografa l’impossibilità di separarsi davvero dall’altro.

Il brano insiste sulla trasformazione dell’amore in odio e sull’inutilità delle bugie consolatorie, fino alla domanda centrale: «quindi amarsi a cosa serve / se finiamo per odiarci?». Restano solo «una scheggia di noi due» e l’agonia di un sentimento che non si scioglie, ma continua a ferire. È una canzone senza redenzione, coerente con l’immaginario di Chiello, che sceglie di restare dentro il dolore invece di addolcirlo.

Voto: 6

Chiello (foto Nima Benati)
Chiello (foto Nima Benati)

Dargen D’Amico – Ai Ai

Dargen firma uno dei tormentoni più immediati e stranianti del lotto, un brano che gioca con l’idea dell’AI ma la usa come specchio di rapporti umani confusi, intermittenti, pieni di sparizioni improvvise. Il testo procede per immagini quotidiane, slogan, salti logici e nonsense solo apparenti, fotografando un’Italia spaesata, iperconnessa eppure incapace di trattenere qualcuno: «Ai ai, cosa mi fai? / Mi dici vieni qui e poi te ne vai».

Tra ironia, malinconia e satira sociale, Dargen infila riferimenti culturali e geografici, dall’Adriatico all’Africa, fino a citazioni esplicite come «Dai, trova il modo, Carlos Raposo», mescolando pop, rap e filastrocca elettronica. Il risultato è un tormentone sì, ma anche un racconto sul vuoto lasciato dalle relazioni usa-e-getta e dalla tecnologia che promette risposte senza riuscire a dare contatto: «Ho letto sul giornale / che certe cose non puoi ancora farle con l’AI».

Voto: 7

Dargen D'Amico 2026
Dargen D’Amico

Ditonellapiaga – Che fastidio!

Ditonellapiaga centra uno dei brani più esplosivi e riconoscibili del Festival: elettrodance nervosa, martellante, costruita come un manifesto contro tutto ciò che irrita, stanca e soffoca. Il testo è un elenco feroce e ironico di micro-fastidi quotidiani, dalle mode ai rituali sociali, fino ai cliché del mondo dello spettacolo: «La moda di Milano (che fastidio!) / lo snob romano (che fastidio!)».

Scritto dalla stessa Ditonellapiaga insieme a Edoardo Castroni, Edoardo Ruzzi e Alessandro Casagni, il brano trasforma una crisi personale in energia pop, usando l’autoironia come arma. L’attacco diventa politico e generazionale quando il bersaglio si allarga a «gli arrivisti e i giornalisti perbenisti» e ai tronisti travestiti da artisti, rendendo Che fastidio! un inno liberatorio che fa ballare mentre prende a schiaffi l’ovvietà. Applausi dalla sala stampa, sarà il tormentone top del Festival.

Voto: 8

Ditonellapiaga - foto lancio Sanremo 2026 - (foto Ilaria Ieie)
Ditonellapiaga – foto lancio Sanremo 2026 – (foto Ilaria Ieie)

Eddie Brock – Avvoltoi

Eddie Brock porta una ballad pop intensa e dolorosa, costruita sul classico “urlato” emotivo delle nuove generazioni (Olly in primis), ma con un ribaltamento interessante: qui è lui a prendere le distanze, a friendzonare, a osservare una relazione tossica che si ripete sempre uguale. Il testo racconta dipendenza affettiva, fragilità e ritorni continui: «Che scegli sempre quello che ti farà male / e resti sola dentro un letto da rifare».

Tra immagini corporee e sentimentali, il brano mette in scena una donna intrappolata in dinamiche distruttive e uno sguardo maschile che, pur coinvolto, decide di non salvare più nessuno. Il titolo diventa metafora di chi approfitta delle ferite altrui: «Dicono sempre di esser degli eroi / ma ti girano intorno come avvoltoi», chiudendo una ballad amara, diretta, senza consolazioni.

Voto: 6.5

Eddie Brock - foto lancio Sanremo 2026
Eddie Brock – foto lancio Sanremo 2026

Elettra Lamborghini – Voilà

Elettra porta a Sanremo un tormentone dichiaratamente notturno, sensuale e sopra le righe, che racconta un rapporto fatto di attrazione, caos e riconciliazioni a letto, tra club, cocktail e litigi che finiscono sempre per sciogliersi nel ballo. Il brano gioca apertamente sul contrasto tra odio e desiderio, leggerezza e fisicità: «Un po’ ti odio un po’ I love you / ma che c’è di male».

Il cuore del pezzo è una celebrazione esplicita della notte libera e trasgressiva, con una citazione pop precisa e consapevole: «E allora viva viva viva la Carrà / ballare e poi finire giù per terra». Un immaginario con un sound che richiama apertamente Paola e Chiara, tra ironia, eccesso e un erotismo giocoso che punta dritto alla pista e all’alba, senza nessuna pretesa di profondità, ma con una lucidissima consapevolezza pop. Si ballerà tanto.

Voto: 6+

Elettra Lamborghini - foto lancio Sanremo 2026 - (foto Cristina Nashed)
Elettra Lamborghini – foto lancio Sanremo 2026 – (foto Cristina Nashed)

Enrico Nigiotti – Ogni volta che non so volare

Nigiotti firma una ballad intima e notturna, quasi una ninna nanna, costruita su riflessioni personali, tempo che scorre e fragilità che riaffiorano quando tutto si ferma. Il testo è un flusso di coscienza fatto di ricordi, paure e crescita, dove l’adolescenza, l’amore e il presente si sovrappongono: «Tardi che non è più solo notte / ma anche un po’ mattina».

Scritto insieme a Pacifico, il brano affronta il tema dei mostri interiori e dell’accettazione dei propri limiti, senza retorica, con immagini semplici ma efficaci: «I mostri che c’ho dentro / che mi fanno cadere». Una canzone matura, coerente con il percorso di Nigiotti, che parla di cadute e appigli, di chi resta accanto quando «non si sa volare».

Voto: 7

Enrico Nigiotti (foto lancio Sanremo 2026)
Enrico Nigiotti (foto lancio Sanremo 2026)

Ermal Meta – Stella stellina

Ermal Meta porta uno dei brani più dolorosi e politici del Festival, raccontando una tragedia collettiva attraverso uno sguardo intimo e umano. Stella stellina è la storia di una bambina palestinese senza nome, simbolo universale dell’innocenza colpita dalla guerra, osservata da chi resta e non sa come proteggere: «Non basta una preghiera / per non pensarci più».

Scritto e prodotto insieme a Dardust, il brano utilizza sonorità mediorientali per rafforzare il racconto, trasformando la ninna nanna in una preghiera laica, fragile e impotente. Il dolore non è mai gridato, ma sussurrato, fino alla resa più straziante: «Figlia di nessuno, melodia di un canto». Una canzone di resistenza e memoria, che rinuncia alla retorica per colpire dritto allo stomaco.

Voto: 7

Ermal Meta (foto Gianmarco Colajemma)
Ermal Meta (foto Gianmarco Colajemma)

Fedez & Marco Masini – Male necessario

Il brano è costruito come un dialogo interiore tra fragilità adulta e responsabilità, con Fedez che torna a una scrittura più narrativa e Masini che dà spessore emotivo e gravità al racconto. L’ex signor Ferragnez mette in chiaro subito «La gente pudica giudica/ che brutta gente che frequenta Fedez/ ma ci si dimentica sempre che Giuda/ se la faceva con gente per bene», e il tema non è tanto la colpa quanto l’attraversamento del dolore come passaggio obbligato: «Da tutto questo male necessario» diventa la sintesi di una resa lucida, non consolatoria. C’è il tempo che stringe, il giudizio degli altri, il senso di fallimento che convive con il bisogno di andare avanti.

Dentro il testo affiora anche il tema della paternità e dell’eredità emotiva, più suggerito che dichiarato, quando si parla di crescita, mostri interiori e responsabilità: «Ogni padre inizia come fosse un Dio / Ma poi finisce che diventa un alibi». Masini canta di cuore, con il suo peso storico, mentre Fedez resta più trattenuto, quasi in controllo, come se stesse misurando ogni parola. Già dati per favoriti dai bookmaker, hanno in pugno la vittoria con questo pezzo ad hoc.

Voto: 7.5

Fedez & Masini - foto lancio Sanremo 2026
Fedez & Masini – foto lancio Sanremo 2026

Francesco Renga – Il meglio di me

Classica ballad di crisi sentimentale e personale, con una scrittura condivisa (sei autori) che però riesce a mantenere una linea emotiva chiara: l’ammissione dei propri limiti e la richiesta di essere accolti nonostante tutto. Renga canta il momento in cui ci si guarda allo specchio senza filtri, quando si è costretti a chiedere perdono anche per le parti peggiori di sé: «Perdona il peggio di me, il peggio di me».

