Pensaci, Giacomino!, con il grande Leo Gullotta, sbarca al Teatro Duse di Bologna

Leo Gullotta in Pensaci, Giacomino!

Pensaci, Giacomino! è una delle opere pirandelliane di maggior successo. Al Teatro Duse di Bologna dall’1 al 3 febbraio andrà in scena il testo che condanna la superficialità ed il bigottismo della società, troppo impegnata nell’arte della calunnia.

Dall’1 al 3 febbraio al Teatro Duse di Bologna (venerdì e sabato ore 21, domenica ore 16) Leo Gullotta, diretto da Fabio Grossi, sarà il protagonista di Pensaci, Giacomino!, novella scritta nel 1915 da Luigi Pirandello, che ha avuto la sua prima edizione teatrale nel 1917. Tutti i ragionamenti, i luoghi comuni, gli assiomi pirandelliani sono presenti in questa opera che condanna una società becera e ciarliera, in cui il gioco della calunnia, della dissacrazione e del bigottismo è sempre pronto ad esibirsi.

La storia racconta di una fanciulla che, rimasta incinta del suo giovane fidanzato, non sa come poter portare avanti la gravidanza. Il professor Toti pensa di poterla aiutare chiedendola in moglie, con l’intento di autorizzarla a vivere della sua pensione dopo la sua morte. Naturalmente, la società civile si rivolterà contro questa decisione anche a discapito della piccola creatura che nel frattempo è venuta al mondo.

Leo Gullotta in Pensaci, Giacomino!
Leo Gullotta in Pensaci, Giacomino!

Finale pirandelliano pieno di amara speranza, dove il giovane Giacomino prenderà coscienza del suo essere, del suo essere uomo, del suo essere padre e andrà via da quella casa che lo tiene prigioniero, per vivere la sua vita con il figlio e con la giovane madre.

«Da qui si desume il pensiero pirandelliano nei confronti di una società che allora era misogina opportunista e becera» sottolinea il regista Fabio Grossi, spiegando che l’opera «racconta di uno Stato patrigno nei confronti dei propri cittadini soprattutto nei confronti della casta degli insegnanti, sottopagati e bistrattati. Grande bella qualità del premio Nobel di Agrigento: quella di prevedere il futuro». Una società «come raccontava Giovan Battista Vico, di corsi e ricorsi storici, in cui nulla cambia, nulla si trasforma e che ancora oggi si veste dei soliti cenci, unti e bisunti. Una società – conclude il regista – letta, quindi, con la mostruosità di giganti opprimenti, presenti, determinanti, dequalificanti.»

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