Parasite: La recensione del nuovo capolavoro di Bong Joon-ho

A due anni dall’interlocutorio Okja, Bong Joon-woo ci consegna con Parasite la sua opera più ambiziosa e matura. Un capolavoro, giustamente premiato con la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes, che mescola i generi e ipoteca seriamente il titolo di miglior film dell’anno.

La diseguaglianza sociale nel cinema di Bong Joon-ho

Dopo l’interlocutorio – per quanto comunque riuscito – Okja, Bong Joon-ho torna alla sua forma migliore con questo Parasite, premiato con una più che meritata Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes. Ed è straordinario il modo in cui l’analisi chirurgica di una frattura sociale fattasi via via sempre più ampia, e fondamentale per comprendere il cinema dell’autore sudcoreano, resti invariata anche laddove viene a mancare l’elemento distopico che connotava, ad esempio, un’opera come Snowpiercer. Solo che, laddove lì c’era un treno all’interno del quale l’agiatezza dei “padroni” distava solo pochi vagoni dalla miseria della gente comune, qui è l’intera città di Seoul a separare la squallida stamberga in cui Ki-woo (Choi Woo-sik) vive con i genitori e la sorella Ki-jung (Park So-dam) dall’immensa residenza in stile minimal dei Park.

La centralità degli spazi

Sono proprio gli spazi a dettare le linee guida di un apologo morale crudele e semplice solo in apparenza. La netta contrapposizione tra l’angustia di un seminterrato nel quale i quattro componenti della famiglia Kim fanno quasi fatica a stare tutti nella stessa stanza e una villa talmente grande che è facile perdercisi dentro – o, addirittura, nascondersi – è il fulcro di una narrazione che inizia come una commedia satirica frutto dell’incontro di queste due realtà sociali idealmente inconciliabili e poi, man mano che l’intreccio prende forma, diventa un thriller, per poi virare verso l’horror in prossimità del sorprendente (e bellissimo) finale. Perché, posto esattamente a metà film, c’è un twist narrativo del quale ci guarderemo bene dal dire oltre e che, oltre a ribaltarne il senso, lo rende un autentico capolavoro.

Parasite
Il seminterrato in cui vive la famiglia Kim prima dell’incontro con i Park

Un meccanismo spettacolare pressoché perfetto

Se il terreno di gioco è più o meno lo stesso in cui si muovono autori come Michael Haneke o Yorgos Lanthinos, Bong Joon-ho si distingue per la totale assenza di sadismo nei confronti dello spettatore. Che è chiamato a stupirsi, a ridere, a trasecolare e, infine, a inorridire. In maniera non dissimile da quanto accadeva con l’eccezionale Noi di Jordan Peele, opera vicina a Parasite nel suo costruire un meccanismo spettacolare pressoché perfetto partendo dalla stessa forma di disillusione per un divario – economico, sociale, umano e, come nel caso dei Kim e dei Park, addirittura olfattivo – che non ha alcuna speranza di essere colmato. Perché il punto di non ritorno è stato già raggiunto, anche prima che la diffidenza reciproca si trasformi in odio per poi deflagrare in violenza.

Un film solo apparentemente semplice

Parlavamo prima della relativa semplicità di Parasite proprio perché in realtà si tratta di un film complicatissimo, come sono complesse le umane geometrie che lo animano. Se è infatti vero che la struttura portante è indiscutibilmente quella della dicotomia, è però nello spazio tra i due estremi che si scova il senso del film. Un po’ come se Bong Joon-ho ci mostrasse il bianco e nero, sfidandoci ad avvicinarci fino a quando non ci appaia grigio. Allo stesso modo gioca con il controcampo – e soprattutto con il fuori campo – fino a costruire intere sequenze in cui l’elemento significante spesso si trova sullo sfondo, quando non addirittura ai margini dell’inquadratura. Tutto ciò senza rinunciare a nulla della godibilità di uno script che è un continuo rutilare di trovate mai meno che eccezionali.

Parasite 2
Ki-taek (Song Kang-ho) esplora gli spazi, bellissimi e minimali, di casa Park

In conclusione

Parasite è cinema allo stato puro. Un’opera monumentale che, oltre a ridefinire il concetto stesso di crescendo, spinge a una riflessione, per forza di cose amara, sullo stato attuale dello storytelling nella settima arte. Un film talmente bello che speriamo solo che la miopia del grande pubblico occidentale per il cinema di area orientale non spinga nessuno a tentare la carta del remake hollywoodiano, come accaduto anni fa per l’orripilante Old Boy firmato Spike Lee. Confidiamo anzi che possa avere la stessa (piccola) fortuna riservata lo scorso anno a Un affare di famiglia di Kore’eda del quale, per più di un verso, Parasite rappresenta il lato più oscuro e malato.

Parasite, diretto da Bong Joon-ho e interpretato da Song Kang-ho, Sun-kyun Lee, Yeo-jeong Jo, Choi Woo-Sik, Park So-dam e Hyae Jin Chang, è in sala da giovedì, 7 novembre, distribuito da Academy Two.

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