Il testo alterna fragilità e desiderio di riscatto, con immagini quotidiane che parlano di distanza, silenzi e tentativi di ricominciare: «Ridere, cambiare, imparare dagli sbagli». È una canzone che non sorprende per struttura, ma funziona proprio per questo: Renga resta nel suo territorio più riconoscibile, affidandosi alla voce e a un’emotività diretta, senza scorciatoie.

Voto: 6

Francesco Renga - foto stampa Sanremo 2026
Francesco Renga – foto stampa Sanremo 2026

Fulminacci – Stupida sfortuna

Fulminacci rimane fedele al suo universo narrativo fatto di immagini urbane, movimento continuo e malinconia mai statica. La canzone è attraversata da una ricerca ossessiva dell’altro, che spunta ovunque nella quotidianità: «Ti troverò dentro una foto / Sotto l’acqua mentre nuoto / Nella sabbia e nel cemento». Tutto scorre – taxi, treni, cantieri, folle – mentre lui resta fermo dentro una sensazione di perdita.

La sfortuna diventa una presenza concreta, quasi una compagna di viaggio, chiamata in causa ogni volta che qualcosa sfugge di mano: «Stupida stupida stupida sfortuna». Tra chiavi perse, tempo che corre e notti che spaventano, il brano racconta il timore dell’infinito e il bisogno di essere salvati all’ultimo secondo: «Vienimi a prendere sto in mezzo a una strada». Sound retrò, scrittura visiva, uno dei pezzi più riconoscibili del suo stile.

Voto: 7+

Fulminacci - foto lancio Sanremo 2026 - (foto Simone Biavati)
Fulminacci – foto lancio Sanremo 2026 – (foto Simone Biavati)

J-Ax – Italia Starter Pack

J-Ax torna con un brano che gioca apertamente con l’immaginario dell’Italietta quotidiana, mettendo in fila vizi, contraddizioni e autoassoluzioni collettive. Il pezzo ha un impianto country dichiarato, scorrevole e coinvolgente, che fa ballare mentre affonda il colpo con ironia: non c’è moralismo, ma una fotografia lucida di un Paese che si racconta sempre uguale a sé stesso, tra scorciatoie, compromessi e folklore di sopravvivenza.

Il testo alterna slogan da coro a immagini riconoscibili, come quando ammette che «serve una brutta canzone che fa… pa pa parappa» o sintetizza il cinismo pratico con «qui per campare serve, un po’ di culo sempre». Ax usa il meccanismo dello “starter pack” per trasformare stereotipi in satira pop, scegliendo la leggerezza come veicolo di critica e confermando la sua capacità di far convivere intrattenimento e osservazione sociale.

Voto: 7

J-Ax
J-Ax

LDA & Aka7even – Poesie clandestine

Il brano si muove su coordinate neomelodiche contaminate dal pop urbano, con un andamento ritmato e sentimentale che richiama atmosfere molto fisiche, quasi viscerali. Il testo oscilla tra dedizione amorosa e appartenenza, lasciando volutamente aperta l’interpretazione: l’amore raccontato sembra insieme romantico, identitario e territoriale, con riferimenti che fanno pensare tanto a una persona quanto a una città o a una radice familiare.

Le immagini sono intense e notturne, come in «ti ho dedicato poesie clandestine / io che ti inseguo mentre te ne vai» o nel verso dialettale «ossaje che è ‘na tarantella si nun ce putimm veré», che rafforza il legame emotivo con Napoli. La canzone vive di questo doppio livello: confessione privata e dichiarazione d’identità, senza mai chiarire del tutto il destinatario, lasciando che sia l’ascoltatore a completarne il senso.

Voto: 6+

LDA e Aka7even (foto Antonio De Masi)
LDA e Aka 7even (foto Antonio De Masi)

Leo Gassmann – Naturale

Una ballad classica, lineare, costruita sui rimpianti e sulle crepe di una relazione lunga e irrisolta. Leo Gassmann racconta una storia fatta di ritorni, separazioni e tentativi falliti di restare insieme, con uno sguardo malinconico ma maturo, che accetta l’idea che certe fratture facciano parte della crescita emotiva. Il tono è intimo, misurato, e guarda al pop sentimentale più tradizionale.

