La nostra recensione de La natura dell’amore, il nuovo film della regista Monia Chokri già dietro l’interessante Babysitter: l’amore diventa una realtà sociale inafferrabile e incomprensibile, in cui il “lieto fine” non solo non è sempre possibile ma forse neanche auspicabile
Dopo essersi fatta notare con l’interessante Babysitter ormai due anni fa, la regista e interprete canadese Monia Chokri si lancia nell’introspezione del senso dell’amore, il sentimento più raccontato al mondo ma forse anche quello più difficile da comprendere appieno. La natura dell’amore, presentato a Cannes lo scorso anno, cerca di farlo focalizzandosi sui contrasti sociali che in qualche modo lo alimentano o che, al contrario, possono soffocarlo, con una storia di grande linearità e semplicità. Forse anche troppo.

Un nuovo amore
Sophia (Magalie Lépine-Blondeau) ha 40 anni ed è docente di filosofia all’Università di Montreal, dove da dieci anni vive una consolidata e sopita relazione con Xavier (Francis-William Rhéaume), anche lui docente. La vita di Sophia cambia all’improvviso quando incontra Sylvain (Pierre-Yves Cardinal), il falegname tuttofare incaricato di ristrutturare la casa di campagna, un ragazzo semplice. I due non potrebbero essere più diversi: lei proviene da una famiglia colta e benestante, Sylvain da una rumorosa tribù di amici e parenti proletari. La differenza tra classi sociali non impedisce un vertiginoso colpo di fulmine che cattura i due in una travolgente passione di corpi e di anime.

Un costrutto sociale (?)
Sono millenni che l’uomo prova a decodificare l’amore, a carpirne i meccanismi, a raccontarne le conseguenze, a celebrarlo o persino maledirlo. Nessuno sembra esserci riuscito del tutto, forse, o magari non c’è una risposta univoca alla forza che più di ogni altra governa le nostre vite e le leggi dell’Universo. E allora cosa ha fatto la regista e interprete Monia Chokri? Ha provato a fornire una risposta del tutto razionale, libera dalle pulsioni emotive e sentimentali, a cercare una chiave di lettura il più oggettiva possibile alla domanda “cos’è l’amore?”.
Ne La natura dell’amore assistiamo alla nascita, allo sviluppo e alla catarsi (forse fine?) della storia d’amore tra Sophia e Sylvain, due persone agli antipodi sotto tutti i punti di vista che però sembrano legate da una chimica inspiegabile e ancestrale, puramente fisica ed emotiva e non mentale/intellettuale. Chiaramente questa differenza rappresenta il primo vero ostacolo ad una relazione, ma non certamente l’unico. Perché, come ogni storia insegna, non basta un conflitto interno affinché la miccia si accendi ma occorre che dall’esterno qualcuno o qualcosa si opponga, cosa che prontamente avviene.
Nonostante infatti, all’apparenza, la famiglia di Sylvain e gli amici si dimostrino entusiasti per questa relazione sappiamo già che ne percepiscono l’impossibilità di durare, poiché la provenienza da due mondi così opposti non può che diventare determinante: tolta l’attrazione fisica e sessuale a Sylvain e Sophia cosa rimane davvero? La natura dell’amore cerca allora di far sì che i due caratteri s’incrocino, ma che poi alla fine si distruggano a vicenda sfidando anche un po’ le convenzioni del genere che vogliono che di solito accada il contrario. Distruzione prima, ricostruzione poi. Qui invece non si gioca di rimando, la Chokri si diverte a sovvertire in parte le aspettative rischiando anche qualcosina nei primi due atti.
L’amore secondo Monia
Non è un film citazionista La natura dell’amore, ma a suo modo è un film di citazioni. Quelle filosofiche (in primis Schopenhauer) e quelle cinematografiche che rimandano alla Nouvelle Vague di Resnais, Truffaut e Chabrol e forse anche al movimento immediatamente successivo, perché questo è un film che vorrebbe essere profondamente di rottura e di fuga. Un po’ come i Michel e Patricia di Godard Sylvain e Sophia scappano continuamente da tutto e da tutti, dalle convenzioni e dagli obblighi, dal peso di una vita già determinata e quindi mortale e dal peso del senso di colpa per cercare l’amore nella libertà di poter amare e amarsi.
Se però il film di Monia Chokri ha un problema sta proprio nel non riuscire del tutto a capitalizzare questo bisogno disperato di libertà, annacquandolo un po’ troppo in un racconto eccessivamente verboso e didascalico come nella scena dell’incontro tra Sylvain e gli amici spocchiosi e intellettualoidi di Sophia. Forse non aiuta in questo l’impianto da melodramma puro che spesso si scontra (e vince) sulle intenzioni di commedia, appesantendo oltremodo tono e pacing narrativi e impedendo al film di staccarsi da un’opacità tipica del cinema di modelli come Xavier Dolan a cui sembra fin troppo debitore.
Ed è un peccato, perché con un maggior intento di leggerezza e una gestione meno pomposa dei rapporti di forza e delle relazioni tra i personaggi La natura dell’amore avrebbe potuto spiccare un volo ancora più elevato e deciso, certamente più memorabile. Tutto questo nonostante un finale più urlato che liberatorio, in cui ogni personaggio abbraccia la propria natura fino in fondo sottomettendosi ad un ruolo già prestabilito e quindi, tutto sommato, coerente con il taglio della narrazione. Ché tanto, forse, è l’unico modo per scappare davvero.
| TITOLO | La natura dell’amore |
| REGIA | Monia Chokri |
| ATTORI | Francis-William Rhéaume, Magalie Lépine-Blondeau, Pierre-Yves Cardinal, Monia Chokri |
| USCITA | 14 febbraio 2024 |
| DISTRIBUZIONE | Wanted Cinema |
Tre stelle

























