Manta Ray, recensione: aria tenue e poetica per il tema dei rifugiati

Manta Ray, recensione: aria tenue e poetica per il tema dei rifugiati

Phuttiphong Aroonpheng è ispiratissimo per il suo debutto alla regia: Manta Ray è un film profondo e delicato che affronta i temi dell’identità e dei rifugiati senza trascurare un certo fascino.

Una nuova identità

In un villaggio tailandese costruito proprio a ridosso del mare, un giovane pescatore (interpretato da Wanlop Rungkamjad) presta soccorso ad un uomo ferito (Aphisit Hama). Il superstite non parla, forse a causa di un trauma, e si salva solo grazie alle cure del suo salvatore. Tra i due nasce un legame autentico e profondo, finché al pescatore non accade qualcosa di tragico e imprevisto: scompare in mare. A quel punto l’uomo che aveva soccorso – e che lui aveva deciso di chiamare Thongchai – ne assume l’identità e comincia a vivere la sua vita a tutti gli effetti. Anche quando arriva l’ex moglie del pescatore (Rasmee Wayrana), che in passato l’aveva lasciato per un soldato ma che al tempo stesso sarebbe ben lieta di ritornare alla sua vecchia vita. Ma il pescatore è davvero defunto oppure il mare deciderà di restituirlo alla vita?

Fotografia da manuale

Phuttiphong Aroonpheng debutta alla regia di Manta Ray dopo averne curato anche la sceneggiatura. Il progetto, presentato alla 75ª Mostra del cinema di Venezia nella sezione Orizzonti dove si è aggiudicato il premio di Miglior film, si fa notare soprattutto per il suo senso estetico. La fotografia, che senza dubbio beneficia dei suggestivi paesaggi tailandesi, è curata sin nei minimi dettagli. Alcune inquadrature sembrano dei veri e propri quadri, dando prova di una spiccata sensibilità. Tutto questo non può che colpire lo spettatore in modo più che positivo, regalandogli delle atmosfere preziose e fuori dal comune. Di pregio anche il cast, che annovera tre nomi importanti nel panorama artistico tailandese.

Manta Ray: Wanlop Rungkamjad e Aphisit Hama in una scena del film
Wanlop Rungkamjad e Aphisit Hama in una scena del film

Memoria come identità

Il tema centrale della pellicola sembra essere quello della perdita della memoria come perdita di identità. Ciò si traduce con l’espressione della condizione dei rifugiati e di tutti coloro che si trovano costretti a riversare il proprio essere in qualcosa di ‘provvisorio’, di ‘alternativo’. Cosa significa perdere progressivamente le proprie certezze e ritrovarsi costretti a costruirne di nuove? Dove ci si può spingere per spirito di sopravvivenza? Le risposte date da Manta Ray danno un’interpretazione non sempre chiara ma certamente efficace, che nel bene o nel male è destinata a colpire le coscienze.

Linguaggio delicato

Se il messaggio di Manta Ray è tutto sommato semplice, lo stesso non si può dire del linguaggio. Questo, veicolato tanto attraverso le immagini quanto attraverso il dialogo, sembra avere come prima missione quella di non risultare mai banale. I suoi toni rarefatti e delicati, a tratti fortemente poetici, hanno conquistato la giuria della Mostra del cinema di Venezia e non solo quella. Il giudizio della critica è stato fortemente positivo, anche se probabilmente la pellicola resterà ‘di nicchia’ e non incontrerà il gradimento di una platea generalista. Poco male: l’opera prima di Aroonpheng resta particolarissima e di assoluto pregio.

Manta Ray, dopo la fortunata presentazione a Venezia 75, arriva nelle sale italiane il 10 ottobre 2019 distribuito da Mariposa Cinematografica.

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