Il testo è pieno di dettagli quotidiani che rendono credibile il racconto, come «ci siamo trovati, lasciati, poi ritrovati con altri» o la consapevolezza che «fare la pace alla fine è più naturale». È una canzone che parla di amore finito senza rabbia, con la lucidità di chi riconosce il valore di ciò che è stato e accetta che, anche dopo anni di tira e molla, lasciarsi può essere l’esito più sincero.

Voto: 6

Leo Gassmann (foto Francesco Rampi)
Leo Gassmann (foto Francesco Rampi)

Levante – Sei tu

Brano scritto interamente da Levante, Sei tu è una dichiarazione d’amore totale, fisica prima ancora che emotiva, in cui l’innamoramento diventa perdita di controllo del corpo e dei sensi. Il testo racconta lo spaesamento di chi ama fino a sentirsi attraversato dall’altro, in un equilibrio precario tra paura e desiderio, tra fragilità e abbandono. L’amore non è spiegabile né razionale, ma si manifesta come una vertigine che coinvolge ogni parte di sé.

Il corpo che trema, la voce che non risponde, il respiro che manca diventano immagini centrali di questo amore assoluto, sintetizzato in versi come «non mi sento le gambe / dove sono le braccia?» o «ho già perso il controllo, non mi segue più il corpo». Il ritornello chiarisce il senso profondo del brano: «non ho mai trovato il modo per spiegare che cos’è l’amore / se l’amore sei tu», trasformando l’altro nell’unica definizione possibile del sentimento.

Voto: 6.5

Levante - foto stampa Sanremo 2026
Levante – foto stampa Sanremo 2026

Luchè – Labirinto

Labirinto è una ballad notturna e disillusa, in cui Luchè racconta una relazione consumata tra distanza emotiva, orgoglio e incomprensioni, anche sullo sfondo di un successo che non riesce a colmare il vuoto affettivo. Il brano è attraversato da un senso costante di smarrimento: due persone che continuano a perdersi e ritrovarsi senza mai riuscire davvero a uscire dal groviglio che le tiene legate.

L’immagine centrale è quella di un amore che diventa prigione condivisa, come suggeriscono versi ricorrenti e ossessivi quali «in questo labirinto siamo in due» e «non abbiamo più scuse». La separazione sembra inevitabile, ma resta il bisogno disperato di non essere dimenticati: «e anche se poi te ne vai / non ti scordare di me», frase che racchiude tutta la fragilità di un legame che sopravvive anche quando tutto il resto crolla.

Voto: 6

Luchè - foto lancio Sanremo 2026
Luchè – foto lancio Sanremo 2026

Malika Ayane – Animali notturni

Animali notturni è un brano dal respiro disco-pop retrò, elegante e sensuale, pensato per muoversi nella notte più che per raccontarla frontalmente. Malika Ayane canta un amore vissuto ai margini, lontano dagli sguardi, fatto di complicità silenziose e fughe emotive, in cui due persone si riconoscono proprio perché fuori posto rispetto al mondo che le circonda.

La notte diventa rifugio e giungla emotiva, come nei versi «la strada è una giungla / puntiamo alla luna» e «io e te come animali notturni», che restituiscono un’atmosfera sospesa tra desiderio e paura. È un brano che invita a ballare ma anche a nascondersi, in cui l’intimità nasce dal non appartenere a nessuno se non a chi si ha accanto, almeno fino all’alba.

Voto: 7

Malika Ayane (foto Maria Clara Macrì)
Malika Ayane (foto Maria Clara Macrì)

Mara Sattei – Le cose che non sai di me

Ballad emotiva e notturna, costruita come una dedica continua a una presenza che cura e rimette ordine. Mara Sattei racconta una relazione intima fatta di fragilità condivise, insonnia, paura di perdersi e bisogno di restare. Il tono è dolce e avvolgente, con una scrittura che insiste sul quotidiano e sull’abbandono fiducioso all’altro: «Tutte le notti a dirsi / le cose che non sai di me / la voce tua nei giorni tristi / guarisce il mio disordine». La voce accompagna l’idea di un amore che non salva, ma sostiene.

Nel testo torna spesso il tema del controllo che sfugge, del corpo che trema e della mente che si affida: «Solo parlarti d’amore / nel silenzio di ciò che non dico / mentre mi perdo nel tuo sorriso». È una dedica struggente e continua, che conferma la tua impressione: una ballad molto alla Giorgia nell’impostazione vocale ed emotiva, tutta giocata sull’intimità, sul sentirsi visti e accolti, notte dopo notte.

