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Most Beautiful Island, recensione del claustrofobico thriller sullo sfruttamento

Most Beautiful Island - banner ita

Most Beautiful Island segna il claustrofobico esordio alla regia di Ana Asensio e tocca temi forti e delicati come la condizione degli immigrati e lo sfruttamento dei più deboli, tralasciando però qualcosa che andava approfondito.

Un buon inizio

Most Beautiful Island racconta la storia di Luciana (Ana Asensio), una giovane ragazza spagnola appena arrivata a New York, nella speranza di vivere il sogno americano. Il suo unico scopo è trovare i soldi per vivere, è sola, senza documenti, senza assicurazione sanitaria, fa piccoli lavori con cui riesce a stento a tirare avanti. Un giorno la sua amica Olga (Natasha Romanova) le fa una proposta allettante: le basterà indossare un vestito nero corto, dei tacchi alti e andare ad una festa, per ricevere al termine 2000 dollari. Luciana, fidandosi di Olga che, come lei, è sola e alla ricerca disperata di soldi, accetta. Ma ovviamente quella in cui si reca non è la location di una normale festa, ma un luogo in cui correrà un insospettabile pericolo.

Tensione esasperante

Da qui inizia forse la scena più bella di un film che, comunque, non convince fino in fondo, con la tensione che aumenta esponenzialmente avvicinandosi alla scoperta del reale fine della festa: nessuno dice nulla alla protagonista, mentre le altre donne presenti in questo scantinato newyorkese asettico e spoglio entrano, a turno, in una stanza, con la porta che si richiude alle loro spalle, cui fanno seguito applausi o urla. Luciana cerca di capire cosa c’è in quella borsetta chiusa ermeticamente che le hanno dato, e quel lavoro che le frutterà 2000 dollari rimane misterioso fino a quando non lo dovrà affrontare, senza poter ormai più scappare né tirarsi indietro.

Ana Asensio in Most Beautiful Island
Ana Asensio in una scena del film Most Beautiful Island

Traumi dal passato

Luciana ha con sé un dolore: qualcuno, probabilmente sua figlia, non c’è più; lei non è a New York solo per lavoro, ma per fuggire da un passato che vuole dimenticare e lasciarsi alle spalle. Il film cerca di mettere in scena sia la solitudine di una donna che non sa come sopravvivere in una città sconosciuta dove non ha nessuno, sia l’elaborazione del lutto per aver perso una delle persone più importanti della sua vita. Di questo Luciana si sente responsabile, forse per essere ancora viva mentre sua figlia non lo è più. Tuttavia la questione non è chiara, e sapere qualcosa in più sul passato di Luciana avrebbe arricchito il film e il personaggio: cosa ha perso? E cosa cerca?

Natasha Romanova in Most Beautiful Island
Natasha Romanova in una scena del film Most Beautiful Island

Temi a metà

Troppe le domande che vengono lasciate senza risposta, tra cui quella su cosa l’esordiente (alla regia) Ana Asensio voglia realmente dire. Luciana probabilmente capisce qualcosa di sé nel corso della storia, ma non è chiaro se riesca a trovare quello che cerca o a sentirsi nuovamente viva attraverso quella terribile esperienza, tanto da domandarsi se ciò che cercasse davvero fossero effettivamente quei 2000 dollari. Suspense a parte, il lungometraggio della Asensio ha l’ambizione di dare un senso di amarezza, ma lo fa attraverso l’utilizzo di espedienti banali, per suscitare una reazione forte nello spettatore, che distraggono dalla poca efficacia del film.

Intenzioni o risultati casuali?

La regia piuttosto semplice (ottima scelta la macchina a mano) mette in evidenza un altro punto di forza, non sfruttato al massimo: il contrasto, continuo tormento che la stessa protagonista vive. La fotografia a tinte chiare tendenti al giallo crea un’ottima contrapposizione con la crudezza e la durezza di tutto il film. A Luciana e alla stessa Olga viene richiesto un out-fit particolare, viene imposta l’eleganza per diventare poi vittime di un gioco perverso, come se la loro condizione fosse inevitabile: vengono scelte da altri per puro sadico divertimento, elemento che sottolinea la situazione di Luciana, immigrata spagnola inevitabilmente sola in un mondo pronto ad inghiottirla, che si fida e crede in un sogno americano che la delude, in cui vige comunque lo sfruttamento dei più deboli. Lei stessa sembra vivere una perenne contraddizione, se continuare a vivere e a lottare o arrendersi e lasciarsi andare.

Ana Asensio Most Beautiful Island
Ana Asensio in una scena del film Most Beautiful Island

Un finale sfumato

Tante le possibili interpretazioni del film, ma nessun chiaro messaggio. La regista sembra voler sottolineare la condizione di sfruttamento dei più deboli, l’ipocrisia di chi si offre di aiutare (ma solo per un piacere personale), e fino a quanto si è disposti a spingersi per sopravvivere; temi troppo labili e quasi sfuggenti in un film che aveva in partenza delle ottime potenzialità. Most Beautiful Island sembra un lungometraggio che non lascia abbastanza allo spettatore se non delle idee e degli spunti di riflessione; ma quale sia il messaggio e la condizione delle protagoniste su cui puntare davvero l’attenzione rimane un mistero, rendendolo un lavoro incompleto che lascia poche sensazioni forti e molte troppo sottili, forse causate dalla pretesa di voler dire troppo.

Most Beautiful Island, diretto e sceneggiato da Ana Asensio, con Ana Asensio, Natasha Romanova, David Little, Nicholas Tucci, Larry Fessenden, uscirà nelle sale italiane giovedì 16 agosto 2018, distribuito da ExitMedia.

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