Pier, il finalista del Premio Bertoli 2023 racconta il singolo Cumulonembi

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Reduce dalla finale del Premio Bertoli 2023, il cantautore Pier pubblica il nuovo singolo Cumulonembi che anticipa il prossimo EP

Nato nel BAR44 Home Studio, la casa che Pier ha completamente trasformato in uno studio di registrazione in cui vive e produce musica, Cumulonembi (Stage One / The Orchard) è il nuovo singolo in uscita il 17 novembre che anticipa l’EP di prossima pubblicazione. Noi lo abbiamo intervistato per farci raccontare, oltre della sua musica anche dell’esperienza come finalista al Premio Bertoli 2023.

Ciao Pier, benvenuto su Spettacolo.eu. Parliamo del tuo nuovo singolo, Cumulonembi, brano che affronta il tema della separazione amorosa. Raccontaci il processo creativo dietro questo brano

Io e la ragazza di cui parla la canzone faticavamo a dimenticarci a vicenda perché eravamo entrambi grandi “osservatori”: ci piaceva cogliere le sfumature nei tramonti, nelle montagne, nelle canzoni, e quindi semplicemente ogni volta che qualcosa di bello capitava davanti ai nostri occhi o nelle nostre orecchie la prima cosa che ci veniva spontanea era la voglia di condividerlo. Come dire “guarda che bel cielo, ho pensato a te”. In pratica, l’intero universo poteva trasformarsi in un’occasione per ricordare i momenti insieme.

Il che però si trasformava in una tortura dato che sotto questa enorme nuvola di romanticismo si nascondeva un’enorme pila di merda fumante. Insomma, ero incazzato di non riuscire a dimenticarla. E quindi, la canzone è nata così, molto spontaneamente, e dice quello che ho appena detto, solo in termini più poetici.

Come riesci ad affrontare emotivamente la produzione di una musica così personale?

Beh, direi che è il massimo. Non riesco a trovare un’espressione migliore per queste emozioni. La domanda semmai è come farei ad affrontare la vita se tutta la mia sfera personale non trovasse sfogo in queste canzoni. E la risposta sarebbe “pessimamente”.

La tua formazione musicale è molto diversificata, passando dal Conservatorio di Pescara a seminari internazionali. Come queste esperienze hanno influenzato la tua musica e la tua identità artistica?

Hanno reso più larghe le mie vedute. Nella mia memoria conservo tanti fascicoli che tiro fuori quando mi servono, ed è molto figo sinceramente. Ma voglio fare una precisazione: se è vero che mi ritrovo nel concetto di “influenze artistiche”, non sento di poter parlare di una “formazione”. La parola formazione si usa per le rocce, per le robe idrogeologiche, e sta a dire che qualcosa si modella secondo una certa geometria. Ed effettivamente è quello che succede in molti percorsi accademici: persone studiando sui libri fondano le loro certezze su convinzioni granitiche e diventano irremovibili.

Ho visto crearsi fazioni di persone che credono di avere la “vera musica” in pugno. Di fatti, molti professori somigliano più a delle stalattiti che a degli esseri umani: hanno solo e soltanto una forma, credono di avere la quintessenza dell’arte in pugno e odiano essere contraddetti. Il problema di queste persone è che sanno solo imparare ma non sanno disimparare, cosa che secondo me è fondamentale per essere flessibili. L’universo cambia in ogni istante, come fa uno a restare sempre lo stesso?

Perfino i fondamenti della fisica qui vengono messi in discussione. Io diciamo che per questa ragione non mi riconosco proprio nella parola formazione: non ho assunto la forma di un musicista classico, di un jazzista, di un poppettaro, nonostante in molti abbiano provato a “plasmarmi” a loro immagine. Io, al contrario, più studio più l’universo mi pare vasto, e più mi sento ignorante. La mia arroganza da adolescente lascia sempre più spazio ai miei “non lo so”.Non sono un triangolo, non sono un quadrato…se mi devo sedere, assumo la forma della sedia, se mi devo sdraiare assumo la forma del letto. Alcune persone che sono più dentro l’industria mi hanno suggerito “no, così se sei troppo eclettico e non va bene, scegli un solo stile e punta tutto su quello”.

Ma fatemi capire, non so quanti cazzo di uomini dalla preistoria hanno dovuto affrontare le pene dell’inferno per riuscire a evolversi fino a concedere a un uomo come me di avere un cervello dotato di questa fantasia, e adesso io dovrei gettare nel cesso un processo lungo migliaia di anni e limitare la mia mente? Per me è un crimine contro tutti i miei antenati morti contro qualche mammuth. È come comprare una Ferrari per andarci solo nel traffico cittadino. Spero di non essere stato troppo contorto nel mio discorso.

Hai scelto di dedicarti alla produzione musicale pop dopo una parentesi nel jazz. Qual è stato il punto di svolta che ti ha fatto abbracciare completamente il mondo della musica pop, e come hai tradotto la tua formazione polistrumentale in questo genere?

È stato soltanto un fattore umano a spingermi più verso questi generi: dato che per me non esiste musica di serie A e musica di serie B, ho trovato molta difficoltà a interfacciarmi musicalmente con chi aveva solide fondamenta da jazzista, o da musicista classico, perché purtroppo la loro “formazione” li portava a snobbare la musica “più semplice”. Nel mondo del cantautorato invece ho trovato grande apertura mentale, capacità di restare affascinati da tutte le forme d’arte, e in questo mi sono ritrovato di più per i motivi di cui parlavo prima.