Voto: 6+

Mara Sattei 2026
Mara Sattei

Maria Antonietta & Colombre – La felicità è basta

Brano leggero solo in apparenza, che usa ironia e immagini pop per parlare di ansia, aspettative e desiderio di scappare da una felicità sempre rimandata. Maria Antonietta e Colombre costruiscono una sorta di manifesto sentimentale generazionale, dove l’amore diventa un gesto di resistenza quotidiana: «Baby, facciamo insieme una rapina, baby / per riprenderci tutta la nostra vita». La coppia prende il posto lasciato vacante dai Coma_Cose anche per sound e immaginario, ma con una scrittura più esplicitamente autoironica.

Il testo gioca con riferimenti concreti e disincantati, tra moda, cultura pop e frasi slogan: «Credo che la felicità / ce la prendiamo e basta», ripetuto come una convinzione da rafforzare. Spunta anche una citazione diretta al mondo fashion e all’immaginario pop contemporaneo, «come diceva quella popstar sorridente in Valentino», che rafforza il tono ironico e generazionale. È un invito a smettere di aspettare il momento giusto e a scegliersi, insieme, senza troppe spiegazioni.

Voto: 7-

Maria Antonietta & Colombre (foto Pippo Moscati)
Maria Antonietta & Colombre (foto Pippo Moscati)

Michele Bravi – Prima o poi

Elegante classicone malinconico, costruito su una rimuginazione continua e quasi ossessiva di un amore finito che non smette di fare male. Michele Bravi mette in scena la quotidianità disfatta di chi resta indietro: notti insonni, bicchieri mezzi pieni solo perché già svuotati, fotografie scorse all’infinito come un rito automatico. Il brano vive di immagini semplici ma precise, come «È vero che il bicchiere è mezzo pieno questa sera / ma solo perché ho già bevuto una bottiglia intera», che raccontano uno smarrimento emotivo senza mai cercare compassione.

Il cuore del pezzo è quel ritornello che alterna autoironia e accusa, diventando quasi una resa dei conti con sé stessi: «Dovresti vergognarti / che dopo anni non la smetti di mancarmi». Intorno ruotano dettagli domestici e affettivi che amplificano l’assenza, come il cane che cerca l’odore di chi non c’è più o «il disco di Battisti ancora lì per terra», riferimento non casuale a una tradizione sentimentale italiana fatta di amori irrisolti e memoria musicale condivisa. Prima o poi è il racconto di chi resta fermo sotto la pioggia, senza ombrello e senza citofono, aggrappato all’illusione che il tempo, prima o poi, faccia smettere di sentire la mancanza.

Voto: 7+

Michele Bravi (foto Mauro Balletti)
Michele Bravi (foto Mauro Balletti)

Nayt – Prima che

Prima che è un brano teso, irrequieto, che procede per accumulo e ripetizione come un pensiero che non riesce a fermarsi. Nayt costruisce il testo attorno a una serie di soglie emotive, tutte precedute da quel “prima” che diventa urgenza e paura insieme: prima di sbagliare, prima di perdersi, prima di farsi etichettare. Non è un racconto lineare, ma un flusso di coscienza che restituisce il senso di smarrimento di chi non si riconosce più e sente addosso il peso del giudizio, proprio e altrui.

Dentro questa inquietudine emerge una richiesta di contatto che suona come un bisogno vitale, quando ammette che «la realtà non si vede finché io non ti vedo», affidando allo sguardo dell’altro la possibilità di restare ancorati a qualcosa di vero. Anche i riferimenti più duri, compresi quelli legati alle dipendenze, non sono mai esibiti ma restano parte di un quadro più ampio, in cui la fragilità diventa collettiva e condivisa, come nella frase «supportarci a vicenda, dirci che ne vale la pena». Nayt non cerca soluzioni né redenzioni facili: il brano resta sospeso, volutamente irrisolto, come una mano tesa prima che sia troppo tardi.

Voto: 6

Nayt (foto Alessio Albi)
Nayt (foto Alessio Albi)

Patty Pravo – Opera

Scritto da Giovanni Caccamo, Opera è un brano che si muove fuori dal tempo, costruito come una riflessione esistenziale più che come un racconto sentimentale. Patty Pravo, al suo undicesimo Festival, attraversa la canzone con lo sguardo di chi osserva l’umanità dall’alto, mettendo in scena solitudini, contraddizioni e desideri di fuga. La scrittura procede per immagini simboliche, accostando fragilità e grandezza, come quando evoca un’umanità fatta di santi e peccatori, tutti ugualmente spaesati e in cerca di senso.

Il cuore del pezzo sta in quella formula che diventa quasi un manifesto poetico, quando afferma «semplicemente la vita, semplicemente follia», racchiudendo l’idea che l’esistenza sia un equilibrio precario tra lucidità e vertigine. Patty si pone come figura artistica e vitale, dichiarando la propria identità con «io sono Musa, colore tagliente e poi Opera», trasformando la canzone in una sorta di autoritratto emotivo. Ne esce un brano di classe assoluta, più interessato al fascino e alla visione che all’immediatezza, perfettamente coerente con la sua storia e il suo immaginario.

Voto: 7.5

Patty Pravo (foto Giulio Cafasso)
Patty Pravo (foto Giulio Cafasso)

Raf – Ora e per sempre

Ora e per sempre è una dedica romantica e consapevole, che Raf costruisce come un atto di gratitudine verso la persona che gli ha dato stabilità e direzione. Il brano nasce da una scrittura condivisa con il figlio Samuele, dettaglio che rafforza il tema del tempo che passa e dei legami che restano, e si muove su coordinate molto sanremesi: melodia ampia, immagini limpide, sentimento dichiarato senza ironia né difese.

Il testo alterna smarrimento e approdo, raccontando il passaggio da un senso di estraneità al trovare finalmente un “luogo umano” nell’altro, come quando ammette di sentirsi «un alieno in mezzo alla gente» prima di promettere una presenza che resiste a tutto: «ora e per sempre resterai». È una canzone che non cerca modernità forzate, ma rivendica il valore della parola data e dell’amore come scelta quotidiana, confermando Raf come uno degli ultimi interpreti di un romanticismo classico, diretto e senza filtri.

Voto: 6.5

Raf - foto lancio Sanremo 2026
Raf – foto lancio Sanremo 2026

Sal Da Vinci – Per sempre sì

Con Per sempre sì Sal Da Vinci porta all’Ariston un brano che affonda le radici nel linguaggio neomelodico ma lo apre a una dimensione pop immediata e partecipativa. È una canzone che parla di un amore messo alla prova, di una separazione che fa male e di un uomo che prova a recuperare promettendo tutto, persino il matrimonio. Il racconto è lineare, quasi narrativo, e passa attraverso immagini familiari e solenni, come quando canta «Saremo io e te, per sempre, legati per la vita che senza te non vale niente», trasformando la promessa amorosa in una dichiarazione assoluta.

Il brano cresce con un’intensità che punta dritta all’emozione collettiva, cercando l’applauso più che la sofisticazione, e lo fa senza vergogna. Il momento chiave è quello della promessa solenne, «Con la mano sul petto io te lo prometto, davanti a Dio», che rende esplicito il senso di riscatto e di rivincita sentimentale. Un pezzo che punta tutto sul coinvolgimento diretto e sulla riconoscibilità, tanto da emergere come possibile sorpresa capace di intercettare un pubblico trasversale, anche oltre Napoli e… Roccaraso. Sarà lui l’underdog di questa edizione?

Voto: 6.5

Sal Da Vinci - foto lancio Sanremo 2026 (2)
Sal Da Vinci – foto lancio Sanremo 2026

Samurai Jay – Ossessione

Ossessione si muove su un terreno più leggero nel suono, palesemente estivo, con un ritmo che richiama la spiaggia e le contaminazioni latine, ma sotto la superficie racconta una relazione sbilanciata e consumata. Samurai Jay parte dalla consapevolezza del tradimento e dalla scelta di smettere di rincorrere qualcuno che non c’è più, come emerge chiaramente in versi diretti come «stai dormendo nel letto di un altro pure stasera», che fotografano senza filtri una verità ormai accettata.

Il ritornello trasforma però il dolore in una forma di dipendenza emotiva, dichiarata senza giustificazioni: «come un’ossessione stanotte ritorni qui, al centro delle mie fantasie». È qui che il brano trova il suo senso più profondo, usando l’ossessione non solo come metafora amorosa ma anche come motore vitale, lo stesso che alimenta il rapporto dell’artista con la musica. Una canzone che alterna leggerezza e autocoscienza, scegliendo alla fine di spostare lo sguardo su sé stessi.

