L’atelier, recensione: le riflessioni di un’intera generazione

L'atelier, recensione: le riflessioni di un'intera generazione

L’atelier è un film diretto da Laurent Cantet, pieno di riflessioni e di parole: se da una parte la struttura appare verosimile e accurata, dall’altra sarebbero stati apprezzati anche immagini e azioni.

I giovani e la nostalgia del passato

Antoine (Matthieu Lucci) è un ragazzo particolarmente complicato. Un’estate decide di partecipare ad un workshop insieme ad altri coetanei selezionati per lavorare alla scrittura del soggetto di un romanzo thriller. Con loro Olivia (Marina Foïs), un’importante scrittrice incaricata di tirar fuori le idee e i flussi creativi di quegli studenti. Le giornate procedono così tra una visita a La Ciotat, cittadina del sud della Francia che li ospita, e brainstorming in cui non mancano incontri e scontri tra i vari componenti del gruppo. Tuttavia Antoine non riesce proprio ad integrarsi – colpa soprattutto delle sue idee razziste – e il punto di rottura è destinato ad arrivare, al clou delle tensioni.

Un personaggio complesso

Antoine è il classico adolescente in guerra con il mondo che fa fatica ad integrarsi e a stringere legami. Olivia apprezza la sua creatività ma al tempo stesso si rende conto che il giovane nasconde qualcosa di irrisolto. C’entra il passato de La Ciotat? Sono le sue esperienze di vita ad averlo indurito? Oppure ci sono traumi e sofferenze che non gli permettono di vivere la sua età con la giusta leggerezza? Lo spettatore in fondo prova ad empatizzare con lui, a comprenderlo e a restare dalla sua parte. Fino al punto in cui la situazione sfugge di mano: cosa pensare di un giovane completamente fuori controllo, che tocca il fondo per poi risalire? A lui il merito di portare tutti su e giù dalle montagne russe della sua anima, alla ricerca di una spiegazione e di un motivo per migliorare. Che alla fine arriva.

L'atelier: Antoine (Matthieu Lucci) e Olivia (Marina Foïs) in una scena del film
Antoine (Matthieu Lucci) e Olivia (Marina Foïs) in una scena del film

Ispirato ad un fatto realmente accaduto

L’idea alla base de L’atelier è un fatto realmente accaduto nel 1999, ovvero un workshop di scrittura che vedeva coinvolta una scrittrice inglese con un gruppo di giovani de La Ciotat. L’unico vincolo che era stato dato ai ragazzi era l’ambientazione: bisognava restare a La Ciotat e collocare tutto ciò che avrebbe suggerito la loro fantasia  proprio in quella città portuale ormai in declino. Al workshop di scrittura partecipò il co-sceneggiatore di Laurent Cantet, regista della pellicola. Se in quell’occasione aveva semplicemente dovuto curare il montaggio del video, è pur vero che ciò era bastato a far accendere la cosiddetta lampadina. Perché non riprodurre quel clima giovane, ricco di fervori, caratterizzato da idee e creatività ma anche condito da qualche colpo di testa?

Il legame col passato

Alcune dichiarazioni del regista Laurent Cantet sono sufficienti a spiegare il profondo legame che intercorre tra la pellicola e il passato della cittadina che fa da sfondo alla vicenda: “Il film è ambientato a La Ciotat, città che alla fine degli anni ’80 ha vissuto una grande stagione di lotte operaie dopo la chiusura dei cantieri navali. Il nostro obiettivo era testimoniare la trasformazione radicale di una società che, probabilmente a causa degli della crisi politica e economica, non ha più alcun rapporto con quel mondo del passato – un mondo che le vecchie generazioni vorrebbero che non scomparisse”. Antoine, con tutte le sue contraddizioni, appartiene a quella categoria di ragazzi che ha visto cadere i propri miti e fa fatica ad aggrapparsi a qualcos’altro. Solo quando troverà una risposta a quei dubbi che gli occupano la mente riuscirà a lasciarsi tutto alle spalle e a far emergere la sua vera vocazione.

L’Atelier è stato presentato al Festival di Cannes 2017 ed ha aperto l’edizione di Filmmaker dello stesso anno. Esce nelle sale italiane il 5 giugno 2018 distribuito da Teodora Film.

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