Ovviamente non sto facendo di tutta l’erba un fascio, quelli aperti di mente me li sono tenuti tutti stretti. Ho fatto concerti in cui suonavo Chopin e Beethoven, ho inciso musica jazz/fusion, ho fatto pop, e nel mondo dei miei sogni tutti si abbraccerebbero e si divertirebbero insieme…ma le circostanze non sono sempre queste. Devo dire che nei lavori pop trovo sempre una marcia in più perché è l’unico campo che permette a tutti gli stili di mescolarsi indistintamente e quindi la mia smania di ecletticità trova più espressione.

Il tuo appartamento trasformato in BAR44 Home Studio è diventato un centro nevralgico per artisti emergenti. Come nasce questa idea e qual è il tuo obiettivo nell’aiutare altri talenti emergenti a realizzare la propria musica?

Beh, eravamo un gruppo di amici che scrivevano canzoni e stavamo sempre a casa mia a registrare. Ma la situazione era totalmente casereccia e quindi “mancavano cose”. Quindi, un upgrade di qua, un’upgrade di là…e ho iniziato a pensare “cavolo. Con tutte queste produzioni da fare potrei rendere l’ambiente più professionale”. In quel periodo avevo visto tante volte il documentario di Jovanotti che lavora con Rick Rubin al disco “Oh Vita” e ho pensato che la situazione quasi casalinga in cui hanno prodotto quel disco (in una villa in Toscana) mi attraeva molto più di uno studio classico.

Perché il mood era molto diverso. Quando c’è stato il covid quindi ho tagliato la testa al toro e fatto alcuni lavori strutturali per dividere la sala dalla regia, con un bel vetro divisorio…e insomma, lentamente e spontaneamente, la mia casa si è trasformata in quello che oggi è il BAR44. Ho voluto mantenere il nome della mia stanza di quando vivevo a Torino (in via Baretti 44), dove ho fatto le mie prime produzioni.

L’obiettivo è quello di offrire uno spazio creativo a tutte le persone di questa zona, perché ci sono tantissimi musicisti e cantautori ma ci sono forse 3 o 4 produttori. Anche se alla fine fra un passaparola e l’altro mi sono ritrovato a lavorare con persone provenienti da tutta Italia!

Hai collaborato con artisti di fama come Arisa e Dile, oltre a realizzare colonne sonore e partiture per artisti nazionali. Come gestisci la transizione tra lavorare con artisti affermati e supportare talenti emergenti?

Non mi cambia nulla. Non faccio distinzioni, per me si tratta di esseri umani, non c’è gente di serie A e gente di serie B. Non mi interessano i numeri, mi interessa solo fare cose belle. Certo, non posso nascondere che fa comodo per il marketing: appena uno tra i miei lavori vede il nome di Arisa pensa “wow, allora questo dev’essere forte”. Dopo che ho fatto quella collaborazione la quantità di persone che mi ha contattato è aumentata. Per me è paradossale! In quei brani ho solo trascritto e diretto gli archi e non ritengo che si possano
percepire minimamente le mie capacità.

Ritengo che lavori fatti con emergenti mi rappresentino molto meglio. Però come dire, il nome famoso è come se creasse una “credibilità a prescindere”. Bah, una stronzata colossale. Stessa cosa per le playlist editoriali: dato che sono un obiettivo di tanti artisti, pare quasi che un produttore emergente i cui lavori finiscono in playlist sia più credibile di produttori che non vengono inseriti. Vaglielo a spiegare che si tratta soltanto del gusto personal di cinque editor e che è un terno al lotto, e che in ogni caso i numeri in realtà non identificano minimamente il successo di un artista. Credo che sia ora di cambiare la nostra visione e passare dai numeri e le facciate ai contenuti. Sempre se ci teniamo a non
diventare una specie che si nutre di pane e ansia da prestazione.

Parliamo, prima di salutarci della tua ultima esperienza: sei arrivato tra i finalisti del Premio Bertoli 2023. Cosa ti porti dietro da questo evento?

È stato meraviglioso. Quello che dicevo poco fa: guardare i contenuti, non le facciate. Questo è ciò che fanno al Bertoli. Non è per l’hype che siamo stati selezionati ma per la qualità delle canzoni. Infatti, è stata una serata commuovente in cui tutti noi sconosciuti emergenti abbiamo fatto una figura stupenda, senza passare in secondo piano rispetto a big come Noemi, Manuel Agnelli, Fulminacci. Fuori dal teatro la gente voleva conoscerci e fare foto con noi. E questo succede per un motivo preciso, che io sostengo e per cui potrei essere considerato un pazzo: non esiste l’x-factor. Non ci sono persone che hanno un dono e altre che non ce l’hanno.

Esistono persone che mettono la propria dedizione nelle cose belle e che fanno un lavoro costante, e altre che si fermano al primo “oggi non ho voglia”. Al Bertoli sanno riconoscere questo tipo di sostanza e metterla in luce. Per questo sono onorato di averci partecipato, perché ho stima di loro, del loro fiuto. Perché per me la chiave sta nel fare le cose sul serio ed è quella la vera chiave. Non “fare 50k di gente che mi ha ascoltato mentre comprava i carciofi e poi dopo si è scordata di me tanto che una volta uscito dalla playlist i miei ascolti sono colati a picco” (non so se vi ricorda qualcosa).

Perché parliamoci chiaro: se oggi Amazon lancia un attacco nucleare contro Spotify e vengono cancellati tutti i dati, a tanti artisti cosa resta in mano? Io tendo a concentrarmi sulla qualità dei miei lavori e a coltivare i miei fan basandomi sulla sostanza e questo è quello che dà i frutti veri nel lungo termine. Io sono attento anche a quello che scrivo in questa intervista, perché magari posso lasciare un segno anche in una sola persona.

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