Processo per stupro, dal documentario al palco del Teatro Eliseo

Processo

Processo per stupro, dal documentario girato nel tribunale di Latina nel 1978, nel quale si smascherano le consuetudini di abuso sui diritti delle donne. In scena al Teatro Eliseo dal 2 al 26 marzo con la regia di Renato Cocchia.

Girato nel tribunale di Latina nel 1978, il documentario Un processo per stupro andò in onda su quello che allora era il secondo canale della Rai, raggiungendo oltre 12 milioni di spettatori e smascherando le consuetudini di abuso sui diritti delle donne. Fu un evento storico, non era mai accaduto che un processo contro degli uomini accusati di violenza sessuale venisse mostrato pubblicamente. Per la prima volta tantissime persone videro come una ragazza di diciotto anni fosse costretta a dimostrare l’assenza del suo consenso mentre quattro uomini la stupravano. Le riprese mostrarono in maniera inequivocabile come la vittima si trasformasse nell’imputata, come fosse costretta a difendersi lei dal suo passato e non i suoi carnefici da quanto compiuto. Inoltre, il pubblico si rese conto di come gli avvocati degli accusati potessero essere a loro volta brutali con la vittima.

A quarant’anni di distanza la lettura scenica per il Teatro Eliseo diretta da Renato Chiocca con la partecipazione di Clara Galante ed Enzo Provenzano, restituisce il linguaggio di quel processo penale facendo rivivere sul palcoscenico lo scandalo e l’indignazione di quello che fino ad allora era “un processo per stupro”, non così dissimile nei movimenti di opinione, mediatici e giudiziari dei nostri tempi. Ancora oggi, anche se molte cose sono cambiate da allora, ogni processo per stupro è un processo prima di tutto alla donna.

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Clara Galante

Spiega il regista Renato Chiocca: Il linguaggio. Di questo lo spettacolo vuol diventare testimone. Un’occasione per reinventare in teatro il linguaggio di un processo penale di quasi quarant’anni fa e far rivivere al pubblico di oggi lo scandalo, l’indignazione e la presa di coscienza civile di quello che fino ad allora era “un processo per stupro”. Un progetto (nato con la collaborazione dell’associazione di volontariato Centro Donna Lilith e della rassegna Lievito – Nuove Esplorazioni nel Mondo delle Arti e dei Saperi) in cui il linguaggio della realtà, raccontato all’epoca attraverso la televisione, ritorna al pubblico grazie al teatro e la parola asciutta ritrova la sua straniante potenza comunicativa, la sua emozione, la sua urgenza.

Fino al 26 aprile 1979, quando il secondo canale Rai mandò in onda la sintesi del processo, la parola «stupro» non esisteva. Fu il difensore di parte civile, l’avvocato Tina Lagostena Bassi a introdurla e ad imporla alle coscienze, in luogo del più generico termine di «violenza sessuale» all’epoca rubricato come reato contro la morale. L’abuso che venne raccontato in video avvenne vicino a Roma nel 1977. La vittima si chiamava Fiorella (il cognome non fu reso noto), una lavoratrice in nero sequestrata e violentata per un pomeriggio intero da un conoscente e altri tre uomini che, con la scusa di una proposta di lavoro come segretaria, l’avevano invitata in una villa per discuterne. Gli imputati, che al momento dell’arresto confermarono il fatto, cambiarono presto la loro versione, dichiarando durante la fase istruttoria che il “rapporto” era stato consensuale e pattuito con la ragazza per un compenso di 200.000 lire. I quattro imputati, condannati a pochi anni di reclusione, furono presto rilasciati in libertà condizionale. L’idea di documentare un processo per stupro nacque su proposta fatta alla RAI dalla regista programmista Loredana Rotondo, a margine di un convegno internazionale sulla violenza contro le donne organizzato a Roma. Si decise di mostrare quello che accadeva nelle aule dei tribunali, poiché fu evidente che davanti alla giustizia, in tutto il mondo, la vittima di uno stupro diventava automaticamente l’accusata. Il documentario ha ricevuto molti riconoscimenti ed è conservato anche negli archivi del MOMA di New York.

Che cosa intendiamo quando chiediamo giustizia, come donne? Noi chiediamo che anche nelle aule dei tribunali, ed attraverso ciò che avviene nelle aule dei tribunali, si modifichi quella che è la concezione socio-culturale del nostro Paese, si cominci a dare atto che la donna non è un oggetto. (Tina Lagostena Bassi)

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