Voto: 6

Samurai Jay - foto lancio Sanremo 2026 - (foto Luca Paparo)
Samurai Jay – foto lancio Sanremo 2026 – (foto Luca Paparo)

Sayf – Tu mi piaci tanto

Con Tu mi piaci tanto Sayf costruisce un brano dal ritornello immediato, pensato per restare in testa, ma lo incastra dentro un racconto molto concreto e generazionale. È una dichiarazione d’amore imperfetta, ambientata tra lavori precari, fretta e disillusione, dove l’attrazione resiste nonostante tutto. La forza sta nel contrasto tra semplicità e consapevolezza, come quando canta «noi siamo tutti uguali, al bar e a lavorare, figli di nostra madre», riducendo ogni distanza a una condizione condivisa.

Nel testo affiorano anche riferimenti simbolici e culturali che danno spessore al brano, fino alla citazione esplicita di Luigi Tenco, evocato come modello di sincerità emotiva e di canzone vissuta fino in fondo. Il cuore resta però quel sentimento dichiarato senza difese, «tu mi piaci, tu mi piaci tanto», ripetuto come un mantra che diventa presa di posizione contro un mondo che corre troppo e chiede sempre di dimostrare qualcosa in più.

Voto: 6.5

Sayf - foto lancio Sanremo 2026
Sayf – foto lancio Sanremo 2026

Serena Brancale – Qui con me

È una dedica intensa e dolorosa, costruita sul desiderio impossibile di trattenere qualcuno che non c’è più. Non viene mai chiarito chi sia il destinatario – un genitore, una nonna, una figura familiare perduta – ma il senso è quello di un legame assoluto che continua a vivere oltre l’assenza. Il brano si muove su un registro emotivo alto, quasi sospeso, dove amore, memoria e mancanza si sovrappongono.

Il cuore del pezzo sta in immagini che amplificano la perdita fino a renderla cosmica, come quando Serena canta «scalerei la terra e il cielo, anche l’universo intero per averti ancora qui con me» o «due gocce d’acqua non si perdono nel mare mai», trasformando il dolore privato in un sentimento universale. Non a caso, all’ascolto il brano ha raccolto applausi immediati dalla stampa, e pazienza se qualcuno lo additerà come brano “furbo”, come fu per Cristicchi lo scorso anno.

Voto: 8

Serena Brancale (foto Thom Réver)
Serena Brancale (foto Thom Réver)

Tommaso Paradiso – I romantici

È una ballad che difende la fragilità come valore, dedicata a chi continua a credere nell’amore anche quando tutto intorno sembra spingere verso il cinismo. Paradiso, per la prima volta al Festival, racconta i “romantici” come figure fuori tempo, persone che restano fedeli ai sentimenti, ai ricordi, ai piccoli gesti, anche a costo di sembrare ingenui.

Il testo alterna immagini quotidiane e malinconiche a una dichiarazione di poetica, come quando afferma «i romantici guardano il cielo» o «i romantici guardano un treno che se ne va», simboli di attesa e speranza. È un brano che non cerca colpi di scena, ma accompagna, con dolcezza, chi ancora sceglie di sentire. Può puntare ad entrare nella cinquina che si giocherà la vittoria al ballottaggio finale.

Voto: 6+

Tommaso Paradiso (foto Mattia Guolo)
Tommaso Paradiso (foto Mattia Guolo)

Tredici Pietro – Uomo che cade

Un brano di ricerca e smarrimento, che racconta l’identità come qualcosa di instabile e in continua trasformazione. Tredici Pietro mette in scena un protagonista che cade, si rialza, cambia forma, senza mai trovare un punto fermo definitivo. L’attesa di un incontro – con qualcuno o con sé stesso – attraversa tutto il pezzo.

Il testo insiste sull’idea del fallimento come passaggio necessario, evidente in versi come «un uomo che cade, l’uomo che cade» e «a volte siamo bravi a sparire per non rischiare di farci male». La canzone diventa così una riflessione sul percorso più che sull’arrivo, coerente con un racconto generazionale fatto di tentativi, errori e ripartenze continue.

Voto: 6.5

Tredici Pietro - Uomo che cade
Tredici Pietro – Uomo che cade

Appuntamento al Teatro Ariston e su Rai1 dal 24 al 28 febbraio con il Festival di Sanremo 2026, per scoprire se queste prime sensazioni troveranno conferma sul palco e nel giudizio del pubblico.

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