Novantadue – Falcone e Borsellino, il racconto 20 anni dopo al Teatro Eliseo

Novantadue

Novantadue – Falcone e Borsellino 20 anni sarà in scena al Teatro Eliseo, un testo di Claudio Fava interpretato da Filippo Dini, Giovanni Moschella e Pierluigi Corallo diretti da Marcello Cotugno. Lo spettacolo prova a raccontare fuori dalla cronaca la forza di quegli uomini, la loro umanità, il rigore dei pensieri, il loro senso profondo dello Stato e, soprattutto, la solitudine a cui furono condannati.

Novantadue è una moderna tragedia classica. Suo malgrado.

Il 1992 fu un anno denso di avvenimenti, dalla firma del trattato di Maastricht, alla chiusura della Pravda, l’organo di stampa del Partito Comunista nell’Unione Sovietica, dall’assedio di Sarajevo da parte delle truppe serbo-bosniache all’elezione del democratico Bill Clinton a Presidente degli Stati Uniti di America, fino alla riabilitazione da parte della Chiesa Cattolica della figura di Galileo Galilei. Eppure fu un anno oscuro e orribile della storia italiana. Mentre si segnava la fine della cosiddetta Prima Repubblica con i processi “mediatici” di Tangentopoli che coinvolsero principalmente i tribunali milanesi, i due magistrati simbolo della lotta alla mafia, i cervelli del primo grande processo a Cosa Nostra, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, saltarono in aria con chili e chili di tritolo. Da allora, si cerca affannosamente una verità. Venticinque anni dopo, Claudio Fava in Novantadue, interpretato da Filippo Dini, Giovanni Moschella e Pierluigi Corallo diretti da Marcello Cotugno, prova a raccontare fuori dalla cronaca, lontano dalla commiserazione, la forza di quegli uomini, la loro umanità, il rigore dei pensieri, il loro senso profondo dello Stato e, soprattutto, la solitudine a cui furono condannati. Venticinque anni dopo quelle stragi si riapre il filone di inchiesta della trattativa tra Stato e Mafia, sullo sfondo di un’Italia che in questi anni, a ben guardare, sembra uguale ad allora. Perché troppo spesso, come già ricordava Borsellino, si crede che una mafia che non spara è una mafia che non colpisce più.

Il racconto, portato in scena al Teatro Eliseo, comincia in Sardegna, nell’estate 1985, all’Asinara, nel carcere di massima sicurezza dove Falcone e Borsellino vennero spediti nottetempo per ordine del giudice Caponnetto a completare l’istruttoria del maxiprocesso dopo l’omicidio del capo della squadra mobile di Palermo Ninni Cassarà. Istruito da Falcone e Borselllino, il maxiprocesso di Palermo, avviato trent’anni fa il 10 febbraio 1986, fu la svolta nella lotta a Cosa nostra e, in generale, alle mafie italiane. Durò fino al 30 gennaio 1992 con la pronuncia da parte della Cassazione della sentenza storica e definitiva di condanna che chiuse di fatto il più grande processo penale mai celebrato al mondo: quattrocentosettantaquattro imputati, trentacinque giorni di camera di consiglio, la ricostruzione di venti anni di crimini, violenze e corruzioni, un’aula bunker costruita appositamente con quattromila tonnellate di cemento armato, accanto al vecchio carcere palermitano dell’Ucciardone. Un’aula di forma ottogonale e dimensioni adatte ad accogliere centinaia di persone, dotata di sistemi di protezione elevatissimi, tali da poter resistere perfino ad un attacco missilistico, e di un sistema computerizzato di archiviazione degli atti senza il quale un processo di tali proporzioni non sarebbe stato mai neppure lontanamente possibile. La sentenza finale della Corte di Cassazione sembrò quasi “una pietra di tomba” sulla mafia che intanto, invece, si era rimessa in salute. Nuovi comandamenti, nuovi comandanti – i Corleonesi – a sovvertire con una violenza inaudita i vecchi ideali e codici della “onorata società”. Di loro si diceva che erano abituati alla guerra da quando erano bambini e che “come quelli che nascevano una volta a Sparta, non avevano pace fino a quando i nemici erano diventati tutti concime per la terra”. C’è una curiosa regola di rinnovamento alla ciclicità della storia della Repubblica italiana che il costituzionalista Michele Ainis, chiama la “sindrome del ventennio”. Ne sembriamo come patologicamente affetti.

Novantadue
Novantadue – Foto di scena

Adesso sappiamo che Falcone e Borsellino dovevano morire non solo per volontà dei Corleonesi ma anche per scelta di una parte di quello Stato che i due magistrati credevano di rappresentare e di tutelare. In un tribunale la storia si scrive con i processi. A teatro, cercando le parole per dire e per immaginare. Partendo proprio da loro, Falcone e Borsellino: non più ingessati nel ricordo ma di nuovo tra noi, in un tempo presente. Condannati a vivere, i due giudici ripensano alle cose accadute, ascoltano le vite degli altri, osservano questi venticinque anni di cose torbide, di frasi lasciate a metà, di trattative e di baratti… E intanto mettono in scena la loro allegria e la loro agonia, la voglia di vivere e l’attesa della fine. (Claudio Fava)

Novantadue è una moderna tragedia classica. Suo malgrado. La modernità è nei fatti, la sua classicità è nella dimensione epica, consapevolmente eroica, dei suoi protagonisti: sarebbero piaciuti a Sofocle, Falcone e Borsellino. Novantadue è il racconto di due uomini abbandonati da quello Stato che hanno giurato di servire. Due volti che in Novantadue tornano persone, dopo essere stati trasformati in icone. (Marcello Cotugno)

Estratti della rassegna stampa

…A 25 anni dalla morte di Falcone e Borsellino si chiude il cerchio e oggi, come agli albori della lotta alla mafia, siamo tornati a nasconderci dietro un codardo ‘non esiste’. Abbiamo smesso di cercare le mafie credendo di averle già trovate e così abbiamo dimenticato il lavoro di chi ha sacrificato la vita per rendere l’Italia un posto migliore. (Roberto Saviano)

(…) Novantadue sarebbe uno spettacolo da mostrare alle scuole, possibile chiave di lettura per gli studenti di quella storia recente e fondativa dell’oggi, che ancora è tenuta ben fuori dai programmi scolastici ministeriali. (Gianfranco Capitta, Il Manifesto)

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