La nostra recensione di Presence, il nuovo film di Steven Soderbergh che rilegge la ghost story secondo lo sguardo mai banale del regista di Atlanta: una riflessione sullo sguardo come presenza costante, nobilitata da una Lucy Liu magnetica e da una tensione pregevole
Rieccolo, Steven Soderbergh. A pochissimi mesi da Black Bag torna con Presence, il suo primo film horror (anche se la definizione in questo caso è un po’ riduttiva) che miscela assieme ghost story e thriller familiare. Un film nel film, come spesso accade quando si parla del regista di Atlanta, in cui non è tanto importante quello che si sta guardando (e cioè la vicenda narrata) ma il come e il perché lo si sta guardando. Al suo servizio un cast ridotto dove spiccano, per intensità e capacità di fossilizzare le emozioni, Lucy Liu e la giovane Callina Liang e la scrittura del veterano David Koepp, il quale pennella una sceneggiatura calibrata al millimetro giocata tutta sulla tensione dello sguardo.

C’è qualcuno in casa Payne
La famiglia Payne sembra una famiglia perfetta. Quando la vita della figlia minore Chloe (Callina Liang) viene sconvolta da un tragico evento, i suoi genitori Rebekah (Lucy Liu) e Chris (Chris Sullivan) scelgono di trasferirsi in una nuova casa, fuori città, per ripartire da zero. Presto però la ragazza si accorge di qualcosa che non va nella sua camera; inizialmente la famiglia non le crede, ma cambierà idea quando le manifestazioni diventeranno impossibili da ignorare. Mentre la loro realtà quotidiana inizia a sgretolarsi e le tensioni si amplificano, una presenza inquietante li osserva e li influenza, silenziosa ma sempre più vicina.

Il cinema secondo Soderbergh
Che Steven Soderbergh sia uno dei registi più autorevoli, ambiziosi e sinceramente innamorati del cinema non lo scopriamo certo oggi. Dal suo debutto targato 1989 con Sesso, bugie e videotape a oggi ha attraversato praticamente tutti i generi, ma ciò che da quasi quarant’anni a questa parte lega tutte le sue storie è quella capacità – un po’ figlia di tanto cinema ingerito e assimilato, un po’ forse natìa – di saper parlare di Cinema facendo Cinema e quindi anche di chi il Cinema lo guarda, lo studia, lo critica. E quindi Presence, suo primo “horror” ufficiale, diventa a tutti gli effetti metacinema senza però le battute a effetto e gli ammiccamenti tipici di certe saghe.
Ma siccome Soderbergh è uno che le storie le ama davvero, ecco che assieme a David Koepp imbastisce una narrazione estremamente classica; gioca con l’archetipo della casa infestata ma con un twist, perché il punto di vista è proprio quello dello spettro. Lavora perciò di soggettiva facendo volteggiare la macchina da presa (o meglio la fotocamera full frame) da una stanza all’altra, costruendo la tensione per accumulo di pressione dentro a uno spazio limitato. Ma questa prospettiva spettrale ci permette di guardare tutto ciò che succede da una distanza di sicurezza, quasi asettica e disinteressata (almeno fino al finale), lavorando perciò su un’attesa snervante di qualcosa di orribile che sappiamo stare per accadere.
Lo spettatore e il fantasma perciò finiscono per coincidere, inermi di fronte a ciò che accade ma impossibilitati a distogliere lo sguardo; un trucco narrativo e un’intenzione tematica molto chiari e intelligenti, mentre pian piano Presence ci mostra tutte le dinamiche famigliari, le gelosie, i genitori apparentemente incapaci di amare i propri figli allo stesso modo, la frustrazione nel sentirsi inadeguati ai loro occhi e forse agli occhi del mondo. Un’infelicità e una disfunzione che forse sono proprio rappresentate da quello spirito che aleggia tra le pareti, e che Soderbergh è bravo a ricreare con la potenza di quelle immagini che sono portatrici – allo stesso modo – di vita e di morte.

Un anti-horror
Il risultato è quindi un anti-horror che non gioca tanto sullo spavento, ma sulla sua attesa e sul suo arrivo inevitabile. Tutto è ricostruito con cura, gli effetti sono pratici e non digitali, la gestione della tensione è da veri e propri artigiani perché rinuncia ai trucchetti più beceri e faciloni, la minaccia che indugia è palpabile, eterea e allo stesso tempo corporea. Ne sono un esempio i vari red herrings (o false piste) che Koepp/Soderbergh creano per poi disfare in tutto o parzialmente, i blackout che spezzano la narrazione, lo spazio vuoto che viene riempito da un personaggio, da un oggetto o da una luce. In questo Presence è magistrale, aiutato anche da una durata snella e funzionale.
E poi c’è il cast, in particolar modo Lucy Liu, Chris Sullivan e Callina Liang nei panni rispettivamente di madre, padre e figlia minore, che lavora di fino e in sottrazione anche nei momenti di scontro e confronto, con poche battute e la capacità di trattenere quell’emozione in corso. Pur non essendo esente da difetti o non arrivando alle vette di altri esempi del sottogenere, Presence dimostra come di Steven Soderbergh il Cinema abbia ancora un disperato bisogno e come, pur con budget irrisori e poche ma buone idee, si possa raccontare una storia che funzioni su tanti livelli diversi.
| TITOLO | Presence |
| REGIA | Steven Soderbergh |
| ATTORI | Lucy Liu, Julia Fox, Chris Sullivan, Callina Liang, Lucas Papaelias, West Mulholland, Eddy Maday |
| USCITA | 24 luglio 2025 |
| DISTRIBUZIONE | Lucky Red |
Tre stelle e mezza

























