Ritorno a Seoul, recensione: un dramma incastrato tra due mondi con una splendida protagonista

Ritorno a Seoul - Ji-Min Park (foto di Elen Rizzoni)
Ritorno a Seoul - Ji-Min Park (foto di Elen Rizzoni)

La recensione di Ritorno a Seoul, opera seconda del regista cambogiano Davy Chou presentata lo scorso anno a Cannes: un dramma che parla di ritorni, di un’identità perduta da ritrovare e di cambiamenti

A sette anni dall’esordio con Diamond Island torna in sala con Ritorno a Seoul uno dei registi più interessanti della sua generazione, il franco-cambogiano Davy Chou. Lo fa con un film che conquistato la giuria della sezione Un Certain Regard allo scorso festival di Cannes e che ha avuto l’onore di essere selezionato come film cambogiano agli Oscar di quest’anno, dove è riuscito a rientrare nella short-list dicembrina.

Le radici coreane

Freddie (Ji-Min Park) ha 25 anni, è impulsiva e testarda e si sta recando a Tokyo quando, a causa di un ritardo del volo, è costretta a fare scalo a Seoul. Qui, dopo aver conosciuto dei ragazzi del posto, arriva al centro di adozioni più grande del paese dove decide di mettersi alla ricerca dei propri genitori biologici, i quali l’avevano abbandonata da neonata facendo sì che venisse adottata da una coppia francese e cresciuta a Parigi. Dopo varie vicissitudini Freddie incontra finalmente suo padre (Oh Kwang-rok) e sua madre (Cho-woo Choi), ma non riesce a legare particolarmente con loro finché nella sua vita si presenta André (Louis-Do de Lencquesaing), un trafficante d’armi che nota in Freddie del talento. Cinque anni dopo Freddie torna in Corea per affari col suo fidanzato Maxime (Yoann Zimmer), ma un nuovo incontro coi suoi genitori biologici è destinato a cambiare le cose.

Ritorno a Seoul - Ji-Min Park (foto di Elen Rizzoni)
Ritorno a Seoul – Ji-Min Park (foto di Elen Rizzoni)

Legami di sangue

Freddie è sola a Seoul. Una città che le è aliena, di cui non capisce né lingua né geografia e in cui si ritrova per caso, dopo un volo cancellato all’improvviso. Nonostante questo però il legame che sente con Seoul è da subito fortissimo, forse perché nelle sue vene scorre sangue coreano e non francese. Ritorno a Seoul gioca proprio su questo aspetto della vita di Freddie, decidendo perciò di non mostrarcela mai nel suo paese adottivo ma solo in Corea anche durante le varie ellissi temporali che si susseguono nel film; il legame di sangue che si attiva non solo coi genitori biologici ma con il luogo, la lingua, la vita coreana sono fondamentali per comprendere al meglio la parabola di Freddie e di tutta la pellicola, per sentirci anche noi parte di un viaggio di ricerca delle proprie origini. Se il rapporto con i suoi genitori biologici nel film non decolla mai, è solo perché Freddie non è pronta per nessun tipo di relazione. E allora Freddie si invaghisce di quei luoghi, di quelle luci, di quel manipolo di persone che non riesce a comprendere per poi rifiutarli, confonderli, arrivare persino a detestarli. Seoul diventa allora Parigi e la Francia, la Corea diventa uno dei tanti posti in cui Freddie va per lavoro (una volta diventata trafficante di armi) ma che rimangono timbri sul passaporto, segni di un’identità frammentaria che non si ricomporrà mai davvero.

Ritorno a Seoul - Oh Kwang-rok (foto di Elen Rizzoni)
Ritorno a Seoul – Oh Kwang-rok (foto di Elen Rizzoni)

Una persona triste

È così che viene apostrofata Freddie ad un certo punto di Ritorno a Seoul, e noi non facciamo fatica a crederci. Perché il suo personaggio, modellato sul volto glaciale e imperturbabile di Ji-Min Park, è scostante, freddo, funereo e incapace di provare affettività per chicchessia. Anche quando il suo ragazzo francese Maxime, simpatico e gentile, l’accompagna in Corea all’incontro con i suoi genitori biologici lei sente la necessità di creare l’ennesimo distacco emotivo e lo lascia in taxi, con una frase in grado di farci rabbrividire. È impossibile empatizzare con lei e forse, paradossalmente, questo è il merito maggiore di un film come Ritorno a Seoul perché ci permette di sentirci come Maxime, impotenti e disillusi di fronte alla vita e alle sue trappole, con una maschera che indossiamo per tentare di mascherare il dolore. Eppure non è che Freddie non provi emozioni, ma le reprime, le contiene; quando si reca al centro di adozioni Hammond, la madre la caccia via e noi ascoltiamo quel rumore bianco farsi strada attraverso la sua pelle, pulsare nelle sue vene per arrivare dritto al cuore. Ritorno a Seoul è perciò costruito su questa lotta interiore che non esplode mai davvero, una scelta potente da una parte ma anche frustrante dall’altra perché evita accuratamente il conflitto, confinandolo nelle profondità recondite di un’anima che vorrebbe essere amata ma che non è in grado di amare a sua volta.

Ritorno a Seoul - Yoan Zimmer e Ji-Min Park (foto di Elen Rizzoni)
Ritorno a Seoul – Yoan Zimmer e Ji-Min Park (foto di Elen Rizzoni)

Le luci al neon

Davy Chou ci immerge ancora una volta in un racconto di luci al neon, anche se stavolta non sono quelle di Phnom Penh ma di Seoul. Una Seoul diversa da quelle portate in scena da Bong Joon-ho o da Kim Ki-duk ma probabilmente non meno fredda e distante, una città come scritto in apertura aliena ma anche terribilmente affascinante e ipnotica. La parabola di Freddie si materializza e prende vita tra quelle strade per poi spostarsi soltanto nel finale in una dimensione più “bucolica e personale”, mentre la regia di Chou rimane attaccata sempre e comunque ai suoi personaggi con lunghi primi o primissimi piani, partendo dal totale per arrivare al dettaglio. Ritorno a Seoul ricorda per certi versi il Lost in Translation di coppoliana memoria, ma solo in superficie perché lì lo stato di alienazione dei protagonisti era transitorio e non permanente; qui Seoul diventa una vera e propria gabbia per Freddie, un luogo asfissiante e allo stesso tempo impossibile da lasciare davvero per via di quei legami di sangue di cui sopra. È questa la tragedia di Ritorno a Seoul, una pellicola sulla fuga dove fuggire diventa impossibile, sulla ricerca delle proprie radici ma di un albero che no è mai davvero stato piantato. Un film contraddittorio e sfuggente come la sua protagonista, e come la vita.

Ritorno a Seoul. Regia di Davy Chou con Ji-Min Park, Oh Kwang-rok, Cho-woo Choi, Louis-Do de Lencquesaing e Yoann Zimmer, in uscita nelle sale  giovedì 11 maggio distribuito da I Wonder Pictures.

VOTO:

Tre stelle e mezzo

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