Lazzaro felice, terzo film di Alice Rohrwacher premiato a Cannes per la miglior sceneggiatura, narra di un giovane contadino sfruttato a causa delle sua indole gentile e ingenua. Storia tra la favola bucolica e la parabola vangelica che pecca di eccessivo buonismo.
Il grande inganno
Visionaria e coraggiosa Alice Rohrwacher, dopo Corpo celeste e Le meraviglie, giunge al suo terzo lungometraggio Lazzaro felice, trionfatore all’ultima edizione di Cannes per la miglior sceneggiatura. Anche in questo caso il protagonista è giovanissimo e fuori dall’attualità del mondo, un contadino semplice e ingenuo quasi all’inverosimile, che nel bel mezzo degli anni novanta, insieme a una sorta di famiglia allargata, viene sfruttato da una tirannica marchesa, signora e padrona della comunità rurale l’Inviolata. La donna li lascia vivere nella totale ignoranza e in condizioni talmente pessime da rasentare la mezzadria ottocentesca, almeno fino a quando l’inganno non viene svelato e i contadini, resosi conto di essere stati beffati per molti anni, sono costretti a fare i conti con la realtà.
Una favola bucolica
Lazzaro felice nasce come una favola filosofica, in cui il suo protagonista richiama tanto il Candide Volteriano quanto il Bon Sauvage Rousseauiano, quello spirito libero in contatto con la natura che ama e rispetta, fauno antropomorfo dall’animo puro, incontaminato, incapace di fare del male a una mosca, gentile e generoso, solerte e pronto ad aiutare il prossimo, lontano dalla cupidigia e dalla corruzione materialista del mondo moderno. E come ogni favola che si rispetti ha sempre una morale celata dietro, la prigionia umana nella realtà odierna, che la Rohrwacher saggiamente mette in bocca alla dispotica marchesa: «Gli esseri umani sono come bestie, animali, liberarli vuol dire renderli consci della loro condizione di schiavitù e quindi destinarli alla sofferenza».

Una metafora cattolica
La cosa che più colpisce e spiazza di Lazzaro felice è la camaleontica flessibilità al cambiamento di rotta che il film assume, infatti se la storia si apre come la narrazione di un mito pastorale, improvvisamente assistiamo all’inizio di una lunga metafora cattolica in bilico tra elemento sacro e rituale magico. Dopo la caduta autentica e allegorica del protagonista, la trama si trasforma dando vita alla parabola dell’uomo miracolato, che risorge dopo anni, trasfigurando il suo essere umano fatto di sangue e sudore a personaggio ultraterreno, immutato nell’aspetto, come un novello Dorian Gray che ha però votato la propria anima a un bene superiore, e che diventa a sua volta manifestazione di quel bene superiore in eterna contrapposizione al male, incarnato da un lupo, che lo riconosce come suo polo opposto e lo rispetta.
Un omaggio ai grandi maestri del cinema
I rimandi cinematografici della regista sono chiari ed espliciti, la storia comincia come un qualsiasi film di Ermanno Olmi, infatti è evidente la tematica rurale tipica della filmografia del maestro, in cui vengono privilegiati i sentimenti delle persone semplici e il rapporto con la natura, e proprio nello sviluppare il rapporto con il giovane marchesino Tancredi, sembra quasi di rivedere Il tempo si è fermato, primo lungometraggio di Olmi. Mano a mano che la vicenda si dispiega i toni diventano sempre più rosselliniani, facendo eco a un nuovo neorealismo che segue pedissequamente le vicende quotidiane dei contadini, divenuti loro malgrado disperati cittadini abili nell’arte dell’arrangiarsi.

Dall’opera alla dance anni novanta
Un ruolo importantissimo è stato destinato alla musica, la colonna sonora portante è un continuo alternarsi, se non addirittura inseguirsi, di due periodi distanti ma contemporaneamente esistenti. Le scene della palazzina d’epoca, con le sue vetrate colorate, emblema di uno stile Liberty ormai trascorso e consumato, sono delicatamente accompagnate dalla musica classica del pregiato carillon porta sigarette, o dalle note della Norma di Bellini. Al contrario le scene di Lazzaro e Tancredi sono scandite dalla hit dance anni novanta Dreams (Will Come Alive), stralcio di una cultura pop che ormai è diventata cult nonostante sia figlia di un passato non molto lontano.
Prove attoriali buone, ma non eccellenti
Rohrwacher dirige i suoi attori, professionisti e non, con dedizione e grande cura, ottenendo dei risultati buoni ma non sempre eccellenti. Credibile il debuttante Adriano Tardiolo, scovato dopo tante ricerche nei licei italiani, il suo Lazzaro candido ed etereo, privo di ogni tipo di malizia o cattiveria, forse a volte risulta stucchevole e ai limiti del surreale. La prova attoriale di Alba Rohrwacher, al secondo lavoro insieme alla sorella, non delude mai, perfetta nel ruolo della Antonia adulta sveglia e profondamente cambiata rispetto alla fanciullesca contadina di un tempo, ma immutata nella generosità e nell’umanità che l’hanno sempre contraddistinta. Sacrificata in poche scene l’interpretazione del suggestivo Tommaso Ragno, versione matura e fatiscente del giovane Tancredi di Luca Chikovani, ottimo nei panni del figlio viziato in cerca di attenzioni materne. Un po’sottotono e spenta la Marchesa Alfonsina di Nicoletta Braschi, giustamente arida come i paesaggi bucolici dei campi lunghi che ripercorrono tutta la prima parte del film, ma monocorde e poco incisiva, quasi artefatta.

Una visione eccessivamente buonista e ingenua
Ciò che non convince del tutto di questa terza opera della giovane cineasta, è l’eccessivo tono inverosimile che avviluppa la tremenda autentica realtà di una vita fatta di stenti, di espedienti per tirare avanti, che angoscia e uccide lentamente, una visione oltremodo buonista di un ragazzo, che pur portando un nome del vangelo, non può assurgere a uno stato di santità tale da non riconoscere la crudele cattiveria dell’umanità nei tempi in cui viviamo. Poco credibile anche l’assurda ingenuità dei contadini, ingabbiati in un tempo e uno spazio accettato per dogma, senza la necessità di porsi alcuna domanda, senza provare alcun tipo di curiosità verso il mondo esterno, anzi l’unico accenno di desiderio di conoscenza al di fuori dell’Inviolata, da parte dei due giovani fidanzati, viene prontamente ricacciata in quello stato di totale disinteresse, inconcepibile soprattutto per una coppia di adolescenti. Alla fine un film che si lascia guardare, nonostante tempi narrativi a volte lenti e lunghi, che offre diversi spunti di riflessione, oscillando tra leziosa magnanimità e cruda oppressione.
Lazzaro Felice è un film scritto e diretto da Alice Rohrwacher, con Adriano Tardiolo, Alba Rohrwacher, Luca Chikovani, Nicoletta Braschi e Tommaso Ragno, distribuito da 01 distribution

























