Polaroid: recensione del deludente teen horror movie di Lars Klevberg

Polaroid

Polaroid, primo lungometraggio del regista norvegese Lars Klevberg, si avvale degli schemi tipici dell’horror sovrannaturale e del teen movie, facendo risaltare una buona fotografia in una narrazione fiacca e priva di colpi di scena.

Uno scatto vi seppellirà

Il norvegese Lars Klevberg, regista del reboot de La bambola assassina (nelle sale dal 19 giugno), firma il teen horror movie Polaroid, opera tratta dal suo precedente e omonimo cortometraggio. La trama è semplice e abbastanza banale: l’adolescente introversa e solitaria Bird (Kathryn Prescott) entra in possesso di una macchina fotografica vintage, una polaroid pieghevole degli anni settanta, con cui comincia a immortalare i momenti più preziosi dei pochi amici che frequenta. Ben presto però, la ragazza si accorge di un’ombra inquietante che va migrando di foto in foto, uccidendo in circostanze misteriose e brutali i soggetti ritratti nelle istantanee.

Un mix di teen horror e romantic movie

Di certo l’incipit della storia è alquanto scontato e poco originale, e prende spunto dagli schemi classici del tipico horror adolescenziale: il ritrovamento di un oggetto antico e maledetto che scandisce un prologo tetro e cruento; la giovane outsider incompresa con passioni e interessi diversi dai coetanei; una tragedia familiare alle spalle e un pizzico di sdolcinato romanticismo che alleggerisce la piega dark. Insomma gli ingredienti di Polaroid sono quelli peculiari dell’horror sovrannaturale da mercato cinematografico pre-estivo, che porta i protagonisti a combattere contro una forza maligna e superiore, sfidando le leggi della natura e dell’intelligibile. I riferimenti del regista sono chiari: pellicole ormai cult come Final Destination, The Ring, e ovviamente la stessa già citata Bambola assassina o ancora il poco conosciuto Wish Upon, con Joey King la Elle Evans del successo Netflix The Kissing Booth.  

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Kathryn Prescott è Bird in una scena di “Polaroid”

Una visione anacronistica dell’attualità

Il film cerca inoltre di marcare (forse un po’ goffamente) alcuni temi attuali come il cyberbullismo, il revenge porn e la selfie mania, ovviamente svilendo il tutto con una ricostruzione anacronistica. Basti pensare alle istantanee hard della proprietaria originaria della macchina fotografica, o al gruppetto di bulli (o presunti tali) che la umiliano e la portano al suicidio, o ancora all’ossessione dell’apparire a tutti i costi: «Foto oppure non è mai successo», esordisce una delle adolescenti glamour alla festa in maschera, brandendo con fierezza uno smartphone, elemento che più volte verrà sostituito dall’antica polaroid durante il corso della storia.

Buona fotografia ma nessun colpo di scena

Il lungometraggio di Klevberg non sorprende dunque, reiterando dei pattern di tensione e suspense che a un certo punto della narrazione filmica diventano talmente ovvi e familiari per lo spettatore, da fargli intuire esattamente cosa sta per accadere. Buona la fotografia, che si avvale in modo ineluttabile di un’ambientazione soffusa, buia e cupa per gli interni, e plumbea, dai toni freddi e invernali per gli esterni. Risulta invece alquanto prevedibile l’escamotage dell’interruzione di corrente nei momenti di maggiore pathos, che in realtà serve solo a telefonare i lampanti jump-scare a uno spettatore ormai in completa astinenza da colpo di scena.

Polaroid è un film scritto e diretto da Lars Klevberg, con Kathryn Prescott, Tyler Young, Katie Stevens, Samantha Logan, Madelaine Petsch e Davi Santos, nelle sale da giovedì 6 giugno, distribuito da Notorious Pictures.

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