Miriam Galanti tra teatro e cinema: intervista esclusiva dopo After the end e In the trap

Miriam Galanti tra teatro e cinema: intervista esclusiva dopo After the end e In the trap

Miriam Galanti è a teatro con After the end mentre a gennaio esce al cinema il suo In the trap, in cui è stata l’unica attrice italiana in un cast completamente inglese: l’intervista in esclusiva all’artista mantovana, che ci ha parlato dei suoi ultimi lavori, emozioni comprese.

Al Brancaccino sei la protagonista di After the end, una storia molto particolare. Parlaci del personaggio che interpreti: quali sono e sue forze e le sue debolezze?
Il mio personaggio in After the end è quello di Louise. In realtà sul palco ci sono solo due attori, io e Federico Rosati, che interpreta il ruolo di Mark. Mark e Luise condividono uno spazio piccolissimo, un rifugio antiatomico che lui aveva. Mark la salva da un’esplosione, ma all’inizio non si capisce bene cosa sia successo.: lei è svenuta e non si ricorda nulla, per questo è del tutto dipendente dalle parole di lui. In realtà piano piano si scoprirà che è solo una costruzione di Mark per passare del tempo con Louise. Potrebbe averla drogata, perché vuole stare con lei visto che ne è da sempre innamorato. Crede che tenendola prigioniera per un mese potrà conquistarle, eppure in amore 1 + 1 non fa sempre 2 e quindi non sarà proprio così. D’altronde Mark è un nerd, è ossessivo e possessivo. Louise invece è una ragazza matura, si può dire che non ha mai avuto difficoltà nella vita, è abituata ad essere la leader del gruppo. Insomma, appartengono a due mondi diversi. La situazione la porta a tirare fuori una rabbia e degli istinti animali primordiali che lei non avrebbe mai pensato di possedere. Si tratta di un percorso doloroso, carico di sofferenza, che la porta a uscire dal bunker ma in un certo senso anche a rimanerci. Sarà impossibile dimenticare quelle esperienze, le violenze subite.

Miriam Galanti accanto a Federico Rosati, protagonisti unici di "After the dark" ©foto Gilles Rocca
Miriam Galanti accanto a Federico Rosati, protagonisti unici di “After the dark” ©foto Gilles Rocca

Qual è stato l’aspetto più difficile nel vestire i panni di questo personaggio?
La cosa più difficile è stata quella di credere che fuori in effetti fosse successa una catastrofe. Nella pièce di fatto non è successo nulla, eppure Louise per buona parte ci crede. È stata dura immergermi in questa realtà apocalittica, ho fatto fatica.

Alcune scene sono particolarmente forti: che impatto senti di avere sul pubblico?
Dai pareri di amici e non, ma anche leggendo le critiche ricevute dallo spettacolo, sembra che il pubblico si senta anch’esso nel bunker e non veda l’ora di uscirne. Questo non perché non piaccia ma perché la pièce diventa claustrofobica, si ha paura di ciò che potrebbe succedere. Ci sono delle scene violente, e stando al Brancaccino si ha il pubblico proprio attaccato. After the end crea ansia e infatti ci hanno detto che a fine spettacolo fanno fatica ad applaudire, non perché non abbiano gradito ma perché è come un pugno sullo stomaco: “Devo applaudire questi due personaggi che si sono distrutti a vicenda?”, pensano.

Miriam Galanti, ©foto Francesca Marino
©foto Francesca Marino

Al cinema (qui la videointervista che Miriam Galanti ci aveva rilasciato per il film Scarlett) hai lavorato in un progetto internazionale con In the trap: che esperienza è stata?
Il set di In the trap ha rappresentato un percorso di crescita molto forte per me. Il cast era tutto inglese e io ero l’unica attrice italiana. Al di là della lingua, che conosco sebbene non sia la mia lingua madre, è stato difficile constatare il fatto che abbiano un modo di lavorare completamente diverso dal nostro. È più semplice, più lineare, meno “star system” per così dire, meno delirante. All’inizio non è stato così facile entrare in questa semplicità, loro riescono ad arrivare da 0 a 100 in un secondo. Ho fatto fatica e il primo giorno è stato un po’ traumatizzante. Poi ho avuto modo di confrontarmi col regista Alessio Liguori, di parlare del personaggio ma anche della persona, di come reagire di fronte alle situazioni. Così dal secondo giorno è andata benissimo, tutto è cambiato da nero a bianco ed è diventato anche molto divertente. Sono cresciuta tanto durante le riprese perché ho cercato di prendere il più possibile da quegli attori bravissimi e Liguori è stato molto bravo a farmi entrare in quella situazione.

Miriam Galanti nel backstage del film "In the trap"
Miriam Galanti nel backstage del film “In the trap”

Anche in questo caso si tratta di un horror dove torna, proprio come a teatro con After the end, un certo senso di claustrofobia…
Sì, ci sono delle similitudini. In the trap è un horror ma anche un thriller psicologico. È estremamente realistico e in diversi Festival cui abbiamo partecipato l’hanno paragonato a L’esorcismo di Emily Rose. Dà questo senso soprattutto il corridoio della casa, dove avviene la catarsi di diversi personaggi. Anche durante l’esorcismo, che rappresenta un tema centrale del film, il senso claustrofobico è accentuato dalla macchina a spalla che rende il tutto molto vivo e ravvicinato. C’è una claustrofobia che ti pervade.

In questo momento della tua carriera ti senti più attratta dal cinema o al teatro?
In teatro sto riscontrando quando sia difficile e che sfida gigante rappresenti. Ogni sera devi dare il massimo senza avere alcun margine d’errore. In passato ho partecipato ad altri spettacoli, ma questa è la prima volta che resto un’ora e 35 minuti sul palco senza mai uscire di scena. In After the end siamo solo due attori e quindi a livello teatrale credo che quello di Louise sia il personaggio più difficile che io abbia mai dovuto interpretare. Il cinema è la mia più grande passione come spettatrice, di conseguenza farne parte come attrice mi rende felice proprio per il legame che ho come spettatrice. La mia preferenze forse andrebbe al cinema, ma il teatro è bello oltre a rappresentare un’ottima palestra per cercare di farsi trovare sempre pronti.

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