RomaFF12, Vanessa Redgrave l’antidiva che parla di immigrazione

Vanessa Redgrave alla Festa del Cinema di Roma

Vanessa Redgrave è una veterana del cinema e si vede. Sa bene che è lei la star della settima giornata della Festa del Cinema di Roma e, tra red carpet e Incontro ravvicinato con il pubblico, non mancano né le lamentele né rimproveri da infliggere a giornalisti e fotografi.

 

L’intervento di Vanessa Redgrave alla Festa del Cinema di Roma (qui la lista dei vincitori) è mirato soprattutto a promuovere il suo primo film da regista, in arrivo nelle sale italiane a partire dalla primavera 2018. Sea Sorrow (letteralmente, “I dolori del mare”), tuttavia, è diventata l’occasione giusta per raccontare qualche aneddoto della sua lunga carriera e soprattutto per parlare di migranti.

Sea Sorrow è il suo primo film da regista.
Devo fare una precisazione. Viene detto migrante chi va in mare per cercare la vita. Non vogliono uva, pomodori. Vogliono pace. “Migrante” è una parola che viene dalla destra ma il diritto alla vita non conosce né destra né sinistra. E intanto i bambini muoiono, muoiono, muoiono…

Qual è il primo momento in cui ha deciso di fare questo film? Ha un contenuto e un impegno personale notevoli.
Vi vorrei raccontare un aneddoto. Ho partecipato alla mia prima commedia quando avevo 8 anni. Mio fratello ne aveva 6, poi c’era un nostro amico della stessa età e ci saranno stati 12 spettatori. Avevo studiato la parte non perché da grande intendessi fare l’attrice ma perché volevo i soldi per i marinai che ci davano da mangiare. Avevo 20 oggetti da ricordare e spiegare, ma dopo i primi 5 ho avuto un blocco totale. Non sapevo cosa fare, allora il mio amico è salito sul palco ed è diventato come un diavolo. Ricordo ancora, avanzò e disse davanti a tutti: “Perdonateci pubblico, Vanessa ha sbagliato e dobbiamo ricominciare”. Con un esordio così burrascoso, di cos’altro potevo parlare se non di guerra?

Lei era una bambina durante la guerra. Quanto ha influito questo nel film?
Molto. Con mio figlio Carlo (avuto dal collega Franco Nero, ndr) abbiamo visitato Norimberga, in Bavaria, dov’è ancora in funzione la Corte in cui sono stati giudicati i più atroci crimini. È difficile capire delle cose del genere e lo stesso vale per altri crimini dei giorni nostri. […] Il popolo però è diverso, vuole aiutare, vuole fare ciò che può. L’hanno già fatto quando è stato necessario, aprendo le loro case e accogliendo i giovani profughi. La polizia aveva l’ordine di prenderli e spedirli in Afganistan, ma la gente però sa che lì non si può vivere. In una scuola è accaduto lo stesso: dovevano portare via dei ragazzi ma gli studenti non l’hanno permesso. Nel mio film ho voluto ricordare questo spirito.

È stata protagonista di un altro cruciale decennio: gli anni ‘60, ricchi di cambiamento. Vediamo una clip che la vede protagonista. Che ricordi ha, cosa le suscita?
(Clip: Morgan matto da legare, 1966)
Sono stata molto fortunata, ho avuto dei bei lavori ma il periodo era tutt’alto. Eravamo tutti coinvolti nella situazione sociale e politica. Ad esempio era stata vietata la pubblicazione del romanzo su Lady Chatterley. C’è stata una campagna per mettere fine a questa legge, molti scrittori sono finiti in prigione, molti sono stati puniti solo perché erano gay. Poi c’è stata la guerra del Vietnam: io e altri artisti abbiamo lavorato con i soldati americani per rifiutare gli ordini che ritenevamo illegali. Tutto questo è più importante dei film! Ma Morgan matto da legare era un bel film.

La seconda clip è presa da Un tranquillo posto di campagna (1968)
Lei ha lavorato con Elio Petri, Michelangelo Antonioni, Tinto Brass… qual è stato il rapporto con il cinema italiano?
A scuola ho imparato italiano e francese insieme. Mi è servito molto, ho potuto davvero partecipare alla vita di Franco Nero, che è stato mio marito oltre al padre di mio figlio, e in quella del cinema italiano.

Quando però le si chiede cosa pensi degli artisti italiani che lavoravano nel cinema e nel teatro britannico, ritiene che la domanda non abbia senso… (ndr)
Tu dici la parola ‘straniero’, io non lo dico! Non bisogna restare chiusi nel proprio nazionalismo. Vorrei citare Ibsen: “Vede dietro le parole, le cose che vengono fuori”.

Vanessa Redgrave incontra il pubblico Festa del Cinema di Roma
Vanessa Redgrave, Incontro ravvicinato con il pubblico alla Festa del Cinema di Roma

Interessante l’incontro con Antonioni in Blow-up, del 1966 (terza clip proiettata in sala)
Prima di lavorare con lui lo consideravo un dio del cinema. Quando ho saputo che mi voleva ho pensato “Avrò un ruolo come Monica Vitti!”, lei è un’eccellete attrice e m dispiace che non ne abbiate parlato. Non avevo nessuno spirito combattivo nei suoi riguardi, la adoravo, volevo essere bionda come lei. Questa però si è rivelata una speranza vana perché Antonioni mi accompagnò dalla parrucchiera e disse che mi voleva con i capelli neri e alcune strisce bianche. Questo look senza trucco era un disastro, con il trucco era interessante. Nessun parrucchiere di Londra, però, riusciva a capire cosa fare e come farlo. Alla fine Michelangelo ha rinunciato a malincuore. È riuscito a dipingere un intero paese ma non è riuscito a farmi nera!

L’ultima clip condivisa con Vanessa Redgrave e la platea del teatro studio Gianni Borgna dell’Auditorium Parco della Musica di Roma è un estratto di Giulia, film che le ha fatto guadagnare il premio Oscar nel 1978 (ndr).
L’americana vera che ha resistito ai nazisti, Lily, era una studentessa. Ha scritto un libro dopo il film e grazie al danaro guadagnato ha falsificato documenti per salvare la vita a molti socialisti austriaci. Oggi qualsiasi governo anche democratico la metterebbe in carcere. Ha speso molti soldi per farlo. Secondo lei ad aiutare il successo di Hitler ci sono state anche l’Inghilterra e la Francia. Io l’ho trovato convincente ma questo non lo dice nessun altro.

Alcune di quelle ombre stanno tornando: cosa le dà speranza?
Siamo in grave pericolo ma non devo avere speranze, la speranza vuol dire poco proprio come l’ottimismo o il pessimismo. Serve chiunque dia un aiuto, piccoli o grande che sia, come quello ai profughi. Questo è l’unico modo per far vivere il mondo.

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