Piazza Vittorio, recensione: Viaggio nella Roma multiculturale di Abel Ferrara

Con Piazza Vittorio, il cineasta Abel Ferrara offre uno spaccato della vita multietnica del quartiere romano, cadendo però nel mero reportage giornalistico.

Omaggio a una piazza storica

Sede di un mercato storico di Roma, Piazza Vittorio è oggi l’emblema di un’integrazione interetnica difficile, situata in una posizione centralissima, tra palazzi storici affascinanti e l’inurbamento di una popolazione così multirazziale da ricordare a tratti quella newyorkese, patria di Abel Ferrara. Con una troupe ridottissima, il regista intervista per strada residenti, commercianti, senzatetto e migranti che transitano nei dintorni, e tra loro anche due intervistati speciali: Matteo Garrone, trasferitosi in zona nel novantanove per ambientarvi l’anno dopo il lungometraggio Estate romana, e Willem Defoe naturalizzato romano grazie al matrimonio con la regista italiana Giada Colagrande.

Uno spaccato di vita multietnica di una Roma mondo

Ferrara prova a raccontare la notevole diversità etnica che vi è attorno e nel cuore di questa antica piazza della capitale, mostrando scorci di vita di cinesi, africani, passando per i pochi romani rimasti, che rimpiangono i tempi andati e si lamentano della sporcizia, della confusione, del degrado, arrivando poi allo stesso cineasta, che all’inizio del film si definisce anch’egli immigrato e che, come i giovani stranieri con cui parla, lamenta l’assenza di un lavoro decoroso e la disperata ricerca di soldi, tema continuamente sottolineato dal brano di Woody Guthrie, Do Re Mi. Emerge dunque lo spaccato di un quartiere, di un mondo (perché come dice un intervistato Roma ormai non è solo più Roma ma è il mondo) in difficoltà per la crisi economica e sociale, e che per questo motivo fatica a stare insieme.

Una scena di Piazza Vittorio
Una scena di Piazza Vittorio

Quando il cinema abbatte le barriere

Piazza Vittorio è un film realizzato in fretta, montato rapidamente, ma in cui riesce comunque a emergere il tipico spirito del suo autore, l’aspetto chiave di questo documentario è sicuramente filmare di continuo lo scavalcamento di campo. Il passaggio di quella linea invisibile che separa chi riprende da chi è ripreso, come per voler abbattere quelle barriere razziali che influiscono troppo negativamente sulla quotidianità internazionale, perfino la macchina da presa entra in campo con i tecnici del suono e con gli operatori di ripresa, quasi tentando di far interagire mondo reale e mondo filmico, facendoli immedesimare e confluire in un’unica dimensione, attraverso la confessione, la complicità di una piacevole discussione tra amici.

Il rischio di sembrare un semplice reportage

Anche se le intenzioni di Ferrara sono ottime, purtroppo sembra che il film pecchi della quasi totale mancanza di un punto di vista fermo, certo, che si afferma e conferma, e nonostante il cineasta pone se stesso come mediatore tra il pubblico e i nuovi cittadini, vista la provenienza da due nazioni differenti, Piazza Vittorio sembra un mero, e a tratti noioso, censimento che non si spinge oltre al tipico servizio giornalistico. Inoltre sono veramente pochi i momenti in cui si vede il regista interloquire con gli intervistati, e anche questa è una madornale pecca. Infatti è proprio quando Ferrara entra nell’inquadratura, con la sua frenetica creatività, con la sua spiccata curiosità e con la presunzione a volte quasi scontrosa che si respira quell’aria autoriale, che si perde nelle parti di racconto tanto simili ai vari reportage di questi ultimi anni.

Abel Ferrara in una scena
Abel Ferrara in una scena

Una visione a tratti ambigua

La mancanza di un punto di vista fermo, a volte tende a far sprofondare questo docufilm in una percezione poco chiara,  quasi ambigua, come per esempio nell’intervista che vede protagonisti i tre attivisti di Casa Pound, con la telecamera fissa su di loro, e una regia che non ha nulla da aggiungere alle loro affermazioni, che non le avvalla né le confuta, lasciando che le parole vaghino nell’aria, senza porre nessuna domanda e senza creare alcun confronto che possa essere utile per dichiarare una reale e possibile integrazione tra popoli diversi. Infine l’unica vera denuncia sociale che si può riscontrare è data da quei filmati originali tratti dagli archivi Luce, che mostrano come il degrado di Piazza Vittorio fosse già presente nel secolo precedente e quindi non attribuibile unicamente al nuovo flusso migratorio degli ultimi anni.

Piazza Vittorio è un film documentario diretto da Abel Ferrara, con Willem Dafoe e Matteo Garrone, nelle sale dal 20 settembre, distribuito da Mariposa cinematografica.

[yasr_overall_rating]

 

Lascia un commento

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui